I Racconti

 

Dionisio il Grande, rievocazione scenica in un atto

Don Giuseppe

Due cani a zonzo

Era Lui!

Gibilterra

Il tramonto degli hippyes

La fisionomista

La Zia di Sicilia

Lo chiamavano " Pesce"

Omaggio a Dali

Sul fiume di Mark Twain

 

 

Dionisio il Grande,  rievocazione scenica in un atto

Frugare nella vita dei grandi personaggi della storia è sempre emozionante e, come tale, si rischia di rimanere all’esterno della loro personalità quando si vuole schizzare un “ profilo “ più umano che storico. Infatti, spariti i teatri delle loro imprese e spariti gli scenari, i personaggi si mummificano nel "fatum" che dà loro il diritto al posto nelle grandi industrie conserviere della storia che sono le biblioteche papirologhe e le biblioteche della civiltà cartacea. Ed è solo con la fantasia, che in questo caso viene in aiuto alla storia, che si possono ricostruire scene e personaggi e dare loro un ritmo vitale alla mortale fissità della storia, la quale; in ultima analisi, altro non è, se non l’ultima condanna alla temporale condizione umana dell’individuo. E poiché il Teatro riscatta dal “fatum” i personaggi di qualunque tempo ci serviremo della fantasia, del Teatro e di una " carrellata " sulla storia del " nostro " personaggio, Dionisio il Grande, per avere un’idea del più grande tiranno della Magna Grecia. Innalzeremo immaginari scenari su un grande palcoscenico e con un “canovaccio” estemporaneo porteremo il grande Dionisio dall’immobilità del “fatum” all’azione umana, invitandolo a dialogare con il popolo siracusano, in una fusione fantastica del passato col presente: unica entità temporale che da agli uomini il senso della vita. Già le strade di Siracusa sono tappezzate di manifesti. La " voce " della presenza di Dionisio al Teatro Greco, ha fatto il giro della pentapoli. Tutti ne parlano, molti si chiedono chi possa essere Dionisio, altri rispondono di non averlo mai conosciuto. Ma il Teatro Greco è già gremito di folla, con i carabinieri in alta uniforme con i " portoghesi " ricchi e squattrinati che occupano i posti d’onore. In alto la i piccionaia " con giradischi, patatine fritte e coca cola. La scena, immaginaria, rappresenta le turrite mura della reggia di Dionisio drappeggiati con lunghissimi veli neri. Al centro della scena una pira. Sulla pira la salma di Dionisio. I musicanti nel Konistra. Niente musiche registrate per ordine di Epicarmo. L’architetto Myrilla, con cravatta a farfalla, (fa molto architetto), anziché dell’unguento che distribuì all’inaugurazione del suo Teatro, getta su un braciere una manciata d’incenso, molto più economico, facendo passare la voce che la colpa di tale economia è da addebitarsi all' E.P.T. che spesso stringe i cordoni della borsa. Comunque, la porzione di aria profumata all’ incenso è abbondante e tutti ne sono già storditi. Tre colpi di gong zittiscono gli spettatori. Una trentina di danzatrici danzano intorno alla pira. Gli ahimè si sprecano. Il dialogo ha inizio.. 
Una voce dalla cavea: " Alzati Dionisio, so bene che non sei morto! Le danzatrici in coro: " Con grande dolore del popolo è morto Dionisio e tutti ne piangiamo la fine!
Dionisio, (sdraiato sulla pira:) " Se non fossi morto pensi che rischierei di bruciare su questa pira?    
Un’altra voce dalla cavea: " Sei stato capace di ben altre cose.     
Dionisio:" E’ vero, ma ci tengo ad affermare che la mia pelle è la pelle di un re, ma siccome sono anche un burlone ogni tanto, faccio tagliare i legni più resinosi e profumati d’oriente e mi ci sdraio per burlarmi anche della morte!
Una voce dalla " piccionaia ":" Buffone!
Dionisio:" Non solleticare il mio istinto beffardo altrimenti mi farò beffa di te poiché basta ch’io ti guardi il sedere per dirti se sei figlio di puttana.

Tutti si sganasciano dalle risa e gli sguardi e i gesti allusivi del pubblico sono puntati sul maldestro giovanotto.
Intanto, fra il pubblico, sono molti quelli che slacciate le cinture e abbassati i pantaloni torcono il busto e allungano il collo per scoprire qualche segno sul posteriore. Naturalmente non trovano nessun segno misterioso e la burla provoca irrefrenabili risate. Finalmente il pubblico si ricompone e il dialogo continua. Dionisio, intanto, è sceso dalla pira e si è avvicinato al proscenio.

Una voce: " Dionisio corre voce che tu, oltre ad essere un burlo sei anche un sacrilego.

