Apidologia
Arte e violenza
Artisti e critici
Bruciate le stampe visitate le mostre
Durante i bombardamenti i Siracusani invocano il nome di Santa Lucia
Egregio Direttore
Fogli su carta
Germania: il rogo dell'arte moderna
Il più alto grattacielo del mondo
Il restauro delle pitture
Impressioni di un Siracusano nella megalopoli d'America: New York
Incontro con Kodra
Intensificare in Sicilia l'apicultura
I prigionieri ateniesi liberati dai Siracusani furono i primi cantastorie della Sicilia
Italiani Brava Gente
Kitsch, le cose belle di pessimo gusto
L'acciaio nell'arte
La moderna farmacia ha seppellito lo Speziale
L'argilla come Arte
Le catacombe di San Giovanni
Le maschere siracusane nella corte dei miracoli
Le opere di artisti domenicali non reggono alla valutazione estetica
L'eterna validita' dell'arte nell' ansiosa ricerca del linguaggio
L'inflazione della pittura e dei pittori "al magnesio"
Nel Carretto Siciliano i colori smaglianti dell'Isola
Quattro illustri personaggi sul ponte della darsena
Sessanta località per sessanta Week-end
Chi ha detto che un artista non debba interessarsi anche d'apidologia. Anzi, se al mondo esiste un individua che deve interessarsi di tutto é proprio l'artista.
E' non solo per la sua natura di eterno curioso, ma anche e soprattutto perchè e attraverso la conoscenza di tutte le cose, attraverso l'esperienza umana e spirituale,che egli riesce a trasformare in arte uomini e cose.
Eccomi dunque alle prese con l'affascinante
mondo delle api; spronato dal fatto che da molto tempo non si sente parlare in giro, né attraverso
la stampa, di simposi organizzati per discutere su un tema che in passato e stato oggetto di studi e di scoperte scientifiche.
Naturalmente, non è solo l'ape che interessa, ma anche il suo prodotto, cioè quel nettare delizioso che chiamiamo miele.
Da Aristotele a Plinio a Palladio - per citare alcuni dei più antichi studiosi che la storia ricordi - l'ape
fu oggetto di grande curiosità e di studi e alla mancanza di mezzi scientifici essi supplirono con la logica concludendo che il miele,abbondantissimo
e consumatissimo nelle mense dei greci e dei romani,dava un senso di benessere alla salute di quei popoli.
Il diciassettesimo secolo porte nuove scoperte così che la storia romanzata e le osservazioni scaturite
dalla logica lasciarono il posto alla ricerca scientifica
coi nuovi mezzi di studio e di sservazione.
Infatti,con la scoperta del microscopio da parte del naturalista olandese Swannerdam,si riuscì a
contare i ventiseimila occhi dell'ape e si accertò e si stabilì definitivamente di sesso femminile il capo dell'alveare, fino ad allora ritenuto di sesso maschile.
Il parroco Dzerzan scoprì la partenogenesi ed invento
l'arnia a favo mobile.
Il Makring costruì artificialmente i favi di cera per risparmiare alle api tanto lavoro, con grande vantaggio di tempo per le pollinatrici.
Sull'apidologia esiste oggi una fitta gamma di studi e di ricerche e tutti gli studiosi o come ai dice, "gli addetti ai lavori" sono concordi sui benefici effetti del miele.
"La vita delle api" dal Maeterlink e tutto un inno sincero e commosso e la scrupolosità della ricerca
si fa strada agevolmente nella lineare esposizione dei suoi studi.
Il lavoro, l'amore, l'odio, connaturati all'epopea della vita delle api - così come il Maeterlink ce li espone
riescono a farci dimenticare quei morsetti tanto fastidiosi che tutti, più o meno, abbiamo sopportato.
E' giusto, dunque, ridestare di tanto in tanto l'attenzione sui benefici effetti del miele, affinchè ritorni sulle nostro mense, con conseguente vantaggio per l'economia della "nostra Isola".
La Sicilia è ricca di fiori di ogni specie ed è la più adatta regione d'Italia per un razionale allevamento delle api.
Ammenoché non vogliamo attendere gli anni avvenire quando le api troveranno solo fiori di plastica.
Arte e Violenza
Di tempo ne è passato, ma molti hanno ancora nelle orecchie l’eco che si diramò in tutto il mondo della cultura, quando, dal Museo di Valle Giulia, si seppe dell’esposizione della “Merda d’Artista” racchiusa (fortunatamente) in un barattolo opportunamente sigillato e con tanto di etichetta con la dicitura “Merda d’Artista”, seguita dall’autorevole firma dell’artista...escrementario. Si disse, allora, che chi non era dalla parte della “Merda d’Artista” non era dalla parte della cultura e si fece un gran parlare a un concitato agitare dl pollici, ora in alto ora In basso; si disse anche, che la cultura era stata violentata dall’ardire di un artista screanzato, in combutta con la sempre seducente Palma Bucarelli, direttrice, vita naturale durante, dei Museo di Valle Giulia. Tuttavia, la “Merda d’Artista” fu collocata bene in vista in apposito alloggiamento e l’esplosione avvenne. No, non fu il barattolo a esplodere per combustione di gas, ma il mondo della cultura, attraverso le parole e le penne fino al richiesto “crucifige” della sempre giovanile Palma Bucarelli. Uomini di cultura, politici e politicanti e vetusti signori, che dell’arte avevano e hanno un unico concetto legato alla tradizione e, come molti dicono, alla “veduta”, tipo cartolina illustrata e vanno In solluchero al cospetto di paesaggini dipinti da pittorucoli da quattro soldi, gridarono allo scandalo con stereotonici insulti diretti all’artista e alla direttrice del museo; sentenziarono la dissacrazione del museo stesso; per non dire delle rumorose bordate relative all’abbeveraggio finanziario sostenuto dallo stato per ospitare, si disse, barattoli di m... il “pasticciaccio" fu considerato un atto violento e di violenza alla cultura artistica, intesa esclusivamente come tradizione e come “cartolina illustrata”, da appendere per la gioia dell’occhio, perchè non lascia pensare. Ma si trattò veramente di un atto di violenza? E l’artista, è un uomo violento che può produrre violenza? Noi lo escludiamo perché l’unica violenza prodotta dal vero artista risiede nella sua lungimiranza; nel suo vedere al di là della gente della strada e questo, naturalmente, può dare fastidio a qualcuno che vuole vedere la storia col paraocchi, come i duchi dei vecchi frantoi, o come quel gerarca nazista che diceva: “Quando sento la parola “cultura” il mio istinto è quello di mettere mano alla rivoltella”. Ma, in questo caso, il discorso sarebbe diverso perché quando nel pensiero dell’uomo entra in scena la rivoltella, anche in senso metaforico, si fa strada il mostro della violenza e tutti sappiamo o dovremmo sapere, che la violenza è nemica della cultura. Se invece si tiene conto della necessità assolute dell’artista di esprimersi nei modi e nelle forme più consone all’istinto lungimirante che lo fa artista, la parola violenza non gli si addice e non ha più il significato attribuitogli. Al contrario, è violenza pura la richiesta di mezzo milione dl lire per una visita domiciliare da parte di Illustri “artisti” della salute perché essendo in gioco la vita di un uomo, tale richiesta ha l’amaro sapore del ricatto. Ed è violenza l’uccisione e lo sterminio degli uccelli: ‘Kein Urlaubsland we Vogelmord’. (Non è terra di vacanze dove si assassinano uccelli) è scritto negli slogans che appoggiano l’attuale campagna denigratoria nei confronti dell'Italia da parte dell’opinione pubblica tedesca. E fanno parte della violenza più spietata le bombe sui treni, gli scippi, le rapine, i rapimenti, i ricatti. E tutto ciò che ci impedisce dl vivere nella libertà che la legge produce è violenza. L’artista che “ideò”. e “realizzò” il barattolo non era un pazzo, ma un artista dalla mente lucida che volle creare Il simbolo della degenerazione e della dissacrazione di tutte le cose. Agli scippi, alle rapine, alla violenza è da preferire trasparenti bottiglie dl “Orina d’artista”, da esporre In qualunque museo o se volete anche nelle vetrine del negozi.
Mario Fontana
La Pentapoli
Non senza sorpresa, siamo venuti a conoscenza di un certo tipo di organizzazione che fiorisce a Siracusa in seno a una combriccola di artisti i quali ai danno convegno per tessere canovacci di discordie e di sorprusi e per emettere "sentenze " contro chi osa
ribellarsi ai loro ordini prettamente discriminatori.
Ma quel che è peggio è la loro convinzione
di essere padroni di manovrare i fili che nella loro ingarbugliata fantasia,vedono agganciati alle teste di decine di artisti per farli muovere a loro piacimento o per buttarli nel fondo di un cassone, come legnosi Cani di Magonza.
Tuttavia,considerando i risultati, notiamo che come burattinai non hanno certo ne l' estro, ne l'arguzia del famoso don Ciccio Puzzo (che fu il re dei pupi a Siracusa).
Ora, nelle fila dei pupari in questione mancano i Re anche in senso metaforico.
Purtroppo,ad onta della pirandelliana maschera giornaliera, conosciamo tutti i loro (e i nostri) alberi genealogici e non ci risultano ne blasoni, ne geni leonardeschi; l'illustre antenato del piatto pappatorie di oggi fu per tutti la modesta gavetta infiorata di fagioli stagionati. In fondo ciò che emerge dalle loro chiacchere e dalle loro "condanne " non sono altro che le conseguenze, di certi travasi di bile dovuti alla constatazione di ritrovarsi ( in arte) con la pistola scarica, specialmente quando il loro udito è costretto a registrare il boato di certe bordate sparate da artisti incoscientemente sottovalutati.
