Dionisio il Grande, rievocazione scenica in un atto
Don Giuseppe
Due cani a zonzo
Era Lui!
Gibilterra
Il tramonto degli hippyes
La fisionomista
La Zia di Sicilia
Lo chiamavano " Pesce"
Omaggio a Dali
Sul fiume di Mark Twain
Lo incontravo tutte le mattine con la borsa della spesa e"la Sicilia" accuratamente piegata sotto l'ascella sinistra; il viso pallido, l'andatura elegante. Acquistava pesci e frutta nei carrettini del mercato, spendeva misuratamente il suo denaro. Attraversava Piazza Venticinque Luglio, entrava nel "Caffè Bianca" sceglieva un posticino appartato, apriva il giornale e da quel momento, non guardava nessuno in faccia: tranne il cameriere per ordinargli il solito cappuccino. Eravamo amici, sapevo che non aveva problemi finanziari, era economo, senza essere avaro. Poi lo persi di vista. Scartai l'ipotesi della sua morte. Mi chiesi dove mai si fosse cacciato.
A distanza di anni lo pensavo con i capelli radi e bianchi, curvato dagli acciacchi, di cui spesso si lamentava.
L' altro giorno, annoiato, osservavo la noia della gente nei caffè di Piazza Archimede, quando vedo un
tale, abbronzantissimo, in camicia azzurra e pantaloni grigi. Sulle prime mi sembrò uno dei tanti turisti estivi, poi lo riconobbi e lo chiamai per nome. Era Lui.
Con un sorriso giovanile si avvicinò tendendomi la mano. Parlammo di mille cose ed io gli ricordai gli incontri mattutini al mercato, la sosta al "Caffè Bianca”.
- Acqua passata - mi rispose. Quella vita sempre uguale mi aveva chiuso dentro un cerchio e presto mi avrebbero fatto i funerali. Un giorno,spezzai quel cerchio e partii.
Da allora viaggio spesso e me la godo un mondo.
Mario Fontana![]()
Era già sera quando arrivai nel paese di zia Cristina. Gruppetti di uomini sostavano al freddo, davanti al Circolo dei Galantuomini. I lampioni barocchi illuminavano il lungo rettangolo della piazza circondato di piccoli negozi, di due chiese e di alcuni caffè. La casa di zia Cristina era vicino alla piazza e riconobbi il balcone illuminato. Parcheggiai e salii di corsa al primo piano. Zia Cristina pianse di gioia nel rivedermi, dopo otto anni. - Ti sei fatto un uomo - mi disse- sei tutto la buon’anima di mia sorella, pace all’anima sua. I pantaloni lunghi hai. Fatti vedere, fatti vedere. E così dicendo mi girò in torno facendo scivolare il suo sguardo sul mio Principe di Galles. Un figurino sei, un figurino. _ Chissà come sarebbe contento di vederti la buon' anima dello zio Giovanni. Poi sedette nella poltrona vicino al caminetto e mi invitò a sedere vicino a lei, sul tavolino basso. Scostai il vassoio con i savoiardi, la bottiglia a forma di pesce col rosolio giallo, il libro di preghiere e sedetti. - Devi essere stanco - continuò zia Cristina, mentre mi porgeva un fragrante savoiardo. Ma raccontami come vivi a Milano, del tuo lavoro, dei tuoi amici. Raccontai molte cose e mentre parlavo osservavo la sua alta figura un pò curvata dagli anni, i capelli neri, bellissimi, pettinati come sempre alla " regina Elena". Finché entrò donna Concetta, la vecchia governante, la quale, rivedendomi dopo tanto tempo, mi fece le feste e mi baciò come un figlio. - Andiamo, - disse zia Cristina. - La tavola è pronta e ti ho preparato una bella cenetta. Da anni non mangiavo più con tanto gusto e quei sapori mi fecero ritornare alla mente le vacanze della mia infanzia nelle campagne di zia Cristina: quando lo zio Giovanni era vivo e mi faceva cavalcare le giumente. Riaffiorarono i ricordi di certe notti nell’aia, con i contadini attorno ai falò scoppiettanti, il canto delle cicale, le grosse olive color melanzana arrostite sulla brace, il buon sapore dei grossi pani larghi e piatti. Tutto un grappolo di ricordi che il tempo aveva sommerso nella memoria. Ma era bastato il sapore della salsiccia secca, le olive "cappuccine" il buon vino delle vigne di "Mattè" a ridare vita ai ricordi diluiti nella memoria nei lunghi anni di nebbie milanesi. Zia Cristina rise del mio appetito e per finire mi offrì il dolce più squisito del mondo: i pasticcini al pistacchio.
Omaggio a Dalì
Orologi molli
Segnano fissa l’ora crepuscolare
Nel labirinto encefalostrumentale
Dei manicomi dipinti con il verde fiele
Della civiltà dei consumi
Per le ore psicofisiche dei crostacei.
Nelle ore di punta delle mense
Ricche di arlecchini colorati
Deliranti nel barolo rubino
che distilla farfalle nelle sacche marsupiali
Del tramonto per le ore
Immerse nel nero delle alcove
Di monasteri sconsacrati dall’eccellenza
Vestito da operaio metallurgico
Che suona strumenti persuasivi con musica
Scritta con l’inchiostro di seppie pazze
Di cancro nell’acqua inquinata
Da elementi radioattivi
Che cancellarono Hiroshima
Al cospetto dell' uomo tremante
Per la rabbia dei cannoni che uccidono
L’aria dell’uomo borioso
Capace di mille delitti
A tutte le ore io dico che il regno del sole
Cammina nel segno della dissacrazione.
Stuprando finestre socchiuse
Nel liquido canto dei grilli
Incollati sui capelli degli dei
Nel quarto d’ora delle mammelle
Che schiudono capezzoli rosa
Raccolti nei giardini di plastica
Costruiti a Mathausen
Per la gioia della razza pura
Salita con l’ascensore obliquo
Tirato dal filo spinato
Dei cavalli di Frisia
Disposti a semicerchio
Negli anfiteatri voluti dagli imperatori
Per le ore del massacro
Disegnato col dito accusatore
Sulla lavagna incrinata
Dall' odio rappreso nel grumo di sangue
Che tinge la terra
Bagnata dalla pioggia appiccicosa
Caduta dagli occhi del toro
Sull’arena prigione
Coperta di inutile sole
Che brilla fasullo
Per l’uomo che muore nell’ora non sua
Annusando l’odore del fieno
Che altri più furbi
Porteranno al fienile
Nell’ora fissata dal pittore Dalì.
Mario Fontana
Il Mattino di Siracusa 1970![]()
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