Dionisio:" Dici bene, figliolo, ma forse, a tal proposito, non sai l’ultima. Un giorno in Ortigia, passando davanti alla statua di Giove Olimpico mi innamorai del suo pesante mantello d’oro. Ordinai ai miei ministri di prenderlo e di portarlo nella mia reggia; ma quei miserabili non osarono eseguire i miei ordini; allora, io stesso, con le mie mani, presi quel prezioso mantello. E quando i miei ministri mi chiesero il perché del mio gesto li burlai mettendo al posto del mantello d’oro un mantello di lana, e dissi loro che quello d’oro in estate si riscaldava troppo, in inverno si raffreddava molto facendo soffrire tanto il povero Giove. Invece, il mantello di lana andava bene per tutte le stagioni.  
Il   pubblico, ancora una volta si sganascia dalle risa.
Un " portoghese " ricco:" Dionisio, mi risulta che sei anche un profanatore di templi.
Dionisio: "Si, non ti nascondo che trovandomi in Epidauro tolsi la barba d’oro al simulacro di Esculapio perché suo padre, Apollo, non l’aveva e mi sembrò una irriverenza nei riguardi del padre. Ciò vi farà ridere perché oggi a portare la barba sono i figli e i padri si tingono i capelli per sembrare giovani. Comunque, affinché tu ti renda conto che non sono un re cretino ti dirò che ho sempre tolto dai templi tutte le tavole d’oro consacrate agli dei, poiché, nella loro infinita bontà, non si sono mai ribellati. E le tazze e le corone d’oro e di argento che le statue tenevano in mano, non era forse un invito a prendermele?
Una voce:" Dionisio, sei una spugna inzuppata d’oro!
Un’altra voce: " Quasi quasi proporrei di eleggerlo Sindaco di Siracusa 70.
Dionisio:" Se fossi il Sindaco di questa città vedreste galleggiare molti cadaveri nelle limpide e azzurre acque del nostro mare.
Ma io sono un re e non posso più tornare indietro. Nessuno, nemmeno io stesso riesco a misurare la mia grandezza. Posso solo paragonarla alla grandezza della Magna Grecia. Ho sempre amato la mia terra e ho sempre difeso con tutte le mie forze la classicità greca. Mai mi sono abbandonato nelle fragili braccia del fato. Ho sempre usato la mia volontà e ho sempre combattuto tutti i sentimenti negativi. Nelle sconfitte non ho mai incolpato il destino. Delle mie stoltezze, fiori del male di tutte le tirannie, io solo ne sono il responsabile. Gli dei non esistono. Io non li conosco! 
Un " galoppino": " Dionisio, sei grande!
Dionisio: " Non tutti la pensano come te. Mi dicono che ho sempre amato la ricchezza e l’oro, ma l’oro è utile ai vivi non ai morti né agli dei e senza oro non sarei quello che sono e sempre, in un modo o nell’altro, me lo sono procurato pur sapendo che più la ricchezza aumenta, più si mette in rischio la propria pelle perché altri, molti altri, la vorrebbero. Il tradimento diventa l’ombra maligna dei giorni e delle notti. Il villano dorme le sue notti sotto le stelle e non ha paura. Io dormo le mie notti nella mia reggia chiuso nella mia camera, guardata da numerosi soldati e circondata da profondi fossati colmi d’acqua e la mia ombra mi turba. Comunque sono un uomo felice e fortunato.
Una voce: " E’ vero dunque che quando tua madre fu gravida di te sognò di partorire un satiro e gli interpreti dei sogni le dissero che colui ch’ella avrebbe partorito sarebbe stato il più fortunato e il più felice di tutti i Greci?
Dionisio:  " Se così non fosse sarei morto da un pezzo ma io non mi sono mai fidato di nessuno nemmeno dei mille e mille occhi posti a difesa della mia incolumità, che ho dovuto pagare a peso d’oro. E questo mi ha giovato, infatti, come vedi a sessant’anni ho fatto preparare la mia pira per burlarmi anche della morte. No, gli indovini Galiceti non si sbagliarono!
Una voce:" Dionisio, ma non pensi che quarant’anni di tirannia siano già troppi? 
Dionisio: " Giunsi  alla tirannide per mia volontà e non per volontà degli déi, per guidare il popolo siracusano, di­viso da lotte intestine, verso un unico obiettivo: l’unione di tutte le nostre forze contro i nemici cartaginesi. E quando morì Ermocrate, col mio veloce ingegno, riuscii a farmi nominare capitano generale essendo già conosciuto il mio coraggio e la mia abilità nell’arte militare. Gli aristocratici mi tradirono e li condannai all’esilio, e feci uccidere quelli che approfittarono dell’ onestà di mia moglie. Poi sconfissi Amilcare , e Imilcone, suo figlio, mi vinse e si appropriò di Gela e di Camarina e di tante altre terre. Ma la pestilenza fece strage di tutto il suo esercito e con le ali mozze se ne tornò in Cartagine per suicidarsi. Allora io ebbi nelle mie mani tutte le terre di Sicilia e con quattrocento galere, diecimila cavalli, ventimila soldati e diecimila uomini della mia guardia deI corpo pensai di farmi Principe d’Italia. Passai il mare ed espugnai le terre di Locri, distrussi Reggio, assaltai i Crotoniani e superai i Sibariti, appropriandomi anche di un prezioso mantello, famoso in Atene e in Italia per la preziosa fattura e lo vendetti ai Cartaginesi per Centoventi talenti.
Una voce:" Ma come, vendesti un sì prezioso mantello
ai tuoi nemici?
Dionisio: " L’oro si ottiene più facilmente dai nemici
che dagli amici. E poi, i nemici, di oro, te ne danno sempre di più per convincerti che sono più ricchi e più potenti di te. Gli amici, invece, se ti danno dieci, ne pretendono venti e dicono a tutti che ne hanno avuti cinque!
Una voce: " Non ti fidi proprio di nessuno.
Dionisio: " Solo di un cartaginese di nome Surriato mi
fidai, quando mi fece sapere, con delle lettere scritte in greco, che i Cartaginesi, approfittando della mia assenza dalla Sicilia, preparavano un attacco con una numerosa armata.
Feci subito ritorno in Sicilia e mi preparai all’attacco.
Una voce: " Quale premio desti alla spia cartaginese?
Dionisio: " Aveva scritto il vero nelle sue lettere ma quando lo ebbi tra le mani lo feci uccidere perché chi tradisce il proprio paese tanto più facilmente tradisce i nemici della sua gente. E quando Annone, con la sua armata cartaginese arrivò sostenni molte battaglie con alterna fortuna. E fu. Allora  che commisi l’errore più grande che un re condottiero possa commettere: maltrattai i miei soldati e molti di essi mi abbandonarono e persi molte battaglie finché vinsero i cartaginesi ed io fui ucciso a tradimento. Ma Annone, artefice delle mie ultime sventurate battaglie morì anch’egli con la violenza! Egli ritornato in Cartagine volle spadroneggiare. Allora fu preso e accecato e gli furono spezzate le braccia e le gambe finché fu inchiodato su una croce. Anche i suoi figli e tutti i suoi parenti furono uccisi, affinché nessuno avesse ad imitarlo.
Una voce: " Dionisio, le vicende della tua vita, malgrado i morti che hai sulla coscienza mi hanno commosso, perché ti so anche poeta e sotto la tua pelle di tiranno il tuo cuore ha gioito ma anche sofferto come si addice ad un cuore di poeta. 
Un’altra voce: " E’ un assassino, assetato di potere e di gloria, non un poeta!
Dionisio: ---  Datemi una spada che voglio far tacere la voce di quel bastardo il cui timbro mi sembra quello di un  cane di cartaginese. Sopporto che mi si dica vanitoso, sacrilego, burlone, vendicativo, commediante, testardo, opportunista, ma assassino mai!
Un re non uccide mai. Un re regna e sulla via del suo regno nessuno deve sbarrargli il cammino. Chi osa farlo sa quel che rischia. Non ci sono alternative. Il re lo grazia con la morte!
Il pubblico ha ascoltato in silenzio le ultime parole del re. Il cielo è diventato grigio e vomita tuoni paurosi. Avanzano nubi nerastre che rovesciano torrenti di pioggia. Il pubblico fugge spaventato.
Il vento ululante porta via la reggia di Dionisio e i veli neri, strappati dalla furia del vento, si muovono nel cielo tempestoso come grandi avvoltoi. Sul palcoscenico, al posto della pira è rimasto un cumulo di cenere pietrificata.