Recentemente, in occasione di una mostra - mercato, abbiamo ascoltato una loro "sentenza" contro un pittore il quale, essendo allergico ad ogni forma di imposizione e di discriminazione,non aveva accettato di esporvi.
La "condanna": dieci anni di esclusione da qualsiasi mostra che si organizzerà a Siracusa. Il "condannato", essendo un artista che non sente l'ancestrale bisogno di unirsi in combriccola per trovare nell'unione quella forza che altri (uniti in combriccola) non hanno singolarmente,ha solo sorriso,poiché sa benissimo che di solito,in questi casi, sono i " giudici " che finiscono annegati nel loro brodo.
Infatti, le inposizioni, certe posizioni di forza, l'orgoglio che suscita boria, la boria che produce i cosiddetti " palloni gonfiati " non fanno che sciupare energie finché diventa problematico trovare una protesi.
Tuttavia, se invece di arte, vogliono fare (come molti fanno) la conmedia dell'arte, possono esibirsi in cortili già collaudati alla bisogna.
Noi diaciamo no alle chiacchere, no ai sorprusi,no alle discriminazioni.
Diciamo tre volte si alla polemica essendo l'ossigeno e la calamità di ogni manifestazione.
Purchè sia polemica viva, nuova, attuale; tesa all'attrazione del pubblico; polemica costruttiva,insomma,che metta in risalto i problemi nuovi che allietano e affliggono l'artista moderno il quale non ha più un attimo di respiro, costretto a rincorrere i suoi ideali, all' unisono con la storia sempre più in rapida evoluzione. Bando dunque alle chiacchere e più polemica costruttiva; tanto più necessaria oggi che se non esistesse bisognerebbe inventarla.
II "non partecipo" dei pittore "condannato" è un esempio di come si possa attizzare polemica intorno a una mostra (con o senza mercato) senza la quale sarebbe stata "la solita mostra dei soliti pittori ".
E non è assurdo affermare che se gli organizzatori avessero istituito dei premi (malgrado la nostra preposta in altra sede, i premi ci saranno senpre) il primo premio avrebbero dovuto darlo proprio al pittore che ha ricevuto la "condanna", il quale , intuendo la necessità di attizzare polemica, non accettò di parteciparvi,ben sapendo,ad onor del vero,che così facendo,sarebbe stato sulla bocca di tuttir quindi il protagonista della mostra-mercato.
Tanto era certo che il suo rifiuto sarebbe stato male interpretato. Così è stato. Anche la stampa si è interessata al caso. Ma non era questo ciò che voleva. A questo punto formuliamo l'augurio propiziatore di pace affinchè non avvengano più discriminazioni da parte di quanti hanno scelto l'oscurità dei cortili e tengono discorsi bizantini seduti in covata.
Auguriamo loro che riescano a togliersi le bende dagli occhi e l'amaro dalla bocca.
In fin dei conti,non vogliamo la loro capitolazione, ne vogliamo vederli in ginocchio. Così come altri non vogliono,come qualcuno ha detto, ne fontane ne monumenti.
Chiediamo soltanto la fine di ogni deleteria ostilità e più polemica costruttiva,
affinche l'arte e gli artisti, provenienti da una scuola d'arte e patentati da madre natura, non passino sotto silenzio, sotto questo dolcissimo cielo che invoglia a sonnecchiare.
Questo chiediamo, guardando in faccia la realtà; senza nasconderci ne sopra, ne sotto,né dietro le parole.
Mario Fontana
Certe «svicolate» critiche sull'arte moderna, scritte nella terza pagina dei quotidiani creano spesso una certa confusione perché di solito, data appunto la volgarizzazione dei quotidiani, vanno sotto gli occhi di persone completamente digiune di cultura artistica. Poiché di giornale in giornale la critica segue strade e punti di vista differenti ecco che il lettore, ad un certo punto, si disorienta e si smarrisce. Ed è impossibile trovare un rimedio atto ad arginare tale situazione a meno che il lettore, incuriosito dai pareri discordi di critici differenti, non va in libreria e gradatamente, cominciando dalla preistoria dell'arte, si rende conto di tutta l'evoluzione, artistica.Ma quanti sono quelli che seguono la via più sicura verso la conoscenza metodica e graduale ? Le statistiche ci dicono che i libri d'arte sono molto venduti, specialmente in questi ultimi anni. Considerando ciò dovremmo pensare che milioni di italiani hanno raggiunto una cultura artistica se non profondissima, sufficiente alla formazione di un gusto capace di valutare un quadro, di apprezza re una mostra, di discutere con una certa competenza con gli artisti. Invece, dobbiamo constatare che spesso la cultura formatasi attraverso dispense e libri d'arte acquistati in libreria o dal tabaccaio e letti senza alcun metodo fanno raggiungere a tale tipo di lettore una cultura e una sensibilità artistica capaci di fargli apprezzare le « stampe d'arte» quelle, per intenderci, che quasi settimanalmente si trovano abbinate ai rotocalchi di grossa tiratura. Infatti, l'ammirazione per dette stampe è talmente incondizionata che è raro non trovarle appese ai muri di milioni di italiani di tutti i ceti e di tutte le estrazioni. L'indigestione di dette riproduzioni non accenna a diminuire e continua settimana dopo settimana, con immensa gioia di corniciai i quali, settimanalmente, sono costretti a fare lo straordinario per accontentare i clienti, e sono una marea, i quali aspettano impazienti la consegna delle... opere d'arte da appendere con orgoglio alle pareti domestiche Un tale ci diceva: « Ho quindici Picasso, diciotto Cézanne, una decina di Caravaggio, una trentina di quadri con fiori dei più grandi maestri! Una fortuna! rispondiamo e il tale: « Adesso aspetto il nuovo calendario da una società di assicurazioni, che è una cannonata. Scusi, diciamo noi ma il calendario le serve forse per segnarvi le date delle aste e delle mostre d'arte ? Ma no, fa il tale, non avete capito nulla; dal calendario, ci prendo sei stampe meravigliose che passerò subito le opere... in carne ed ossa. al mio corniciaio di fiducia. Molti di questi collezionisti Vi assicuriamo che non è una barzelletta, infatti basta fare un giro dai corniciai per rendersi conto della confusione creatasi presso un pubblico vastissimo. Migliaia di stampe, oggi come oggi, tappezzano chilometri di pareti, dalla casa dell'avvocato alla casa dello spazzino; dalla villa del medico al « rustico » del contadino, dalla cabina del camionista allo studio del notaio. A conti fatti ogni « collezionista » di,stampe dall'inizio della « raccolta » alla saturazione delle pareti domestiche, (ne abbiamo viste anche in cucina) spendono dal corniciaio cifre che vari no da un minimo di centomila alle trecentomilalire a seconda dei gusti e dei suggerimenti interessati dei corniciai. Tutto ciò a discapito della vera cultura e del di pezzi. . . di carta non sanno che con la stessa cifra potrebbero comprare ad esempio quattro, cinque litografie originali firmate da artisti di fama internazionale e uno due quadri di pittori contemporanei di sicuro avvenire. Invece assistiamo al completo disinteresse del pubblico verso le mostre d'arte, notiamo con rammarico la tristezza di artisti i quali, dopo la « vernice » attendono per giorni e giorni la visita di gente che non varcherà mai la soglia di una galleria d'arte. Eppure l'artista con le sue opere da al visitatore la misura dell'evoluzione continua, incessante, della realtà contemporanea. Bruciate le stampe, fantasmi dell'arte e visitate le mostre.
MARIO FONTANA
La Nuova Gazzetta 11/1/1970
Durante i bombardamenti i Siracusani invocano il nome di Santa Lucia
Ventisette anni: un quarto di secolo.. Ma credo che siano sempre vivi nella memoria dei siracusani i lunghi anni di guerra e di oscuramento materiale e soprattutto morale. Chi non ricorda i fischi e gli scoppi delle bombe e il crepitare delle mitraglie e le cannonate e il suono delle sirene. E le notti insonni, per il susseguirsi degli allarmi; e le corse, al buio, verso i ricoveri. Per quante notti il sonno fu un frutto proibito Avevo poco più di dieci allora, ma ricordo che non ebbi mai paura; a quella età non si ha paura di morire; a quella età non si può essere amici della morte. Forse si ha timore della suggestione che provoca, nella mente dei bambini, la paura dei grandi, le loro grida, le espressioni di terrore; ma non si ha paura. Quando suonava la sirena, di giorno o di notte, salivo sulla terrazza di casa mia e ascoltavo il caratteristico vooom - vooomm dei quadrimotori americani, guardavo le traiettorie dei proiettili traccianti, gli squarci delle cannonate, che nel cielo apparivano improvvisi come grandi fiori neri. Non rinunciai mai a quella incosciente esperienza pur sapendo che una piccola scheggia, di poche once, con il peso centuplicato dalla caduta, avrebbe potuto uccidermi o ferirmi. L’aspra luce dei « bengala » rendeva irreale il paesaggio intorno, i « traccianti » segnavano direzioni imprevedibili, poi, per pochi attimi, tutto si zittiva e subito dopo, mille colpi improvvisi laceravano il silenzio del cielo. Schegge cadevano fischiando e spesso le trovavo ancora calde. La città era quasi deserta; a migliaia i siracusani erano sfollati nella provincia. A volte, verso le due pomeridiane, Siracusa assumeva un aspetto metafisico, come certi quadri di De Chirico; tanto era struggente la solitudine delle strade e delle piazze. La Luna piena: una maledizione. Le tessere « annonarie » per le razioni di pane, di pasta e di carne una efficace collettiva cura dimagrante. L’intrallazzo, (così si chiamava la borsa nera), di ogni genere spillava quattrini dalle poverissime tasche della popolazione affamata, angustiata, impaurita. I ricoveri antiaerei si trasformarono ben presto in putride cloache e in allevamenti di pulci di cimici e di pidocchi; l’umidità la faceva da padrone. Ad ogni fischio di bomba una preghiera, un’invocazione a Santa Lucia scaturiva dalle labbra della popolazione terrorizzata e in pena per i figli lontani coinvolti in un impari lotta nelle desolate steppe della Russia, negli infuocati deserti africani; nel cielo e nel mare. Ogni dialogo, una rievocazione di episodi dolorosi; il racconto struggente di un distacco. Ferite, navi, aerei, bombe, esplosioni, siluri, Tripolitania, Russia,Grecia: tutto un triste Carosello di fatti e di nomi sulla bocca di tutti. Si viveva alla giornata. Al mattino si era vivi, a sera si poteva essere morti. Ad ogni bombardamento i nomi dei feriti e dei morti facevano il giro della città. Si diceva: è morto Tizio o il figlio di Caio. Dopo lo scoppio di una bomba un braccio è stato trovato a quindici metri di distanza. Oppure si diceva di bombe rimaste inesplose in diverse zone della città. E quante volte durante i I bombardamenti vidi le motocarrozzette dell’U.N.P.A. (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) cariche di corpi senza vita, dilaniati, mutilati, maschere insanguinate di uomini e di donne, di giovani e bambini. Ricordo un pomeriggio triste, come lo sono certi pomeriggi di guerra. Era da poco suonata la sirena del «cessato allarme » dopo uno dei più cruenti bombardamenti che Siracusa ebbe a subire. Me ne salivo tutto solo verso Piazza Archimede quando, giunto davanti al tabaccaio di Via del Littorio, (oggi corso Matteotti) mi passò davanti una motocarrozzetta deIl’U.N.PA stracarica di corpi e di membra umane accatastati; e teste e braccia e gambe pendevano dai bordi sgocciolando sangue. Andavano, inutilmente, verso l’Ospedale. Dell’affondamento deI « Conte Rosso» a poche miglia dalla nostra costa, ricordo le motobarche che scaricavano centinaia di corpi alla «marina» proprio vicino “a cillitta” (la fontanella) e per far presto i marinai, pallidi e con la morte nel cuore, li gettavano sulla panchina come sacchi di patate. Ma dovevano far presto, altre centinaia di corpi straziati aspettavano galleggiando nel .,. mare nostrum! A ripensarci quegli anni furono una macabra altalena tra la vita e la morte. Nessuna cosa, nemmeno il sole, riusciva a illuminare i giorni. La speranza di tutti era la fine della guerra. Poi, finalmente giunse il 9 luglio 1943. Gli ultimi, quanto inutili colpi delle nostre batterie contraeree furono sparati in un cielo notturno illuminato da un incalcolabile numero di «bengala » che gli aerei lanciavano appena superata la linea della Targia. Intanto, i rifugi della «marina », di Piazza Duomo e della Giudecca si erano riempiti di gente fino all’inverosimile. Quando fu giorno la batteria di Santa Panagia si svegliò e sparò qualche colpo del 381; poi tacque per non svegliarsi più. I tedeschi cominciarono a fuggire, seguiti dai gerarchi Fascisti. Un silenzio irreale calò su Siracusa, punteggiato da lontani colpi di moschetto e da brevi scariche di mitragliatrici. I soldati della Milmart, abbandonate le batterie di S. Panagia si tolsero le divise, indossarono i vecchi abiti che la gente gli diede e armi e divise furono seppellite lestamente, sotto terra. All’imbrunire, americani, inglesi, indiani, sudafricani, canadesi, occuparono Siracusa, accolti dalla popolazione con fiori e grida di giubilo ricambiati, secondo gli ordini ricevuti, da generose distribuzioni di cioccolato, di corned-bee e di sigarette. Sono ricordi che gli anni hanno ridotto a brandelli nella memoria. Ma non si possono dimenticare, perchè lasciano il segno come la zampata della tigre.
Mario Fontana![]()
Egregio Direttore
Egregio direttore,
con sconcertante indirizzo mentale si continua ad oltraggiare la Sicilia.
Mi riferisco a quanto ha scritto lo scribacchia inglese e dal Corriere riportato il 18 Febbraio u.s.
Con grossolane menzogne,ancora una volta, si tende ad oscurare Palermo;a gettare ombre sinistre su tutta la Sicilia.Per scrivere ciò che il figlio di ... Albione ha scritto : " Nei ristoranti vi possono dare carne umana anzichè quella di maiale " credo sia necessario appartenere anche mentalmente a quest'ultima categoria; altrimenti tali rigurgiti di bestialità non li avrebbe dati in pasto alla stappa internazionale. Certo, la Sicilia è sinonimo di mafia ma per chi non lo sapesse ( e sono tanti) mi permetta di ricordare che dal suo generoso grembo sono nati anche Archimede, Empedocle, Teocrito; quattro papi santificati, una schiera di Santi, di beati, di apostoli e precursori di dottrine. Per le riforme sociali Nicola Spedaliere, per i sistemi filosofici Vincenzo Miceli, per le riforme criminali Tommaso Natale. Ad Emerio Amari, palermitano, la priorità nel campo del diritto comparato; a Rosario Gregorio il merito di essere stato il precursore della storiografia contemporanea.E perché non ricordare i due famosi cavalieri siciliani eroi della disfida di Barletta; e Caronda e Cielo D'Alcamo e Antonello da Messina e Vincenzo Bellini e Giacomo Serpotta e Giovanni Verga e Luigi Pirandello e Quasimodo e Vittorini e Don Sturzo e cento e cento altri degnissimi figli di tanta madre. Per concludere (poiché il silenzio non sempre è d'oro)voglio ricordare l'alto ufficiale tedesco che operò durante la prima guerra mondiale; riferendosi al Corpo d'Armata comandato dal siciliano generale Di Giorgio,testimoniò: " Osservando in battaglia il grande cuore e la ferrea volontà dei soldati siciliani,compresi come l'esercito del Maresciallo Conrad non sarebbe mai giunto a Milano.
Mario Fontana![]()
Fogli su carta
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Al marinaio basta dare un'occhiata alla bussola per essere sicuro di arrivare in porto.
Ma per te che vivi nella terraferma (terremoti a parte),non è facile fare il “punto” per sapere dove ti trovi o dove credi di trovarti. Certo, sappiamo che conosci il nome della tua città, della tua strada, del tuo numero telefonico e del tuo conto in banca.
Sei tanto intelligente che la porta di casa la troveresti anche col nebbione padano e tanto furbo da prendere in giro una volpe. Il guaio è che tu conoscendo numeri e nomi e, forte della tua intelligenza e della tua furbizia, ti credi proprio al sicuro;tranquillo come un prete con parrocchia.
Hai le tue comodità:i tuoi libri,la tua pipa preferita,la tua collezione di di vini e di liquori e magari un bel gatto siamese che ti fa le fusa. Ti senti proprio al sicuro.I tuoi problemi,semmai,sono aritmetici : dare e avere o meglio prima avere e poi dare.
Eppure, anche tu respiri ossido di carbonio e anidride solforosa al posto dell'ossigeno,anche tu bevi concentrati di rifiuti industriali,anche tu mangi estratti di pesticidi e di concimi,anche tu sei coinvolto nel dissacrante circuito dell’ attuale società.
Tuttavia tu ti credi immune e lontano da tanto sfacelo e sei convinto di vivere quest'epoca da vaccinato antitutto, ti credi o sei convinto di essere un marinaio col cuore e il fegato di un corsaro. Nessuna tempesta ti fa paura. Nulla ti nausea. Ma se vivi così,se la pensi così vuoi dire che sei cieco,che sei sordo,che sei insensibile,che non leggi i giornali; che i tuoi pensieri sono,come scrive Sartre - ...pensieri da granchio... fragili come un foglio di giornale cotto dal sole...-
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Molti politicanti rassomigliano ai giocatori di carte: quando perdono,non fanno tragedie, non si tirano i capelli. Si limitano a parlare sottolineando le loro frasi con eloquenti gesti delle braccia e delle mani, che sembrano presi in prestito dal pittoresco campionario gestuale dei pupi siciliani. E’ incredibile quanto riescano a parlare. Son capaci di ripetere mille volte in un giorno la "storiella" della loro più recente sconfitta con l'unica variante del tono della voce: a seconda degli ascoltatori. I più fantasiosi arricchiscono la 'storiella* di sfumature colorite,infiorando nuovi cavilli, per giungere, infine,agli atteggiamenti più vicini alla iconografia sacra. Ed è commovente constatare,il più delle volte,riescano a giustificare la loro “mossa sbagliata” o il “tradimento” dell'amico fidato. Naturalmente,quando vincono alle elezioni è tutta un'altra cosa. I primi a cambiare espressione sono i loro occhi: prima pietosamente atteggiati come si dice, a cane bastonato,poi luminosi e alteri come quelli del “fiero balilla mentre lancia il sasso”.