15/3/1970   

Mario Fontana 
La Nuova Gazzetta 15/3/1970 

Don Giuseppe

Quando don Giuseppe si innamorò di Carmela, aveva superato già da un pezzo la cinquantina. Tuttavia egli faceva e usava di tutto: flessioni mattutine, passeggiate igieniche nei boschetti di nocciole che coprivano la collina a nord della piccola borgata; creme antirughe preparate secondo una ricetta antichissima, tinture per capelli, colla speranza di sembrare più giovane agli occhi dei suoi paesani e soprattutto ai verdi occhi della sua bella Carmela. Tutto sommato appariva arzillo e ben curato anche se la sua eleganza era piuttosto pacchiana. Usava fazzoletti gialli svolazzanti dal taschino della giacca, ghette color caffelatte con bottoncini dorati, camicie a strisce multicolori e cravatte dai colori violenti a disegni vorticosi. Il cappello a larghe morbide falde dava il tocco finale alla sua giornaliera toletta. Bisogna dire che per quanto pacchiano fosse il suo modo di vestire, c’era nel suo comportamento e nella sua alta e snella figura qualcosa che attenuava molto la inelegante classe dei suoi abiti e dei suoi accessori. A ben guardarlo si potevano scoprire in lui la sciolta compostezza dell’incedere, il modo filosofico di osservare tutto e tutti, la nobiltà dei gesti, i bellissimi tratti del viso. I paesani lo rispettavano anche perchè lo sapevano benestante, oltre che ottimo riparatore di scarpe.  Possedeva infatti la botteguccia tappezzata di manifesti beat, con le immagini dei cantanti di moda e, accanto, due stanzette arredate con preziosi mobili provenienti, non si sa come, dal castello dei principi Altibraccia; la più nobile famiglia del paesino, estintasi da almeno cinquant’anni per mancanza di figli maschi. Per una borgata di trecento abitanti quasi tutti poveri contadini giornalieri, la figura di don Giuseppe, il suo lavoro sicuro al riparo dai capricci del tempo, le due stanzette e la botteguccia di sua proprietà erano il non plus ultra del buon partito, (come si dice da quelle parti degli " uomini e delle donne da portare a nozze). Vedovo da almeno due lustri era stato oggetto di attenzione da parte delle famiglie con figlie femmine da maritare ma, in fatto di donne, i gusti di don Giuseppe erano molto difficili. Quando comare Filippa, sua vicina di casa, gli indicava la figlia di Tizio o di Caio egli l’ascoltava in silenzio, poi, con parole appropriate le faceva l’analisi anatomica della femmina in questione e invariabilmente trovava gravi deficienze nelle misure delle mammelle, nella lunghezza cosce e concludeva la discussione dicendo: Vede, cara comare, ho avuto la sfortuna di essermi sposato giovanissimo, cioè quando gli occhi della passione si concentrano sulla femmina esclusivamente verso un unico obiettivo e voi, che siete donna di mondo, potete immaginare quale. Sul principio il resto non conta, almeno finchè si vivono i giorni della passione. I " poi " vengono dopo, quando il fuoco comincia a trasformarsi in cenere. Allora la vista ritorna normale e si cominciano a scoprire i difetti e i pensieri diventano amari e il cuore batte più lentamente e... "          Ma voi siete stato felice con la buon’anima di vostra moglie " rispondeva comare Filippa. " Mi adattavo e mi arrangiavo non potevo fare altro e, in fin dei conti, Giovanna, pace all’anima sua, era i una donna onesta. Ma se mi devo risposare la donna me la scelgo io, per come ho fatto, secondo i miei gusti: piena che il letto me lo de  ve riempire di curve. Comare Filippa si stringeva nelle spalle e prima di andarsene raccomandava a don Giuseppe di non fare sciocchezze con Carmela essendo molto più giovane di lui e, prima o poi, si sa come vanno a finire queste unioni.   Pensate ai fatti vostri "rimbrottava don Giuseppe; più che mai convinto del suo amore per Carmela. E mentre comare Filippa si allontanava sentiva che il martello di don Giuseppe batteva la suola con più forza mentre canticchiava sotto voce un vecchio ritornello che parlava d’amore e d’invidia. Le giornate di don Giuseppe trascorrevano tranquille. Ogni tanto lasciava il suo dischetto , andava al caffè, chiacchierava con gli amici. Nel pomeriggio egli si incontrava con la sua bella Carmela e regalava mazzolini di fiori di campo, scatole di cioccolatini strappacuore. Carmela accettava sorridendo ogni regalo e lo ringraziava baciandolo sulle guance. Lui se la mangiava con gli occhi, indugiando lo sguardo sugli armoniosi altorilievi che     la veste  aderentissima accentuava. Poi la prendeva sotto braccio e lentamente scendevano verso la piazza per la consueta passeggiata sotto gli occhi di tutto paese. Occhiate perforanti incrociavano da ogni lato il corpo di Carmela, lei sentiva quegli sguardi e solleticata nel suo orgoglio di femmina sbilanciava un po' l’andatura provocando un armonioso quanto eccitante  movimento delle natiche che provocava in don Giuseppe, ondate di intima, selvaggia gelosia. Il fidanzamento durò alcuni anni e il loro amore fu sulla bocca di tutti, sempre più colorito di nuovi particolari. Ancora oggi in quella piccola borgata un " cantastorie " canta di Giuseppe e di Carmela e tutti si commuovono, soprattutto negli ultimi versi, quando le note basse della chitarra sottolineano la fine del povero don Giuseppe; morto d’infarto alle prime luci dell’alba, della prima notte di nozze.

Mario Fontana
La Nuova Gazzetta 10/5/1970

Due cani a zonzo

Stock e Alì sono due cani alla buona, di quelli che non hanno mai messo piede, pardon, zampa, nei saloni di bellezza canina. Amanti della libertà, hanno abbandonato i loro padroni. Ma non si reputano randagi, anzi, della loro libertà ne godono in tutti i sensi e con molta dignità, specialmente da quando hanno scoperto che i "sacchi a perdere " di certi quartieri, sono pieni di piacevoli sorprese. Inoltre conoscono il codice stradale e mai attraversano col rosso e fuori strisce. La loro aria tranquilla e disinvolta, unita alla matematica certezza che la sezione accalappiacani è andata a quel paese, li fa passare quasi inosservati. Mai un bau, bau, mai uno scodinzolamento mai un digrignar di denti, mai e poi mai atteggiamenti provocatori. Nelle domeniche di austerità si sentono un po' a disagio perchè di colpo, tutto quel silenzio, tutti quei grossi barattoli a quattro ruote fermi lungo le strade e tutta quella gente che usa le zampe, pardon, le gambe, è uno spettacolo inusitato a cani educati alla civiltà motorizzata. E quando arriva la giornata del grande silenzio, Stock e Alì si guardano nei loro occhi increduli e sempre insieme girano di quartiere in quartiere. Ed è interessante ascoltare i loro dialoghi domenicali. Ve ne trascrivo alcuni tali e quali, senza togliere nulla.
Stock: - Dove sei nato Alì?
Alì: - Uffaaa! Te l'ho detto tante volte che sono nato nel Sahara, che sono stato allevato da un beduino, che sono, stato venduto a un italiano, che sono profugo dalla Libia, da quando, insieme al mio ex padrone, siamo stati cacciati da quello, come si dice, come si chiama, come lo chiamano, ma si, ora ricordo, lo chiamano caporale, anzi sergente, forse capitano, oppure ammiraglio; no, che è beduino come me, ne sono certo perchè è nato in una famiglia nomade, ma, insomma caporale, beduino o ammiraglio non cambia nulla.
Stock: - Cambia, cambia, tutto cambia. Vedi, per esempio quel tizio che cammina davanti a noi, ma si, quello con la giacca di pelle, ebbene, ieri era alto appena quarantacinque centimetri, te lo assicuro, l'ho visto dentro la sua " sprint", quella con l'antenna zebrata, alta tre metri. E' incredibile come in una sola notte si possa allungare più di un metro.
Alì: - A proposito di allungare, se troviamo quella macchina rossa che l'altro giorno per poco non ci mise sotto, allunghiamogli un bel tiretto. Sai che facciamo? non potendo sgonfiare la boria del mafioso che la guidava, gli sgonfieremo le ruote? Tutte e quattro.

Mario Fontana
La Pentapoli  26/1/1974


Era Lui

Lo incontravo tutte le mattine con la borsa della spesa e"la Sicilia" accuratamente piegata sotto l'ascella sinistra; il viso  pallido, l'andatura elegante. Acquistava pesci e frutta nei carrettini del mercato, spendeva misuratamente il suo denaro. Attraversava Piazza Venticinque Luglio, entrava nel "Caffè Bianca" sceglieva un posticino appartato, apriva il giornale e da quel momento, non guardava nessuno in faccia: tranne il cameriere per ordinargli il solito cappuccino. Eravamo amici,  sapevo che non aveva problemi finanziari, era economo, senza essere avaro. Poi lo persi di vista. Scartai l'ipotesi della sua morte. Mi chiesi dove mai si fosse cacciato.
A distanza di anni lo pensavo con i capelli radi e bianchi, curvato dagli acciacchi, di cui spesso si lamentava.
L' altro giorno, annoiato, osservavo la noia della gente nei caffè di Piazza Archimede, quando vedo un
tale, abbronzantissimo, in camicia azzurra e pantaloni grigi. Sulle prime mi sembrò uno dei tanti turisti estivi, poi lo riconobbi e lo chiamai per nome. Era Lui.
Con un sorriso giovanile si avvicinò tendendomi la mano. Parlammo di mille cose ed io gli ricordai gli incontri mattutini al mercato, la sosta al "Caffè Bianca”.
- Acqua passata - mi rispose. Quella vita sempre uguale mi aveva chiuso dentro un cerchio e presto mi avrebbero fatto i funerali. Un giorno,spezzai quel cerchio e partii.
Da allora viaggio spesso e me la godo un mondo.

Mario Fontana

Gibilterra

La Queen Federica, immerge le ancore nel blu turchino della liscia rada di Gibilterra scoppiettante di sole, dopo la lunga corsa nell’oceano imbronciato: dalla babelica New York alle verdissime Azzorre, alla signorile Lisbona, così atlantica eppure così mediterranea. La “roccaforte” è laggiù, col profilo possente e ondulato dipinto nel cielo, assieme ai colori delle case sparse nel verde, come frutti d’un gigantesco albero, radicato nella ciclopica rocca che mi guarda potente e indifesa nello stesso tempo; facendomi pensare alla sua storia, così legata alla forza e alla paura dell’uomo. Colonna d’Ercole fatale ai coraggiosi che oltrepassandola sfidarono l’ira degli dèi; terra di conquista da parte dei fenici, dei greci, dei Cartaginesi, dei romani, dei barbari e spina nel cuore della Spagna che vorrebbe porre fine alla mutilazione della sua terra. Intanto, un grosso battello è accostato e in fila indiana, per la ripida scala scendiamo ad occuparlo per portarci a terra, dove sono sorpreso dalla caratteristica linea delle carrozzelle giallo dipinte: così diverse dalle “nostre” e da quelle viste al Central Park di New York. Ma preferisco andare a piedi, per “gustare” la gaia atmosfera della città nuova, tutta da scoprire, per rendermi sempre più consapevole di come è fatto questo mondo, lontano dai muri di casa: così vivo e così diverso dalle coloratissime cartoline che i turisti usano inviare agli amici in pantofole. Niente carrozzelle dunque, né taxi come qualche volta avevo optato a New York a Boston a Montreal in Canada o a Halifax, nella Nuova Scozia; ma, in quelle terre ero condizionato dalle enormi distanze. Il mondo visto a piedi è diverso: le immagini non sfuggono, lo sguardo si ferma sulle cose, le mani possono toccare un albero, sfiorare un fiore, stringere una mano. Ci si può fermare per raccogliere nella memoria tutta la luce dell’alba e del tramonto, ci si può sdraiare su un prato, gioire della natura che ci circonda. Questi, i miei pensieri e le mie riflessioni mentre cammino per queste strade così variopinte e animate; ascoltando dialoghi in inglese, spagnolo, arabo, francese. E ai lati delle strade, sugli oleandri fioriti, giocano bertucce rincorrendosi, saltando di ramo in ramo e guardando tutto e tutti con occhietti lucidi e pungenti. Ecco la Main Street, la strada principale, coi bazar colmi di merce. Una ragazza spagnola mi offre nacchere, mo­strandomi come si adattano alle dita, mentre accenna sinuose piroette. In alcune vetrine vedo cumuli di giade, cestini col­mi d’ambra, oggetti d’oro opaco. Tutt’ attorno è un movimento pittoresco e i rossi, i gialli splendenti e gli azzurri delle case, sembrano fondali da operetta. Ma Gibilterra non è solo quella che io vedo, so bene che esiste l’altra parte nascosta nel sottosuolo, che misteriosamente snoda mille tentacoli In almeno ottanta chilometri dl gallerie, costruite dagli inglesi in circa tre secoli di dominio. Guardo l’orologio mi accorgo che il tempo vola in fretta a Gibilterra e devo dirle addio, ma lo dico con tristezza, come quando si lascia un amico.

 Mario  Fontana


Il tramonto degli Hippyes

Gli hippyes ormai, sono giunti alla parabola discendente. Il fenomeno che ha coinvolto la gioventù di tutto il mondo ha le ore contate. I giovani, assieme alle unte lunghe chiome, stanno buttando alle ortiche la comoda filosofia del dolce far niente. Degli hippyes rimarranno le storielle sottopelle come quella che cercherò di descrivere seguendo il filo della memoria. L' inverno, usciva dalle sue ultime giornate. Pronta ad esplodere l impaziente primavera, già gravida di colori e  di umori, scalpitava come nuova giumenta. I campi e le valli e le colline cominciavano a coprirsi di assurdi colori. Solo piccole bianche macchie di neve, sparse qua e là, ritardavano il lungo freddo inverno; più lungo e più freddo di tutti gli altri inverni. Questo lo scenario nel grande campo degli hippyes, attraversato da un torrente, lungo la strada New York -Boston, in una zona chiamata Flodges Village. Ma di notte era diverso, nel grande campo degli hippye Le loro tende e le loro baracche, sparse lontane l una dall' altra, erano sagome nere nel nero notturno. Dopo il cibo della sera, gli hippyes si accovacciavano attorno alle braci e cantavano sotto il cielo nudo. Cantavano e spesso ripetevano una canzone che diceva: Avete mai posato i piedi sul formicaio? Se non lo avete fatto cercatene uno e provate. Il vostro corpo si coprirà di formiche e solo allora vi daremo le nostre ragazze. Alle nostre ragazze piace il solletico delle Formiche. Ripetevano più volte il ritornello e ogni volta le loro voci si facevano sempre più dolci, sempre più sensuali.  Un dolore allo stomaco e Frank Bird fermò la sua Buick ai margini del grande campo degli hippyes. Si sdraiò sul sedile posteriore e con le mani strette allo stomaco attese che il dolore passasse. Poi si addormentò. Si svegliò ch’ era gran buio. Aveva sete. Scese dall’ auto, guardò intorno, vide i fuochi degli hippyes, raggiunse il più vicino. Chiese da bere. Gli diedero da bere. Bevve. Ringraziò e salutò per andarsene.  Resta con noi, " dissi un tipo dai lunghi capelli neri. Rimani " dissero altri. - Si, rimani con noi... con me " una ragazza disse. Sai " continuò, " questa sera sono sola perché è la notte di Mary e il mio ragazzo è con lei, nella sua tenda ma il mio ragazzo non vuole ch’ io dorma sola, " cercati un bel bel ragazzo " mi ha detto prima di andarsene. Si, rimani, " uno disse " vedrai cosa sa fare " Occhi verdi ". " Ti farà vedere il paradiso " aggiunse un tale con gli occhi a mandorla. " O l’inferno "- disse quello con la pipa. --- Se ti ha detto di restare ti conviene " balbettò quello con la chitarra. Frank Bird non era un timido ma quel linguaggio scoperto lo zittiva. Tuttavia la tentazione era forte è reagì al suo mutismo aggiungendosi al coro e cantando anche lui la storiella dei piedi nel formicaio. Da un gruppo vicino si avvicinò un tale e si fermò a un passo di Frank Bird. Questi, accovacciato per terra, osservò la sagoma nera contro il nero del cielo. " ---Hallo, filosofo, " disse "Occhi verdi ", " perché non filosofi un po con il mio ospite."- --- Sai, disse ancora " Occhi verdi" rivolgendosi a Frank Bird, " il filosofo qui presente è convinto che la filosofia hippye sia la diretta discendente della filosofia esistenzialista; ma io dico no perché quella filosofia si sviluppò nel cervello dei figli della guerra e della paura e si attuò rapidamente per bilanciare col godimento dell’ attimo le atrocità subite.La nostra filosofia, invece, è nata dalla contestazione contro il sistema di vita che si è formato attorno a noi e che noi rifiutiamo in blocco, perché ci umilia. Ecco, il punto. La nostra filosofia è nata per contestare l umiliante sistema di vita che ha tolto all' uomo tutte le libertà naturali e lo ha sommerso, plasmato, trasformato da uomo a macchina a ingranaggio sempre più lubrificato affinché nessun attrito rallenti il suo sfruttamento. Oggi, la libertà è fasulla, artificiale, condizionante, unilaterale. Tot ore di lavoro, tot ore di riposo e così via,fino alla morte, dopo un lavaggio del cervello che dura tutta la vita. I grandi capitalisti da una parte, i poveri dall’ altra: gli uni sulla riva destra gli altri sulla riva sinistra. Al centro il fiume, sul fiume grandi cartelli infissi nella melma del fondo ammoniscono: " Chi lo attraversa, muore!. E quando la riva sinistra si ribella gli danno lo zucchero, come ai cavalli prima della corsa. Ma quel che mi da ai nervi è la contestazione del baratto che milioni di uomini fanno della loro fede, della loro libertà, della loro dignità. tesi come sono verso la scalata al potere, cambiando bandiera come mercenari, spesso svendendosi come inutili oggetti. " Su questo, siamo d accordo " disse il filosofo, " ma sono più che mai convinto che noi abbiamo rubato molte cose all' esistenzialismo. La filosofia esistenzialista....." Occhi verdi" abbracciò Franck Bird e gli offrì un bicchiere con qualcosa che sapeva di Gin. Bevve e senti che il calore del corpo di " Occhi verdi lo eccitava. Gli altri bevvero ancora e Frank Bird capì che si stavano drogando, Infatti, ben presto persero il privilegio della memoria, ed entrarono nel grande vuoto. Uno di loro cantò ancora strascicando le parole: " Vuoti i giorni precipitano nel vuoto, cadono nella voragine del tempo. Vertiginosamente precipitano nel fondo. Vuoti... giorni... precipitano... fondo. Frank Bird ascoltava, mentre notava che la sua mente, piano piano, non riusciva a coordinare i pensieri. Quel qualcosa che " Occhi verdi " gli aveva offerto era certamente una bevanda drogata. Ora nel suo cervello, al posto dei pensieri passavano sensazioni, immagini violentemente colorate e distorte, elasticizzate,. capovolte, statiche, rotanti, finché, in uno sprazzo dl lucida incredibile coscienza senti  che il suo corpo precipitava in una voragine nera, profonda, senza fine. Quando Frank Bird si svegliò sentì che le sue ossa  scricchiolavano. Aprì gli occhi e si accorse che era seduto al suo posto di guida, nella sua Buick, con le braccia poggiate sul volante e la testa sulle braccia. Scosse la testa, si stropicciò gli occhi. Attorno a lui non c'era più il grande campo degli hippyes, il paesaggio era diverso. Istintivamente si tastò le tasche. Il portafoglio era sparito. Scese dall' auto, aprì il cofano e constatò che il campionario della ditta da lui rappresentata era sparito. Frank Bird pensò di aver sognato tutto: "Occhi verdi", il filosofo, gli hippyes. Accese il motore e per miglia avanti e indietro cercò li campo degli hippyes. Non riuscì a trovarlo Schiacciò il pulsante della radio e... " questa notte, in un campo di hippyes, uno sconosciuto forse in preda alla droga ha ucciso una ragazza che si faceva chiamare "Occhi verdi". La polizia è impegnata nella caccia all'assassino, forse ancora drogato. Frank Bird si sentì gelare e istintivamente diede un colpo ai freni fischiando, sull' asfalto. Poi, dopo un attimo, aguzzò Io sguardo e come un assassino braccato schiacciò l acceleratore e sparì dietro la prima curva.