II saluto. Avete mai fatto caso al saluto “ prima” e “dopo” le elezioni? Quale stupefacente,incredibile, calorosa cordialità “prima” e quale superficiale,disinteressato(scocciato) mugugno “dopo”. Ricordo una storiella delle scorse elezioni. Un neo-eletto venne fermato per strada da un tale che gli aveva dato il voto(richiesto con lettera ciclostilata. Il neo-eletto si fermò un attimo e disse: vado di fretta,mi aspettano a pranzo e non le nascondo che ho una “fame da lupo”!
Disse proprio così: - Ho - una - fa – me - da - lu - po!
***
L'ultima minigonna del giorno la vidi al Bar e il mio sguardo salì dalle caviglie all'inguine,mentre ascoltavo le parolacce del barista che s'era scottato un dito,soffiando vapore nel “cappuccino” di un tale, ch'era giunto con Porsche verde ramarro.
Poi entrò la Marisa con i seni prepotenti e dalla memoria emerse la fanciulla che m'aspettava impaziente, là, dove il pergolato era tutto un intreccio di pampini.
Mario Fontana
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Germania: il rogo dell' Arte Moderna
L’inquinamento della cultura e dell’arte in Germania coincide con il decadimento morale di una società borghese contrapposta dal nazionalsocialismo,alle tendenze rivoluzionarie socialiste. Sono lontani i tempi in cui molti intellettuali e artisti auspicano la prima guerra mondiale por spezzare l'abulia di - questa pace ammuffita, unta e oleosa e per rompere col regime feudale e militaristico di Guglielmo II. La fine ingloriosa della cosiddetta * grande guerra * lascia in eredità oltre alla catastrofe finale,tutti gli urgenti a ingarbugliati problemi politici e sociali: un dopoguerra scottante che borbotta,che innalza lingue di fuoco in ogni angolo della Gormania;insieme all'odio che serpeggia contro gli ebrei,i capitalisti e i comunisti.
Intrappolati in questa cruda realtà vengono coinvolti quanti operano nel campo dell'arte e della cultura: da Bertold Brecht al drammaturgo Arnold Zweigg, al satirico Carl Sternheim,la cui satira sfreccia contro la società berlinese; al pittore Otto Dix.e a molti altri.
Ovunque prolificano associazioni politiche. L'Armata Rossa dalla Ruhr contrasta il “Golpe” organizzato da Kopp,nel tentativo di instaurare un regime militare. Hitler fa conoscere il programma in 25 punti dello SNDAP sorto dalle ceneri del Partito Operaio Tedesco. Il dissenso con la chiesa raggiunge il culmine. L'esercito del Reich è impegnato a reprimere nel sangue quanti, nel centro della Germania,sono impegnati nelle "Lotte di Marzo”. Si contano i delitti politici; dal '19 al '22 : 376. In Italia,il partito fascista raggiunge il potere.La Francia occupa la Ruhr. Hitler e Ludendorf organizzano e attuano il “Golpe” di Monaco che si conclude in fallimento e con l'arresto dei responsabili. Il governo socialista della Sassonia viene rovesciato dall’ esercito del Reich. Ernst Thalmam guida l'insurrezione ad Amburgo.Le bande armate nere dal Reich si macchiano degli assassini di Feme.
In tutto questo marasma di delitti e di rovine,di insicurezza e di sgomento, l'inflazione raggiunge il culmine,trascinando all'impoverimento la classe media. Intanto Hitler viene liberato;pubblica *Mein Kampf* a crea il famigerato corpo delle SS.
La Germania del '26 entra nella Lega delle Nazioni. Goebbels è nominato govematore social-nazionalista, seguito da Himmler nominato capo delle SS. Il crollo della borsa di Wall Street aggrava la crisi economica tedesca : la conta dei disoccupati raggiunge i 4.500.000. II Ministero dell'Interno e della Istruzione pubblica cade nelle mani di Frik,
ministro nazionalaocialista. Esce il decreto “Contro la cultura da negri per la nazione tedesca”. Cominciano i veri guai per gli operatori artistici o culturali. Gli industriali aiutano e appoggiano Hitler con ingenti sovvenzioni. Hindemburg nomina Hitler cancelliere del Reich.Si aggravano ancor più le condizioni degli artisti. Le scintille dell'incendio del parlamento di Berlino accelerano le azini terroristiche da parte degli antinazisti. L'avanguardia artistica viene denunciata come ispiratrice della rivoluzione proletaria mondiale. “ Eliminare” dalla vita pubblica i peggiori rappresentanti della decadenza.Per Hitler,l'arte moderna e sintomo e sinonimo di anarchia politica e culturale o di bolscevismo.Tutti gli artisti moderni vengono additati alla riprovazione popolare.Vengono istituiti “ campi di concentramento” per rinchiudervi tutte le opere d'arte moderna definite da Hitler “ arte degenerata". Così i capolavori di Klee, di Otto Dix,di Kokoschka, di Chagall, di Kandinsky,di George Hrosz e di molti altri vengono tolti dai musei e concentrati nei “musei degli orrori” per sottoporli al giudizio popolo opportunamente catechizzato dai leccapiedi hitleriani. Inoltre, vengono epurati dai musei e dalle gallerie della Germania nazista i capolavori di Van Ghogh,di Gauguin,di Picasso,di Modigliani e di molti , molti altri. A Dessau e a Norimberga a Chemmitz e & Dresda vengono esposti “ gli orrori “ e gli " specchi della decadenza” in contrapposizione della “ Prima esposizione viaggiante d'arte genuinamente tedesca”.
Ma gli strali hitleriani all'arte e alla cultura non hanno come bersaglio solo l'arte visiva;anche i libri sono "degenerati” perché turbano e distraggono il popolo dal fine supremo.L'unica immagine da innestare nel cervello di ogni tedesco è quella di Hitler;l'unico ideale da seguire: il nazionalsocialismo. Piramidi di libri vengono dati alle fiamme.Hans Naumann,ordinario di storia della letteratura tedesca, in occasione del rogo dei libri del 10 Maggio 1933,sulla Karkplatz di Bonn,pronuncia un discorso di cui riportiamo alcuni deliranti brani.
“...0 gioventù accademica della nazione tedesca,brucia dunque a mezzanotte in tutte le università del Reich, ciò che tu sinora non hai certo amato,ma che poteva traviare e minaccio di traviare tè e noi tutti”.E ancora: “ se questa notte un libro di troppo sarà gettato nel fuoco,il danno non sarà tanto grave come se ne avesse lanciato alle fiamme uno di meno.Ciò che sano risorge da solo”. Le espulsioni non si fanno attendere.Chi usava quei libri,chi amava quei quadri e quelle sculture,chi aveva dedicato la propria vita all'arte e all'insegnamento di quella cultura da bruciare e di quelle opere degenerate deve sparire dalla circolazione.
Artisti e scrittori vengono espulsi dall’ incarico di insegnamento: 0tto Dix, Kirchener,Nolde e molti altri vengono licenziati,assieme a moltissimi direttori di musei e di gallerie.
Criticare le opere d'arte è divenuto pericoloso, perche la critica d'arte è proibita. Vige il divieto più assoluto.” Soltanto lo Stato e il partito possono esprimere una valutazione di carattere assoluto”.
Il presidente della Camera delle Arti Figurative del Reich afferma: - Intorno a noi non troverete più queste parti della follia,della tracotanza, dell'ignoranza e della degenerazione”.
E,per accattivarsi la simpatia e la comprensione dei pseudo-artisti e di artisti di mozza tacca aggiunge: - E' um delitto e una vergogna aver tappezzato le pareti dei nostri musei con questa roba,quando nelle stesse città i probi artisti locali avevano poca e nessuna possibilità di esporre i loro lavori”. Così,gli artisti emarginati,gli incapaci,gli accademici; i pittori di “interni", di"animali”; di "motivi romantici”; il pittore che ricerca con orgoglio di razza la raffigurazione dell'uomo tedesco vengono messi sul piedistallo e sostenuti dalla messa in scena con cui vengono organizzate le mostre della “nuova arte” in locali vicini e nelle stesso periodo dove vengono esposto le opere di “ arte degenerata ", per sottolineare, in termini antitetici,la differenza e la stoltezza di quanti hanno voluto e vogliono inculcare la corruzione e la distruzione della cultura nel popolo tedesco.
Ed ecco un brano del discorso gridato da Hitler in occasione dell’esposizione dell'arte degenerata”: "Tutte le chicche di ciarlatani,di dilettanti, di impostori dell'arte verranno snidate ed eliminate". Questi primitivi,cavernicoli balbuzienti dell'arte possono tornare, per quanto ci riguarda, nelle caverne dei loro antenati per dedicarsi ai loro primitivi sgorbi internazionali.
La Casa dell'arte tedesca di Monaco è stata costruita dal popolo tedesco soltanto par la sua arte tedesca.
Anche la Bauhaus,la più importante e lucida scuola
d'arte tedesca,nata dalla genialità dell'architetto
Walter Gropius, cade sotte la persecuzione nazista.
A Hitler danno fastidio i fermenti creativi, le innovazioni, la dinamica politico-culturale
di questa scuola; per il suo carattere, Walter
Gropius e discepoli pensano troppo e ragionane molto.Lo infastidisce soprattutto la
politicizzazione dei suoi componenti,il loro modo
di capovolgere lo “status quo" dei rapporti arte
– industria, fino allora quasi inesistenti.
In un'era dominata, dalla macchina, dalla
tecnologia e dall'industria il rapporto con l'arte,
secondo Gropius, deve essere di collaborazione
reciproca infatti, afferma Gropius - l'assenza
di collaborazione comporta per i prodotti
induatriali carenze qualitative insoddisfacenti
rispetto alla quantità dei valori che nella produzione di massa potrebbero darivare alla societa.Ed è nell'arte che fa leva la chiave di quei valori che ne l'industria ne la macchina possono conseguire autonomamente.
-Gropius dunque, pensa alla 'qualità',si,ma
anche all'estetica. E non solo Hitler ma la
gran parte degli artisti accademici mal
digeriscono simili idee.E' evidente,che il loro
timore deriva dalla sensazione che le idee di
Gropius, possano far perdere loro quei
privilegi di classe acquisiti col consenso
della società borghese nazionalista che li osanna.
Per il borghese nazionalista è un assurdo
il volere identificare la figura dell'artista
sancita dalla tradizione romantica,con la
figura dell'artigiano anche se ora indossa
il vestito dell'industriale. Il sogno di Walter
Gropius finisce il primo Ottobre 1932 con la
chiusura della Bauhaus. Ancora una volta
l'ignoranza,la stupida demagogia,hanno il
sopravvento. Ma le idee rimangono ,
non possono essere attaccate ne dalle
fiamme, ne dalla follia di un solo uomo.
La Bauhaus di Walter Gropius,i suoi
fermenti creativi sono sempre illuminati
e illuminanti.L arte moderna è sempre una
viva realtà.L'ultimo rogo viene appiccato
da mani nazista il 20 Maggio I939. Le
fiamme trasformano in cenere 500o opere
d ' arte degenerata.Adolf Hitler,ex pittore
fallito,ex riformato,ex caporale dell’esercito,
sorride soddisfatto.
MARIO FONTANA
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Il più alto "Grattacielo del Mondo"
Salire sul più alto grattacielo del mondo è quasi un viaggio. Se un giorno o l'altro vi capiterà di trovarvi a New York, dove la fifth Avenue incrocia la trentaquattresima strada, proprio nel cuore di Manhattan, entrate nell' Empire States Building, pagate un dollaro alla bionda bigliettaia, entrate in ascensore e...oplà.
Mentre l'ascensore sale non dimenticate di masticare chewing-gum, vi eviterà il noioso ronzio agli orecchi dovuto alla differente pressione atmosferica. Al cinquantunesimo piano avrete fatto solo una parte del… viaggio. Ancora cinquantuno piani e sarete arrivati.
Altezza, trecentoottantuno metri. Sia di giorno che di sera, lassù, vi accoglierà sempre il vento, ma non dimenticate di entrare nella grande cupola di acciaio e se gli oblò non saranno occupati, come al solito, da romantiche coppiette in cerca di… altitudine, potrete osservare l’ immensa distesa della metropoli; ma lo spettacolo più bello si gode a sera quando New York si trasforma in un oceano di luci.
Dalla veranda sottostante la cupola, protetta da un’ altissima rete metallica, per via dei numerosi suicidi, emozionante e suggestivo guardate più che potete lo spettacolo che vi si apre tutt’ intorno affinché non vi si cancelli dalla memoria perché mai più dall’ alto di un palazzo, vi capiterà di vedere tanto in una sola volta. E se ad un certo punto sentirete dondolare dolcemente il terreno sotto i vostri piedi, non impallidite, non temete, non pensate al terremoto. Il dinosauro della tecnica edilizia da il massimo affidamento. Le sue trecentosessantacinquemila tonnellate di acciaio e di cemento sono una garanzia. E’ tutto previsto: altezza e relativa oscillazione, statica ed estetica. A me piace pensare che si dondola per passare il tempo, anche se i maligni pensano che lo faccia per dare il brivido ai visitatori fifoni che giornalmente superano le trentamila unità. Comunque se già siete decisi a provare tale emozione vi interesserà conoscere alcuni particolari del colosso e qualche curiosità.
Tanto per cominciare, gli ascensori sono settanta-quattro. Le donne addette alla pulizia sono trecento e nel “complesso” vi lavorano quindicimila persone. Ogni mese l’ "Energumeno” ingoia più di due milioni di chilowattora. Le seimilacinquecento finestre danno lavoro ad un esercito di pulitori votati al suicidio.
L' arca su cui poggia, nel 1799 era ancora una campagna di proprietà di John Tompson.
Il faro girevole collocato sopra la cupola fende la notte fino a trecento miglia di distanza. Nelle belle giornate, da lassù, si possono vedere cinque stati dal Connecticut alla Pensylvania, dal New Jersey all' immenso Stato di New York.
Ultima curiosità: se qualcuno di voi vuole scalarlo a piedi può farlo, gli scalini sono, soltanto, milleottocentosessantuno e se avrà la fortuna di arrivare lassù senza l'ausilio di qualche “bomba” tipo giro d'Italia, al ritorno, una bella ragazza, quasi sempre bionda, vi appunterà sul petto una medaglietta di latta con l’ effigie del grattacielo e con l' attestazione scritta in lingua madre locale: ”J’ve been on top” che è come dire: sono stato lassù.
Ma la medaglietta la regalano a tutti anche a quelli che si fanno proiettare dall’ascensore , imbottito di velluto rosso.
MARIO FONTANA
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Il restauro delle pitture
Sono migliaia le chiese che cadono a pezzi: dalle Alpi alla Sicilia. Così, quando il parroco di una chiesa decide di dare il via ai necessari restauri è il caso di gridare al miracolo... Don Adriano Colombo uno di questi ma " ne sono convinto " non chiede applausi. E non ha chiesto molto ai suoi parrocchiani che, per inciso, sono quelli della Parrocchia di San Giuseppe in Bariana : solo una tegola, per ricoprire il tetto della loro chiesa, ormai pieno di acciacchi. Oltre all’intervento della ditta Campana, sono stati necessari: sia l’intervento del pittore Fumagalli, che con molta esperienza e altrettanta sensibilità ha “trovato” la giusta tonalità, per la ricolorazione dei muri e delle antiche travature: sia l’intervento del restaurato Mario Fontana. Ora lo sguardo accarezza il nuovo tetto in larice, le piacevoli decorazioni sottotetto, che sottolineano l’intero perimetro della chiesa; ripulite e restaurate dalle numerose abrasioni, dalla polvere e dal fumo delle candele. E che dire dei bellissimi medaglioni del Penati, più espressivi dopo il pulimento e il riassetto delle decorazioni, che fanno loro da cornici, eseguiti anch’essi dal Fontana. Altri interventi di restauro si sono resi necessari, sia nel primo arco di trionfo sia nel secondo, a causa delle infiltrazioni pluviali che ne avevano rovinato una parte. Infine, é da segnalare il restauro della figura di San Giovanni Bosco, completamente rovinata dall’ eccessivo assorbimento d’acqua ,espulsa dalla grondaia in corrispondenza del dipinto. La malta, composta di calce e sabbia, ricca di sali alcalini, uniti all’azoto dell’atmosfera produce il nitrato di potassa o " come comunemente chiamato " salnitro ,il quale produce quella patina biancastra che deturpa i dipinti murali. Ma per don Adriano,il tempo dei restauri non è finito. Il progetto completo e approvato (visibile in chiesa) prevede l’apertura di un ingresso, molto più grande del logoro attuale portone. Una grande vetrata e, ai due lati: il Battesimo di Gesù e Adamo e Eva finalmente liberati dalle strutture in legno che ne occultano una parte.
Mario Fontana
1989
Impressioni di un Siracusano sulla megalopoli d'America: New York
Chi pensa a New York, senza esserci stato, immagina certamente una città immensa ma le proporzioni rimangono legate all’immaginazione che è sempre approssimativa. New York, supera ogni immaginazione. A formare questa città - stato contribuiscono smisurati quartieri i cui limiti si possono osservare solo sulle carte topografiche. Manhattan, Brooklyn, Queens, Bronx, non sono che alcune zone della mastotondica metropoli le quali, insieme a molte altre, formano la più grande e la più
popolosa città d’America. La Subway, ferrovia sotterranea, unisce tutte quelle vaste zone e chi vive a New York, si accorge, prima o poi, che non può fare a meno di questo mezzo, anche se in garage ha ½ Buick o la Cadillac. La subway è il mezzo più rapido per raggiungere, entro tempi ragionevoli, qualsiasi località. Oltre tutto il mezzo più economico e il pìù sicuro anche se.. tutto sommato, un pò scomodo. Ma chi va in Subway deve adattarsi, specialmente nelle ore di punta, quando fiumi di umanità si riversano e si stipano come datteri nelle capaci vetture. Allora bianchi e neri, indiani e cinesi, operai e impiegati, ricchi e poveri si ritrovano gomito a gomito. Di solito è gente stanca, con gli occhi velati di tristezza e i lineamenti tirati dalla giornaliera fatica, gente desiderosa solo di un po’ di riposo. Le più appariscenti sono le impiegate della City, quasi sempre giovanissime ma anche loro nascondono la stanchezza e la tristezza dei poveri travet, sotto un trucco molto marcato e già disfatto. Ciò che più colpisce è la serietà di quei volti. Mai un riso o l’accenno di un sorriso. Guardavo quelle facce ed erano facce di uomini facce di donne facce di vecchi facce di ragazzi, facce di tutti i colori ma, come denominatore comune, avevano qualcosa che le faceva apparire tutte uguale, standardizzate, disumanizzate, come maschere di antico teatro. Nessuno parlava, nessuno rideva, nessuno tossiva, nessuno si grattava, nessuno guardava le ragazze, nessuno spingeva, nessuno, e ad un certo punto mi sembrò di essere solo, e il tuc -tuc delle rotaie mi sembrò una voce umana. Eppure, pensavo, è gente che tutti i giorni, per anni e anni, si incontra alla stessa ora, sugli stessi treni, dovrebbero conoscersi,volersi bene,raccontarsi qualcosa, magari una barzelletta. Nulla, non succede nella Subway e a volte ero tentato di pestare il piede a qualcuno per provocare una reazione ; non lo feci per non restare deluso. Unica voce quella del controllore il quale, poco prima delle fermate, diceva con voce strascicata, il nome della stazione. Dalla sua bocca ogni nome usciva allungato, elasticizzato, come la chewing che i ragazzi tirano dai denti. Euclid, Lafayette Brighton, Broadway, Times Square li ricordo proprio per il modo cantilenante con cui li diceva. Tutto sommato mi sono sembrati i treni della tristezza, anche per l’impressione ricevuta dalle stazioni che sono spoglie, spersonalizzate, anonime ed emanano sentore di chiuso e di disinfettante; sembrano enormi magazzini di scalo merci. Unica nota di colore, le macchinette rosse e gialle della gomma da masticare della cioccolata ecc. eppure, ogni anno, dalla Subway passano un miliardo e mezzo di passeggeri i quali vivono miliardi di ore ne/le viscere della terra, brulicanti, come vermi tesi nell’ affannosa ricerca dei mezzi per sopravvivere. La sicurezza di questa ferrovia sotterranea, comunque, ha un altissimo margine di sicurezza affidata soprattutto ai centomila occhi elettronici e rarissimi sono gli incidenti. Così ogni giorno uomini di tutte le razze entrano ed escono dalle quattrocentoottantadue stazioni della Subway, invariabilmente estranei, incapaci di scambiarsi un sorriso.