Mario Fontana

Sicilia 2000   5/8/1973 


La Fisionomista

Sara, bussò alla porta di casa del dott. Giulio Koller con " Il Giorno " aperto alla pagina degli avvisi economici, e con il " cercasi " che le interessava segnato con un cerchietto rosso. La Signora Clara, moglie del dott. Giulio, la fece entrare, la guardò da capo a piedi, ne osservò la magrezza, le gambe rinsecchite, le scarpe ricucite, la valigetta di fibra verde, il vestitino giallo, liso.
- Di dove vieni ? 
- Quanti anni hai ? 
- Dove hai lavorato prima ? le chiese subito la signora Clara.
- Non ho mai lavorato prima?
- Ho sedici anni. Vengo da Orgosolo.
La signora Clara le disse subito che l'avrebbe assunta. L'accompagnò nella sua stanza, le fece provare uno dei tanti grembiuli lasciati da cameriere di diversa taglia. Ne trovò uno che le andava bene. Poi le mostrò il bagno di servizio e la invitò a mettersi in ordine. Sara si lavò, si pettinò, si aggiustò il grembiule azzurro e si presentò alla signora Clara. Ancora una volta la osservò attentamente, così come fanno i fisionomisti, anzi, in tale materia, la signora Clara era considerata dalle amiche un'ottima fisionomista, capace di leggere nel la figura umana come sulle pagine di un libro.
- Bene, disse, ma ricordati che esigo massima educazione, precisione, e discrezione assoluta .
- Se farai il tuo dovere ti pagherò bene, e la domenica sarai libera.
- In questa casa, continuò, sono passate ventisette cameriere in dodici anni. Tu sei la ventottesima e mi auguro che non farai la fine delle altre.
Sara, si fece coraggio e disse: 
- mi scusi, signora, che significa " la fine delle altre ? "
- Licenziate, perché facevano gli occhi dolci a mio marito.
- Ah fece Sara. E con il piumino che aveva in mano cominciò il suo lavoro.
Quando il dott. Giulio fece ritorno a casa e vide la nuova cameriera la guardò e le chiese il nome.
- E' di Orgosolo, aggiunse la moglie, come Francesca, la cameriera che aveva no i tuoi genitori. Ricordi ? 
Il dott. Giulio rimase perplesso; non disse nulla; continuò a guardare Sara, stupito.La signora Clara a quegli sguardi cominciò a preoccuparsi ma, si disse, che questa volta, assumendo Sara, non aveva potuto sbagliarsi. Il suo esame fisionomico l'aveva convinta che Sara non era, non poteva essere come le altre; e poi lei, conosceva i gusti di suo marito e Sara non doveva essere nell'elenco. Aveva i capelli neri e a suo marito piacevano le bionde; aveva il naso diritto e a suo marito piacevano i nasini alla francese; e i suoi studi sulla fisionomia dell'uomo gridavano che i nasi diritti sono indici di onestà e di rettitudine. Sara, aveva le narici strette e ciò era un altro indice di sicurezza; tutto al contrario delle narici dilatate delle sette Marie, delle quattro Lucie, e delle sei Giovanne avute in servizio. Perché mai Giulio guardava quella mocciosa di Sara con tanta intensità ?
- Ah, i denti - pensò la signora Clara, - non li ho visti i denti -.  Li avrà stretti o larghi, radi, bianchi o
opachi ?
I denti, si disse, non sono da sottovalutare, perché hanno molta importanza, psicologica e fisiologica, come le labbra.
-   Ah, le labbra, eppure non le ha grosse e carnose, quindi non è una ragazza sensuale. Le ha diritte e sottili e nel trattato che mi regalò Claudia c'è scritto, che le labbra sottili sono sinonimo di freddezza. Però, in
quell' altro libro, quello che comprai in Svezia, c'è scritto che le labbra sottili vogliono dire anche perfidia. Il soliloquio della signora Clara allargava gli orizzonti. Le venivano in niente i particolari fisionomici di Concita, la cameriera spagnola la quale, malgrado il suo naso onesto, le rubò tutta l’ argenteria, la impegnò al Monte di Pietà e per scrupolo le fece trovare le polizze, in bella vista, sul tavolino del salotto. E Francesca, la calabrese, con il suo mento piuttosto lungo, presupposto di limpida onestà, non la trovò forse sulle ginocchia del suo
Giulio?
 E Carla, la triestina, orecchie piccole e a svento!a, scambiate per bonaria inclinazione dell'animo, mentre, secondo uno studioso giapponese, sono il segno caratteristico, in linea di massima, del delinquente nato. La signora Clara si rese conto che la sua cultura in materia di fisionomia faceva acqua da tutte le parti. Molte volte, infatti, le era capitato di essersi sbagliata ma, ogni volta, aveva pensato che era stata sbadata, che non aveva guardato attentamente il soggetto. Possibile, pensava che con Sara debba allungare l'elenco delle mie sconfitte? Ne parlò con le amiche, consultò altri libri. Ma il tempo passava, Sara si faceva sempre più bella e il dott. Giulio trovava sempre il modo di regalarle qualcosa. Il vestito rosso, liso, e la valigetta di fibra erano ormai un triste ricordo. Ora, di minigonne ne aveva una dozzina, sempre più corte, sempre più di moda. Il suo maquillage si raffinava, ogni giorno si faceva più sofisticata e spesso usava i costosi prodotti della signora Clara. Le attenzioni del dott. Giulio erano diventate gli incubi quotidiani della signora Clara. Le scenate, a bassa voce nella loro camera da letto, non si contavano più. Ogni giorno si svegliava col proposito di licenziare Sara, ma qualcosa la tratte­neva.  Dopo tutto, il comportamento di Sara non le dava alcun appiglio, nessuna giustificazione per un provvedimento del genere. Era la sua fantasia malata a trovare in ogni parola, in ogni sguardo, in ogni atteggiamento di Sara e di suo marito, un motivo per alimentare la sua inguaribile gelosia; un pretesto per il suo proposito di cacciarla via. Li aspetterò al varco, si disse, ... e allora farò piazza pulita! Il "varco" giunse ben presto poiché, in simili stati psicologici, le occasioni non mancano, anzi si susseguono soprattutto nell'immaginazione. Il cervello diventa una caleidoscopio di immagini sfocate che il " soggetto " accecato dalla gelosia, si diverte a mettere a fuoco, a lucidare, affinché diventino più vive, più reali, più dolorose. Era il diciottesimo compleanno di Sara. Il dott. Giulio ritornò a casa più presto del solito, tirò fuori dalla tasca un piccolo astuccio di seta dorata, lo apri e lo diede a Sara.
- Grazie, dottore disse Sara, è il primo gioiello che ricevo in dono, sono tanto felice.
La signora Clara, livida in faccia, ascoltava senza fiatare. Apparentemente la cosa non ebbe seguito ma, il giorno dopo, mentre il marito era fuori, chiamò Sara e le disse:
- Ti dò gli otto giorni, cercati un altro posto, qui non puoi più restare!
­ Sara andò via subito, senza dire una parola. Sparso sul suo letto lasciò tutto ciò che aveva avuto in regalo. Chiuse alle sue spalle la porta di casa Kofler e si ritrovò nella via con la sua valigetta di fibra verde. La signora Clara, tirò un profondo sospiro, si versò da bere, si avvicinò allo specchio, alzò il bicchiere, e brindò con la sua immagine riflessa. Poi si avvicinò ai telefono, formò un numero e rispose il dott. Giulio.  - - Pronto, chi parla ?
- Caro, sono io -
- Dimmi cara –
- Non c’è più -
- Chi non c'è più ?
- Lei ­
- Chi lei -
-Sara, l’ho licenziata, le ho dato otto giorni, ma è andata via subito.
- No! Non può essere, non puoi averlo fatto! Era una cara ragazza!
- Svergognato, hai pure il coraggio di dirmelo…..lo sapevo che la sua fisionomia mi aveva ingannata.
Ma non succederà più. Da ora in poi…. Assumerò vecchie sciancate e al diavolo la fisionomia!
Ma il dott. Goethe pur avendo il ricevitore all'orecchio non ascoltò le ultime frasi della moglie. Disse solo con un tono disperato:
-  Sara è mia figlia! .