Mario Fontana
Città 7![]()
Incontro con Kodra
Scrivere di Kodra, uno dei più significativi artisti d oggi, è più semplice di quanto si possa immaginare; ma; ad una condizione: bisogna conoscere l' Uomo - Kodra. Io l' ho conosciuto a Milano, grazie al comune amico pittore Mariano Salerno, un pomeriggio dello scorso Marzo. Andammo a trovano a casa e Kodra ci accolse con simpatia. Conversammo a lungo e mi resi conto che di fronte a me. stava un uomo pieno di umanità e di impulsi vitali. Dalla sua voce pacata ascoltai testimonianze di vita vissuta, dei suoi sacrifici sopportati in nome dell' arte e del suoi ideali di uomo libero; della sua profonda e umana lotta intellettuale e spirituale, contro le inquietudini che affliggono l' attuale società. Temi e problemi che lo scuotono profondamente; che subisce come ferite nella carne e nello spirito. Via via che la conversazione si snodava in argomenti diversi, il suo mondo emozionale rifioriva dalle sue parole, dai suoi gesti dal suo viso, ora atteggiato al sorriso, ora serio e pensoso e notai come, parlando con voce pacata si possono dire tante cose importanti. " Viviamo nel vuoto " disse, a proposito dei mali che hanno aggredito ogni angolo dell' universo e in cui siamo costretti a vivere. Compresi anche la sua umiltà non ipocrita, fatta di coscienza e di chiarezza, il suo disagio di vivere nel caos e nella nevrosi che serpeggia funesta, il suo modo di difendersi, di non lasciarsi trascinare e coinvolgere, per non sciupare il suo universo morale. Ma Kodra, Albanese dl nascita e musulmano di religione, educato dal giornaliero contatto con l' arte all' introspezione e alla esaltazione dei valori dello spirito, non fugge il pericolo, non aggira gli ostacoli; li combatte con la sua umiltà con la sua generosità e lealtà Sapevo, che, in mia assenza, aveva visitato la mia « personale » alla galleria «Novart» e gli chiesi un giudizio sulle opere. Mi disse che la mia pittura gli era piaciuta, che la trovava molto interessante, che continuassi pure par la mia strada, tenendo presente i consigli che mi aveva dato nel corso della conversazione. Due ore passarono in fretta, il bicchiere del brandy albanese era ormai vuoto e attorno a. me sentivo un atmosfera quasi magica. Ibrahim Kodra era riuscito ad incantarmi. E quando ci congedammo invitò me e l amico Salerno a cena in una trattoria. Non andammo a quella cena, per vari motivi ma, l' ultimo giorno della mia "personale" Kodra venne alla Novart, e insieme al pittore Salerno andammo alla Trattoria Toscana. Si mangiò e si bevve del buon vino toscano. Si conversò ancora. Mi disse della sua recente visita a Siracusa in occasione della sua « personale » alla New Gallery di certe sue conoscenze fatte nella « nostra » città, un tale che abita in una viuzza dl Ortigia che fa collezione delle cose più strane. Si parlò ancora di arte e di esperienza, negative e positive, della fame patita da artisti come Crippa ed altri, di pellicce barattate in cambio di quadri (che oggi valgono una fortuna). Ancora una volta notai la sua tristezza quando il discorso ritornò sull' avvilente falsità e sulla dissacrazione, che inquina e distrugge la fiducia fra gli uomini. Tuttavia, Kodra ama la vita perchè vi ha cercato e trovato il suo mondo che traduce in immagini e l umanità che lo circonda, malgrado tutto, è al centro di ogni interesse. "- I vecchi e i bambini ml fanno tenerezza " disse " I vecchi perchè spesso sono poveri, malati e soli; i bambini perchè sono il simbolo della vita e dell' innocenza. Infatti nelle sue opere trasforma l uomo, ma non Io esclude: egli lo vede dalla sua angolazione e lo colloca nella, sua realtà artistica. I suoi personaggi pittorici possono essere uomini contemporanei o mitologici; possono essere santi o peccatori, uomini coraggiosi o codardi. Ed è dalla fissità delle sue immagini che riaffiora l origine levantina, stemperata dal contatto socioculturale europeo. Nel connubio di queste due civiltà, Ibrahim Kodra ha scoperto la sua verità interiore, la sua umanità, e continua a viverla sul filo vibrante dell' arte.
Mario Fontana
La Pentapoli 5/1976
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Intensificare in Sicilia l'Apicultura (il primo articolo scritto nel 1958)
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I prigionieri ateniesi liberati dai Siracusani furono i primi cantastorie della Sicilia
Il Fazello, nella sua Storia di Sicilia scritta verso il 1500, ci narra come ottocento anni dopo la rovina di Troia i Siracusani ottennero la strepitosa e insperata vittoria contro le truppe e contro i navigli Ateniesi, attorno, e nelle acque del nostro porto grande. Dopo quella vittoria " continua il Fazello" molto prigioni Ateniesi per aver insegnato a loro padroni far versi, ottenevano per merce della libertà; e non mancavano di quelli, dopo questa rotta, che andava cantando versi per diversi luoghi della Sicilia per guadagnare il vitto. La citazione del Fazello è molto importante poiché ci conferma come l’origine dei “cantastorie” si perda nell’affascinante girandola dei secoli. Dunque, molto probabilmente, i prigionieri ateniesi liberati dai Siracusani, sensibili alla poesia, furono i primi « cantastorie » della nostra isola e il Teatro dei Pupi ne è il diretto discendente poiché trae le sue origini, appunto, dai cantastorie girovaghi. Ma le testimonianze più valide e più vicine al nostro al tempo rimangono quelle del Pitrè: celebre folklorista palermitano il quale scrisse più di chiunque altro sulla nostra terra. Il suo primo studio sui canti popolari siciliani, fu edito nel 1868. In seguito scrisse Canti popolari di terra d’Otranto raffrontati con quelli di Sicilia, e, La vita di Palermo cento e più ali. Ma dalla sua geniale penna lievitò anche un’opera, in venticinque volumi intitolata: Biblioteca delle tradizioni Siciliane: opera ciclopica, fondamentale per la conoscenza del popolo siciliano. L’Opera dei Pupi è dunque patrimonio prettamente siculo ed ebbe il suo maggior splendore nel secolo scorso. Però, verso la fine del settecento a Palermo vi era già un’opera allestita da Domenico Scaduto e di quel periodo non se ne conoscono altre operanti nelle altre zone della Sicilia. Fu solo verso il 1835 che il Teatro dei Pupi raggiunse uno sviluppo eccezionale e le rappresentazioni con i personaggi costruiti in legno e rivestiti con armature metalliche, sbalzate e cesellate da abilissimi maestri, conquistarono il cuore, la fantasia e la natura cavalleresca dei siciliani. I Teatri dell’Opera dei Pupi sorsero in molti centri della Sicilia; da ricordare il Teatro Macchiavelli di Catania il quale, dopo i primi anni del nostro secolo, messi da parte i pupi, ma non dimenticati, riaccese le luci della sua famosa ribalta sui creatori del Teatro dialettale siciliano: Giovanni Grasso e Angelo Musco. Il Pitrè, nel suo libro Usi e Costumi, cita " l’attività di 19 opranti in tutta la Sicilia, meno che a Siracusa, dove gli opranti non hanno un Teatro stabile. Rilevo però con piacere, da un articolo di Antonio Uccello, apparso recentemente su La Sicilia di Catania che, da una sua inchiesta, " ristretta nell’ambito della provincia di Siracusa " ha rilevato come " non sia stato paese che non abbia avuto un suo spettacolo ad opera di pupari. " Comunque, l’ondata delle nuove « storie » e dei nuovi guerrieri accese sempre più la fantasia popolare. Pupari e « cantastorie » divulgarono con grande passione le nuove leggende cavalleresche i cui protagonisti si agitano, vivano e muoiano da vili e da eroi nelle tremilanovecentoventidue pagine dei Paladini di Francia, scritte dal palermitano Giusto Lodico. E mi sembra importante rilevare come lo sviluppo del Teatro popolare cavalleresco coincida, nella nostra isola, con la trasformazione iconografica dei famosi carretti, i cui pittori e i cui carradori affascinati dalla vivacità delle storie, e dalla spavalderia e dalla lealtà dei Paladini di Francia, fecero passare in secondo ordine gli antichi eroi, già sfruttati nella decorazione sia scultorea che pittorica dei tipici carretti siciliani. Personalmente, a Siracusa, ricordo il Teatro di don Ciccia Puzzu. Correvano allora gli anni trenta ed ero un ragazzino alle prime uscite di casa ed ogni strada, vista per la prima volta, almeno a quei tempi, sembrava una insperata conquista verso I’indipendenza. Ricordo che ogni giorno, allargavo il cerchio delle mie esplorazioni in Ortigia, verso il dedalo di viuzze che erano al posto dell’attuale Corso Matteotti. Finché un giorno, fattomi più spavaldo, raggiunsi Piazza Archimede. E mentre guardavo affascinato la Fontana di Diana, passò un manipolo di ragazzi armati di durlindane, scoltellate alla buona da pezzi di legno, che facevano roteare minacciosamente, gridando a tutta gola - Olà – zi – za -. Tolsi lo sguardo dagli zampilli della fontana e li guardai incuriosito ma anche entusiasmato dalla foga dei loro finti duelli e dalle loro grida. E li seguii, attratto e conquistato, e poco dopo, superato il primo tratto di Via Maestranza li seguì ancora a sinistra, e mi trovai di fronte ad un portoncino marrone. Non ricordo se feci il biglietto, ma ricordo il baccano assordante che trovai nella sala del Teatro: un locale piccolissimo, arredato con vecchi banchi cigolanti in cui vecchi, giovani e ragazzi, in attesa dell’inizio dell’Opera, esternavano tutta la loro impazienza chi gridando, chi bevendo gassose, (quelle con la chiusura a pallina di vetro), chi commentando a gran voce e con ampi gesti i particolari e le impressioni della « puntata » precedente. E quando la voce del puparo dominò solenne sulla scena il silenzio calò sulla platea come per magia. Ben presto il balenare delle durlindane e il luccichio delle armature si tramutò in colpi mortali che mandarono all’altro mondo numerosi saraceni. E il puparo nella foga della recitazione, rievocando non so quale battaglia disse che Orlando con un sol colpo di durlindana aveva staccato diverse dozzine di teste, provocando la reazione della platea con sonori "Cala ran Cicciu " Cala ran Cicciu! Con una scia di inevitabili fischi e di pernacchie. Questo fu il mio primo indimenticabile incontro con il favoloso Teatro di Don Cicciu Puzzu. Ma guardiamo un po’ cosa accade dietro le quinte dei superstiti Teatri dei Pupi. Il puparo naturalmente è il deus ex macchina . Egli costruisce i suoi Pupi, ne dipinge i volti, prepara il canovaccio dello spettacolo, cura la regia, dipinge i cartelloni, muove i fili dei suoi personaggi durante le recite, li anima con la sua voce. La sua abilità e la sua fantasia sono messi a dura prova ma egli, come Orlando, supera sempre ogni difficoltà e ne esce vittorioso. Naturalmente, il puparo si avvale anche della collaborazione di altri ma di solito sono suoi familiari, coinvolti nella stessa passione. Un mondo particolare quello dei Pupi e dei Pupari sostenuto dalla passione per i simpaticissimi personaggi fatti di legno e di sacrifici, di metallo e di amore, di colore e di avventura. Ma è un mondo di favole antiche ormai distrutto. James Bon ha sostituito la spumeggiante epopea degli antichi eroi e gli Orlando e i Rinaldo non fanno pi gridare " Oli - di – zà. La bomba atomica ha preso il posto delle romantiche e fragili durlindane coltellate dei ragazzi. La sua abilità e la sua fantasia sono messi a dura prova ma egli, come Orlando, supera sempre ogni difficoltà e ne esce vittorioso. Naturalmente, il puparo si avvale anche della collaborazione di altri ma di solito sono suoi familiari, coinvolti nella stessa passione. Un mondo particolare quello dei Pupi e dei Pupari sostenuto dalla passione per i simpaticissimi personaggi fatti di legno e di sacrifici, di metallo e di amore, di colore e di avventura. Ma è un mondo di favole antiche ormai distrutto. James Bond ha sostituito la spumeggiante epopea degli antichi eroi e gli Orlando e i Rinaldo non fanno pi gridare " Oli - di – zà. La bomba atomica ha preso il posto delle romantiche e fragili durlindane coltellate dei ragazzi. Le antiche clessidre si sono frantumate e non segnano più il tempo della nuova storia: il vento ha portato via le dorate sabbie di un mondo tramontato.La favola è finita. Ma sarebbe un mondo da salvare per dare alle nuove generazioni le lezioni di coraggio, di cavalleria e di lealtà che, forse, solo i Pupari di legno sanno insegnare.
Mario Fontana
La Nuova Gazzetta 8/3/1970
Italiani, brava gente
Noi italiani siamo esseri stranissimi, veri grattacapi per gli studiosi di psicologia. Ormai, ci conoscono in tutti i punti cardinali ed è difficile stabilire se la bilancia penda dal piatto della simpatia verso di noi o dall’altro, che potrebbe essere pieno di ben altra roba. E’ la nostra natura di introversi e di estroversi, di egoisti e di generosi, di patrioti e di esterofili allo stesso tempo che rende problematica una obiettiva valutazione. Condanniamo speculatori, ladri, strozzini e simpaticamente li assolviamo nelle nostre morbide coscienze. Aiutiamo i popoli depressi e filosoficamente ci dimentichiamo delle nostre aree depresse della nostra povertà. Ci facciamo cacciare dalla Libia come cani rognosi e reagiamo come esauriti fisici e mentali. L’ansietà esistenziale ci porta a legarci con catene nei Grandi Magazzini di Mosca e poi piangiamo come coccodrilli per la condanna dei responsabili. Digeriamo tutto, tasse comprese, con una tranquillità e una comprensione commoventi; magari ingozzandoci di bicarbonato. Per nostra consolazione vituperiamo gli arteriosclerotici colonnelli greci. Per la lacrima facile piangiamo, afflitti, i poveri vietnamiti i quali, a parte i bambini e i dementi, sono una masnada di sanguinari farabutti fratricidi. Oppure, tanto per cambiare, perdiamo il nostro tempo nei bar e nelle piazze e negli stadi per contare i gol di un Gigi Riva o di qualche nababbo. Siamo capaci di immergerci fino ai capelli in labirintiche problematiche, mentre viviamo di illusioni che si frantumano giornalmente come cristalli. Curviamo le nostre schiene con una facilità spaventosa di fronte a chiunque alzi la voce e si sieda su una poltrona di pelle. Viviamo all’ombra di questo e di quello per ripararci dalle... insolazioni o per vivere al tepore dei raggi riflessi da certi personaggi della vita pubblica, per trarne temporanei vantaggi che spesso ci fanno illudere di essere grandi e potenti. Noi italiani amiamo il potere e la gloria e per raggiungerli siamo capaci di uccidere il nostro « io »; di scendere tutti i gradini della nostra dignità di esseri umani. Affidiamo la nostra sdrucciolevole politica in mano a equilibristi capaci di qualsiasi spericolata esibizione, pur di mettere le mani alle redini del biroccio, tanto, in quanto a pazienza ne abbiamo da vendere e tutti sono autorizzati ad attingerne. Non dimentichiamoci che dal 1946 ad oggi, di governi, dentro questo nostro demo rattoppato stivale ne abbiamo avuti più di trenta, governi balneari compresi. Ma, se dalla politica statale passiamo alla politica locale il labirinto si interseca e sprofonda nelle viscere più tenebrose e più maleodoranti. Così tiriamo avanti, appesi ai fili come marionette nelle mani di pupari che fanno il buono e il cattivo tempo e sempre sotto la minaccia di vederci tagliare i fili (leggi pane). I nostri particolari, italianissimi agenti patogeni assaltano continuamente là nostra psiche così che di volta in volta o addirittura durante una stessa giornata, possiamo essere filo cinesi, filo russi, filo americani, filo ebrei o filo egiziani. ma, filo tutto, meno che filo italiani.
Mario Fontana
La Nuova Gazzetta 1971![]()
Kitsch, le cose belle di pessimo gusto
“Le cose belle di pessimo gusto”.Una frase fatta per definire, appunto, tutte quelle cose che fanno a pugni con il buon gusto. Con l'apertura del linguaggio corrente, verso forme ed espressioni che vogliamo definire disinvolte, la frase anzidetta si abbrevia " per meglio dire " si trasforma in “cose pacchiane”.Tuttavia, con lo sviluppo della sempre più radicata mania esterofila di noi italiani, siamo giunti all’uso di una antica parola tedesca: - “Kitsch” (si legge come si scrive) che significa ” immagine del gusto sbagliato” o, " a nostro avviso " la naturale percezione di qualcosa che il gusto di certi individui, educati e sensibili all’arte e alla pura bellezza, rifiuta senza mezzi termini.
Ma non è che le vecchie frasi fatte siano cadute completamente in disuso. Tutt’altro. C'è chi a proposito o a sproposito le sciorina ancora.