Mario Fontana

La Nuova Gazzetta 7/6/1970


La Zia di Sicilia

Era già sera quando arrivai nel paese di zia Cristina. Gruppetti di uomini sostavano al freddo, davanti al  Circolo dei Galantuomini. I lampioni barocchi illuminavano il lungo rettangolo della piazza circondato di piccoli negozi, di due chiese e di alcuni caffè. La  casa di zia Cristina era vicino alla piazza e riconobbi il balcone illuminato. Parcheggiai e salii di corsa al primo piano. Zia Cristina pianse di gioia nel rivedermi, dopo otto anni. - Ti sei fatto un uomo - mi disse- sei tutto la buon’anima di mia sorella, pace all’anima sua. I pantaloni lunghi hai. Fatti vedere, fatti vedere. E così dicendo mi girò in torno facendo scivolare il suo sguardo sul mio Principe di Galles. Un figurino sei, un figurino. _ Chissà come sarebbe contento di vederti la buon' anima dello zio Giovanni. Poi sedette nella poltrona vicino al caminetto e mi invitò a sedere vicino a lei, sul tavolino basso. Scostai  il vassoio con i savoiardi, la bottiglia a forma di pesce col rosolio giallo, il libro di preghiere e sedetti. - Devi essere stanco - continuò zia Cristina, mentre mi porgeva un fragrante savoiardo. Ma raccontami come vivi a Milano,  del tuo lavoro, dei tuoi amici. Raccontai molte cose e mentre parlavo osservavo la sua alta figura un pò curvata dagli anni, i capelli neri, bellissimi, pettinati come sempre alla " regina Elena". Finché entrò donna Concetta, la vecchia governante, la quale, rivedendomi dopo tanto tempo, mi fece le feste e mi baciò come un figlio. - Andiamo, - disse zia Cristina. - La tavola è pronta e ti ho preparato una bella cenetta. Da anni non mangiavo più con tanto gusto e quei sapori mi fecero ritornare alla mente le vacanze della mia infanzia nelle campagne di zia Cristina: quando lo zio Giovanni era vivo e mi faceva cavalcare le giumente. Riaffiorarono i ricordi di certe notti nell’aia, con i contadini attorno ai falò scoppiettanti, il canto delle  cicale, le grosse olive color melanzana arrostite sulla brace, il buon sapore dei grossi pani larghi e piatti. Tutto un grappolo di ricordi che il tempo aveva sommerso nella memoria. Ma era bastato il sapore della salsiccia secca, le olive "cappuccine" il buon vino delle vigne di "Mattè" a ridare vita ai ricordi diluiti nella memoria nei lunghi anni di nebbie milanesi. Zia Cristina rise del mio appetito e per finire mi offrì il dolce più squisito del mondo: i pasticcini  al pistacchio. Ormai è tardi e andrai a riposare  -disse zia Cristina.  Domani andremo a "Mattè".  Tolsi lo scaldino di rame, mi coricai e dormii saporitamente. Quando l’orologio del Municipio batté le cinque avevo già gli occhi aperti e alla fioca " votiva " di zio Giovanni guardavo gli stucchi del tetto di gusto paesano che ornavano il centro e gli angoli della stanza. La piazza, a un tiro di voce, doveva essere deserta; lo intuivo dal silenzio che filtrava dalle imposte socchiuse. Lontano, zoccoli di muli e di giumente battevano l’acciottolato delle strade. Poi, lentamente, nella strada in salita, sotto il mio balcone, rumore di passi, parole sommesse, incomprensibili. Mi alzai, aprii le imposte e . guardai fuori, verso la piazza. I lampioni erano già spenti. A gruppetti i contadini scendevano verso la piazza imbacuccati nei mantelli scuri, alla ricerca dell’ingaggio giornaliero. Alle otto zia Cristina era già pronta e partimmo verso " Mattè " distante diversi chilometri dal paese, finché imboccammo la stradina sconnessa che sale inerpicandosi per la collina e porta fino alle " case ", attraverso due ali di agavi e di ulivi. Turi, il nuovo mezzadro ci salutò. Nello spiazzo davanti alle "case" razzolavano le oche e le galline.  Gli odori di "Mattè" erano sempre gli stessi ma su tutti predominava il buon odore del fieno. In casa ritrovai i mobili in noce patinati dal tempo e i letti in ferro battuto. In un cassetto trovai la mia fionda e quel piccolo legno biforcuto mi commosse e mi fece ricordare la buona mira che avevo nel colpire i passeri al volo. Fuori, il mezzadro aveva acceso un falò e l’odore della legna accesa giunse fino alle case. E quando il falò fu brace ci sedemmo intorno e non ricordo più quante olive arrostimmo e quante ne mangiai. Fu una giornata meravigliosa, come le altre che trascorsi vicino a zia Cristina finché giunse il giorno dello addio. Zia Cristina mi riempì la macchina di tutte le buone cose della sua terra e partii. - Ritorna presto -, mi disse con le lacrime agli occhi. Promisi che sarei ritornato e lasciai il paese di zia Cristina sotto un sole prodigiosamente primaverile e quando giunsi là dove la "provinciale" sale e lascia vedere il paese mi fermai per dare un ultimo sguardo a quel paesino di Sicilia, fatto con un mantello di case adagiate al grande cono rovesciato della collina e colle vie diritte che lo taglia come spicchi di torta. Un paese come tanti, in Sicilia, con una spruzzata di colline intorno e con gli alberi d’ulivo che di sera sembrano fosforescenti. 

Mario Fontana  
La nuova Gazzetta  1/3/1970

Lo chíamavano "Pesce"

Lo chiamavono "Pesce" perchè non parlava mai. Non era muto tutt' altro. Ch' era stato marinaio lo si intuiva dalle mille pieghe della sua pelle cotta dal sole e dalla salsedine e dai tatuaggi raffiguranti sirene e cuori trafitti, che d estate occheggiavano dai grossi buchi della canottiera. Nessuno conosceva il suo vero nome. Non si vedeva mai in giro per l'assolata borgata di pescatori. Di lui si conosceva ben poco. Fu una mattina di tanti anni fa che gli abitanti della piccola borgata trovarono , sulla spiaggia, a pochi passi dal mare, addossata a uno scoglio solitario, una specie di baracca tre, quattro volte pi grande di un canile, fatta di poche assi e di bidoni arrugginiti. Incuriositi si chiesero chi mai l'avesse costruita nottetempo perchè, il giorno avanti, nessuno si ricordava d'averla vista. Un pescatore bussò alla lamiera che fungeva da porta. Nessuno rispose. In un baleno la notizia giunse in tutte le case e a frotte altri pescatori e donne e bambini riempirono la spiaggia intorno a quella baracchetta che, in quel momento, agli occhi di tutti, sembrava un oggetto misterioso. Poi, lentamente, la porta si apri e apparve un uomo sulla cinquantina, il viso asciutto per gran parte coperto da lunga barba e pochi capelli bianchi; gli occhi di un azzurro di profondità marine. Non disse nulla, non rispose a nessuna delle domande che tutti gli fecero. Non chiese nulla. Ma tutti capirono ch'era un vecchio marinaio capitato in quella borgata chissà perchè. Da allora passarono tanti, tanti anni e lui rimase sempre allo stesso posto. Mangi quando ebbe qualcosa da mangiare. Nessuno si curò mai di quel rottame umano. Solo un mendicante di tanto in tanto, gli portò un tozzo di pane e qualche volta un po' di brodaglia, in una consunta gavetta militare. Mai guardò verso gli scogli e verso la spiaggia della rena rossiccia. Il suo viso era sempre rivolto verso il mare e i suoi occhi azzurri si riempivano di una strana malinconia quando qualche lembo di ricordo riusciva a riportarlo verso i porti lontani che aveva visto negli anni di vita marinara; o quando all'orizzonte vedeva passare una nave; poi ricadeva nella sua espressione consueta: assente e smemorata. Passava il tempo accovacciato davanti la sua baracca lasciandosi bruciare dal sole dell'estate e lambire dalle onde nelle giornate di burrasca; o osservava tutto quanto passava entro il raggio dei suoi occhi immobili: pescatori, bambini, cani randagi, barche, e il mare, sempre lo stesso eppure sempre nuove, nell'alternarsi delle stagioni, nel mutare dei venti e delle correnti che ora increspavano la lunga distesa d'acqua, ora plasmavano cavalloni bianchi e spumeggianti. In estate, quando il mare si trasformava in una lucida piattaforma egli si copriva il viso con le mani e conte per un giuoco le faceva scivolare lentamente, finchè i polpastrelli gli scoprivano gli occhi; ma subito rifaceva gli stessi gesti sempre pi lentamente, per ore e ore, come per scoprire qualche cosa di nuovo e di diverso su quel grande specchio di mare. Quando la spiaggia era deserta egli si avvicinava al bagnasciuga, si inginocchiava di schianto e con la mano destra accarezzava la superficie della acqua verdastra con dolcezza e con voluttà come chi accarezza un corpo di fanciulla. Allora le sue labbra si muovevano ed egli dava inizio. al suo dialogo; diceva al mare parole impercettibili mentre lacrime gli riempivano gli occhi e cadevano sparendo tra i peli della folta barba. L'inverno era certamente la sua stagione preferita; i mille rumori del mare burrascoso spezzavano il lungo silenzio della bonaccia * Ora era in compagnia e poteva ascoltare ad ogni ora i rumorosi messaggi delle onde, l infrangersi dei cavalloni sulla scogliera, l' ululato del vento, il crepitar delle saette, il lucubre rotolare dei tuoni; poteva guardare il rincorrersi delle nuvole basse, il formarsi di nuove dune di sabbia sulla spiaggia. Tutto ci egli vedeva e sentiva e ne ascoltava le voci con la stessa rapita espressione di chi ascolta un concerto musicale. Era un intenditore delle mutevoli e terribili voci del mare e se ne stava immobile e rapito, coperto di un vecchio pastrano rattoppato e inzuppato di pioggia e di mare, il vento che gli sferzava il viso, i pochi capelli impazziti nel vento. E quando la burrasca raggiungeva il culmine e cielo e mare sembravano un unico elemento, allora, mescolata ai rumori del mare e all'urlo del vento giungeva nelle case dei pescatori un urlo selvaggio che faceva gelare il sangue alle mogli e alle figlie dei poveri pescatori. Aaaa….nnaaa.… Aaaa…nnaaa…Allora tutti si segnavano e mormoravano preghiere, ma nessuno seppe mai da dove giungessero quelle grida disperate, simili all'ululato del lupo. Era il "Pesce" che rivolto verso il mare gridava il nome della sua donna, pazzamente amata e uccisa dal mare! La tempesta gli ricordava quel doloroso episodio e lui aveva scelto di vivere a pochi passi dalle onde per essere sempre vicino alla sua donna, nella folle attesa della sua donna, che il mare non gli aveva mai restituita! Un giorno, trovarono la capanna vuota. Tutto il paese lo cercava. Poi, una sera una barca, assieme al pescato, deposto sulla spiaggia rossiccia fu trovato un corpo tatuato. Era lui, il "Pesce" sul lato sinistro del petto rigonfio di mare, tutti lessero un nome: Anna.

Mario Fontana
La Nuova Gazzetta  26/4/1970

Omaggio a Dalì

Orologi molli
Segnano fissa l’ora crepuscolare 
Nel labirinto encefalostrumentale 
Dei manicomi dipinti con il verde fiele 
Della civiltà dei consumi 
Per le ore psicofisiche dei crostacei.
Nelle ore di punta delle mense 
Ricche di arlecchini colorati 
Deliranti nel barolo rubino
che distilla farfalle nelle sacche marsupiali
Del tramonto per le ore
Immerse nel nero delle alcove 
Di monasteri sconsacrati dall’eccellenza
Vestito da operaio metallurgico
Che suona strumenti persuasivi con musica
Scritta con l’inchiostro di seppie pazze
Di cancro nell’acqua inquinata
Da elementi radioattivi
Che cancellarono Hiroshima
Al cospetto dell' uomo tremante
Per la rabbia dei cannoni che uccidono
L’aria dell’uomo borioso
Capace di mille delitti
A tutte le ore io dico che il regno del sole
Cammina nel segno della dissacrazione.
Stuprando finestre socchiuse
Nel liquido canto dei grilli
Incollati sui capelli degli dei
Nel quarto d’ora delle mammelle
Che schiudono capezzoli rosa
Raccolti nei giardini di plastica
Costruiti a Mathausen
Per la gioia della razza pura
Salita con l’ascensore obliquo
Tirato dal filo spinato
Dei cavalli di Frisia
Disposti a semicerchio
Negli anfiteatri voluti dagli imperatori
Per le ore del massacro
Disegnato col dito accusatore
Sulla lavagna incrinata
Dall'  odio rappreso nel grumo di sangue
Che tinge la terra
Bagnata dalla pioggia appiccicosa
Caduta dagli occhi del toro
Sull’arena prigione
Coperta di inutile sole
Che brilla fasullo
Per l’uomo che muore nell’ora non sua
Annusando l’odore del fieno
Che altri più furbi
Porteranno al fienile
Nell’ora fissata dal pittore Dalì.

Mario Fontana
Il Mattino di Siracusa 1970

Sul fiume di Mark Twain

Un guasto al motore ci ha fermati in una  delle venticinque chiuse che si incontrano da Minneapolis a Saint Louis e servono egregiamente a superare i dislivelli del Mississippi. L’acqua attorno al nostro battello rispecchia la fitta vegetazione delle rive e una in fetta di azzurrissimo cielo. Grandi uccelli passano veloci e bassi sopra di noi e possiamo distinguere tutta la gamma delle loro piume colorate. Ma il tempo scorre lento sul Mississipi e il caldo e l’attesa ci invitano a svuotare le casse di birra che i miei amici hanno avute in omaggio da una casa produttrice in cambio di una reclame inchiodata a prua e carica di parole gialle e rosse  . lo mi trovo a bordo casualmente. Ho chiesto un “passaggio” a Tony, che è il padrone del legno, per raggiungere una località a due giorni da Saint Louis dove incontrerò un mio vecchio  amico negro il quale, con la moglie Concita, lavorano un campo di cotone. A bordo del " Luison " sono stato accolto con gran simpatia e Tony mi fa le sue confidenze: “L’idea del viaggio sul fiume di Mark Twain nacque durante una chiacchierata tra amici. Per il finanziamento pensammo di rivolgerci alle case produttrici di tutto ciò che ci sarebbe servito durante il viaggio in cambio avremmo tappezzato di reclame tutto il mio legno “. Tutti sono stati molto generosi con noi e ben presto la stiva si à riempita di ogni ben di Dio: scatole di cioccolato, carne, biscotti,  sigarette, nafta, birra e una buona quantità di oggetti, i più disparati. Ora, continua Tony, non ci rimane che l’avventura, e tutti gli imprevisti, comprese le bizze del motore; ma speriamo di cavarcela; il fantasma di Mark Twain ci guiderà. Tony disse le ultime parole guardando lontano, poi in battè la pipa sul bordo del battello e sparì nel " pozzetto " di poppa. Ora a bordo siamo in cinque. Tony, padrone del " Luison ", grassoccio, generoso, sempre in canottiera, sempre scalzo, gran bevitore di birra, simpatico,  destinazione comandante. Frank, ex pugile, supertatuato, ex marinaio, sem­pre con un “fumetto” a da portata di mano, ex cuoco, destinazione cucina. Bili, negro, motorista, alto, dinoccolato, denti bianchissimi, sorriso adeguato, buon meccanico, destinazione motore. Mary, pittrice, amica di tony, tutta sex, sempre in due pezzi, sempre tutta vista, sentimentale, destinazione amica di tony. Lucy, costume da bagno con figure awayane, amica di di tutti, generosissima, destinazione S.O.S. equipaggio. Mario, autostoppista fìumarolo, destinazione ospite gradito. Ma ora, fermi come siamo, il mio breve viaggio mi sembra senza meta e senza tempo. Mi avvicino alla botola, guardo giù e vedo Bill che armeggia con competenza il suo motore,  avvita un altro dado, alza gli occhi verso di me e dal suo sorriso denoto che è riuscito ad  aggiustare il guasto. Poco dopo, infatti, il motore gira e tutto il battello vibra come per scrollarsi la noia della lunga attesa. Ripartiamo e dopo alcune miglia il fiume si allarga tanto che non si vedono più le rive e sembra mare. Ora incrociamo grossi battelli che lentamente vanno controcorrente ma non sono più i famosi battelli a ruota ma i nuovi " riverboad " grosse navi color alluminio che sembrano nate dalla fa fantasia del Verne. Mary,  mi dice: “ Non ti sembrano astronavi?”.  Annuisco ma senza convinzione perchè, in quel momento disteso sulla sdraia,  con le mani dietro la nuca, penso a Mark, come si pensa a un vecchio amico che non si vede da anni. Mary continua: " Non capisco perchè hanno  dato  l’alluminio alle navi del Mississippi, Mark Twain si sarà rivoltato nella sua tomba. Che tristezza, queste  navi come astronavi, come serbatoi di raffinerie! " Ma il suo era quasi un monologo. lo pensavo a Samuele Clemens, soprannominato Mark Twain, ed ero proprio nelle acque del suo  amato fiume e mi pareva di vederlo ora mozzo ora pilota, ragazzo e uomo, scendere e salire il Mississippi su suoi battelli a ruota. E alla luce del tramonto, anche i pensieri si facevano irreali. Le narici piene di strani profumi, sentivo acutamente la nostalgia di quell’uomo che  non conoscevo ma che sentivo amico del fiume, di me, del tramonto, di quei profumi stranissimi; quell’uomo, che aveva legato la vita di Mark Twain e tutte e due al " padre delle acque ". A poppa, Lucy, accompagnandosi con la chitarra canta parole semplici e dolcissime che danno un senso al tramonto, alle limpide acque, alle rive verdi, di un verde indescrivibile. Tu sei come il cielo, dice la canzone, che vedo dalla mia finestra / quando viene la primavera / e porta i rami fioriti  / e le rondini sotto i tetti.
Lucy, costume da bagno con figure awayane, amica di di tutti, generosissima, destinazione S.O.S. equipaggio. Mario, autostoppista fìumarolo, destinazione ospite gradito. Ma ora, fermi come siamo, il mio breve viaggio mi sembra senza meta e senza tempo. Mi avvicino alla botola, guardo giù e vedo Bill che armeggia con competenza il suo motore,  avvita un altro dado, alza gli occhi verso di me e dal suo sorriso denoto che è riuscito ad  aggiustare il guasto. Poco dopo, infatti, il motore gira e tutto il battello vibra come per scrollarsi la noia della lunga attesa. Ripartiamo e dopo alcune miglia il fiume si allarga tanto che non si vedono più le rive e sembra mare. Ora incrociamo grossi battelli che lentamente vanno controcorrente ma non sono più i famosi battelli a ruota ma i nuovi " riverboad " grosse navi color alluminio che sembrano nate dalla fa fantasia del Verne. Mary,  mi dice: “ Non ti sembrano astronavi?”.  Annuisco ma senza con­vinzione perchè, in quel momento disteso sulla sdraia,  con le mani dietro la nuca, penso a Mark, come si pen­sa a un vecchio amico che non si vede da anni. Mary continua: " Non capisco perchè hanno " dato " l’alluminio alle navi del Mississippi, Mark Twain si sarà rivoltato nella sua tomba. Che tristezza, queste  navi come astronavi, come serbatoi di raffinerie! " Ma il suo era quasi un monologo. lo pensavo a Samuele Clemens, soprannominato Mark Twain, ed ero proprio nelle acque del suo  amato fiume e mi pareva di vederlo ora mozzo ora pi­lota, ragazzo e uomo, scendere e salire il Mississippi su suoi battelli a ruota. E alla luce del tramonto, anche i pensieri si facevano irreali. Le narici piene di strani profumi, sentivo acutamente la nostalgia di quell’uomo che  non conoscevo ma che sentivo amico del fiume, di me, del tramonto, di quei profumi stranissimi; quell’uomo, che aveva legato la vita di Mark Twain e tutte e due al " padre delle acque ". A poppa, Lucy, accompagnandosi con la chitarra canta parole semplici e dolcissime che danno un senso al tramonto, alle limpide acque, alle rive verdi, di un verde indescrivibile. Tu sei come il cielo, dice la canzone, che vedo dalla mia finestra / quando viene la primavera / e porta i rami fioriti  / e le rondini sotto i tetti.
Tony mi sveglia di buona ora, mi offre un cognac, ci salutiamo. Tutti sono svegli e tutti mi stringono la mano.

Mario Fontana

da La Nuova Gazzetta di Siracusa 197
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