“Kitsch” dunque è legato a tutto ciò che sa di gusto grossolano, e cadere nel “Kitsch” è più facile di quanto si creda, da parte di qualunque essere umano e a qualsiasi casta appartenga.
Tutto, se supera appena il buon gusto diventa
“ Kitsch” e non solo gli oggetti, ma gli atteggiamenti e i modi di comportarsi. Ad esempio, il signor Prometeo che ostenta al dito un grosso brillante. Il barista Apollo che gira in Mercedes. La signora Afrodite che, malgrado l’adipe, sfarfalla in super minigonna. Il settantenne insaccato nel giubbotto di pelle, pieno di lucide chiusure lampo. La moglie del ragioniere Zeus sommersa dal cappotto di visone, barattato con un paniere di altri animaletti da molti chiamati “farfalle”.
La solita cartolina estiva spedita dalla stessa persona da ogni città; da ogni borgo o sobborgo. L’impiegato Ulisse che sfoggia troppi vestiti. L’antenna dell’auto troppo alta. Le stampe autoadesive attaccate al lunotto posteriore: e le altre tipo “ Paraurti vergine”,
” Se mi tocchi mi solletico” “ Se mi vedi allontanati” , e ancora, “ io faccio sempre... il pieno!”, “ Vado diritto e faccio... centro” e così via con simili cretinate.
Naturalmente, il discorso potrebbe continuare all’infinito, perchè infinite sono le cause e gli effetti che portano al “ Kitsch”.
Al limite, possiamo affermare che gli sceicchi, mettendo in atto il ricatto petrolifero, così come è stato attuato, sono anch'essi sdrucciolati nel Kitsch.
Ma, tutto sommato, ognuno ha il kitsch che si merita.
Mario Fontana
La Pentapoli 31/1/1974
L'acciaio nell'arte
Il progredire della tecnica e l’eccessiva meccanizzazione della civiltà consumistica " che ci ritroviamo fra le mani " ha trasformato il «gusto» e sotto certi aspetti, confuso le idee anche nel campo delle arti generando sospetti malintesi e deformate interpretazioni. Ma la tecnica " importante sottolinearlo " è lo «strumento» indispensabile all’evoluzione di qualunque branca dell’attività umana, tuttavia all’artista deve (o dovrebbe) servire non per strumentalizzare l’arte, ma per creare opere d’arte. Ed è risaputo che la necessità dl sperimentazione, lo spirito di ricerca sono inscindibili dall’evoluzione della tecnica quindi, entro limiti etici, anche dallo sviluppo a spirale dell' estetica, essendo impossibile dimenticare o accantonare I ‘esigenza prettamente umana dell ‘attività artistica. Col tramonto della «età del ferro» e con l’avvento dell’architettura verticale, l’acciaio ha accelerato la lievitazione della cosìddetta «civiltà dei consumi », parallelamente all ‘architettura e alla scultura. Tralasciando le infinite applicazioni dell’acciaio, ricorderemo quelle inerenti alla sua funzione estetica e per fare qualche esempio, diremo che la genialità delle famose costruzioni dell'architetto Le Corbusier è abilmente fusa con lo spirito creativo contemporaneo; ma il vero protagonista di tanta genialità è l’acciaio. Lo stesso acciaio che ha permesso all’architetto giapponese Kenzo Tange di creare stadi olimpici di un’audacia creativa pressochè irripetibile per la originalità e la disinvoltura. E dell' acciaio si servì il celebre architetto americano Frank Lloyd Wrighit per realizzare i miracoli tecnici suggeriti dal suo talento creativo. Accanto a progetti realizzati e realizzabili , abbiamo anche i cosiddetti « progetti utopistici» come la città - torre di F. l. Wrighit alta milleseicento metri con cinquecentoventotto piani, per ospitarvi centosessantamila persone. Ma l'architettura è stata sempre un susseguirsi di progetti grandiosi utili e inutili. come a Città del Messico dove troviamo le cinque torri in cemento armato alte cinquanta metri e prive di scale. Comunque, c' è qualcosa che unisce gli antichissimi architetti ai contemporanei, un filo ideale che lega gli arditi templi di Cuzco, innalzati con blocchi di granito con cinque metri di lato, tagliati con asce di rame, martelli di sasso e scalpelli di bronzo, ai grattacieli di New York, che spesso hanno la «testa»... fra le nuvole. Abbiamo detto sopra che la via dell' acciaio scorre parallela all' architettura e alla scultura infatti questa materia è stata trasformata in sculture ora opache ora riflettenti, ma sempre di grande suggestione. Cappello, lo fonde e lo lucida a specchio per captare l'azione modulare della luce. Altri lo piegano e lo forano, creano grumi e squarci che suscitano tensioni e stasi visive. Altri ancora lo gonfiano, lo spezzano, lo saldano, lo incastrano; lo fanno fluire e ondeggiare, come possiamo osservare nelle sculture di Tiné, Mastroianni. Pomodoro, Minguzzi ed altri. Osservando queste sculture - spesso di grandi dimensioni - che suscitano nello spettatore molteplici reazioni emotive, avvertiamo la misura umana dell' artista ingigantita dallo spirito creativo che appunto distingue l’uomo dall' artista. Tuttavia sono opere che secondo il nostro gusto dovrebbero "vivere" al di fuori della claustrale atmosfera dei musei, affinché non siano ridotte al destino di sole immagini, alla sola oggettualità vista casualmente dai - tanto spesso distratti - visitatori dei musei. Sono «oggetti d'arte» che dovrebbero far parte integrante dello spazio che ci circonda, per fruirne volontariamente o involontariamente, perché l’uomo non vive sempre nel chiuso delle pareti domestiche; l’uomo vive nella propria città e la città come l’uomo ha un’anima che occorre rispettare. E se «battiamo» queste note non è solo per fare «brindisi» all’acciaio ma per ricordare - anche - che la premessa indispensabile per la valutazione estetica delle opere d’arte, sia architettoniche, sia scultoree e, perché no, sia pittoriche, non è il contatto casuale con esse, non è l’andare dietro allo pseudo artista senza fantasia, insabbiato nella più mortificante retorica; non è il seguire l’esibizionista alla ricerca dell’applauso o quelli che hanno trascinato e trascinano in basso l’arte con pretese... veristiche, ma la familiarità continua con l’arte che affina il «gusto» e ci mette in grado di distinguere il vero dal falso, l’artista dal millantatore. Il vero artista crea, ricerca, rinnova, si dibatte, nell' incessante processo di identificazione, per non ibernarsi sul fatto compiuto (dagli altri) perché - costi quel che costi - non accetta limiti alla libertà creativa.
MARIO FONTANA
La Pentapoli 1975
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La moderna farmacia ha seppellito lo speziale
Leggendo « A ciascuno il suo » di Sciascia, narratore dolce - amaro di personaggi e di paesaggi siciliani, mi sono ricordato della soggezione che esercitava su di me “ la Farmacia “ quando, ragazzino andavo a comprare i soliti due soldi di bicarbonato per la buona digestione del mio simpaticissimo nonno. Soggezione, dicevo, che non riuscivo in nessun modo a superare. Osservavo il farmacista che a passi lenti e con andatura solenne apriva uno scaffale alto e nero, tirava fuori un vaso di terracotta invetriato blu con su scritto, in belle lettere gotiche: “ Bicarbonato di sodio”. Lo poggiava sul bancone di marmo bianco, prendeva un foglio di « carta farmacia » già tagliato a misura della quantità, lo posava sul piatto destro della bilancina di lucido ottone, metteva il peso sul piatto sinistro, prendeva un cucchiaio maiolicato, toglieva il coperchio dal vaso, infilava il cucchiaio, lo riempiva di bicarbonato, lo tirava fuori lentamente, lo svuotava sulla bilancia e, di solito, il peso risultava esatto. Prendeva i miei due soldi, girava la manovella della « cassa » di metallo sbalzato a decorazione di stile « floreale » e il cassetto usciva fuori accompagnato da tre colpi di un misterioso campanello nascosto nelle “ viscere “ di quel “ mostro “ mangiasoldi, il quale dominava lucido e altero il lato destro del bancone. Oggi, la farmacia non ha nulla di particolare, rassomiglia a molti altri negozi, non ha più nulla di misterioso, è più allegra, più colorata, sono spariti gli attributi che facevano della “Farmacia”, specialmente della farmacia di provincia, il centro intellettuale, il cenacolo che sostituiva i teatri, i circoli, i clubs e vi si raccoglievano avvocati, medici, cacciatori infallibili, il sindaco, e il parroco, tutta gente con la testa sulle spalle: conservatrice. Tutti questi personaggi trovavano nella farmacia il conforto per il loro spirito, tuttavia, la molla che li spingeva, a una certa ora, verso quel luogo, scattava dal bisogno di sfuggire alla terribile noia della provincia, alla sua tirannia. La farmacia, inoltre, essendo ubicata in un punto molto centrale, come la piazza o l’angolo di una strada, quindi in un luogo il cui passaggio era obbligato, rappresentava non solo un luogo di riunione, ma anche un ottimo posto di osservazione. I « notabili » si abituavano presto agli odori non sempre gradevoli delle antiche farmacie, originati dalla esculapiana preparazione estemporanea dei vari prodotti, alla vista degli scaffali spesso di stile «gotico» laccati in nero, carichi di vasi e di barattoli di terracotta e di cristallo che lasciavano vedere polveri e liquidi dai colori più impensati e gli alberelli antichissimi, spesso veri capolavori dell’arte maiolicara faentina. Anzi, tutto ciò contribuiva a creare quell’atmosfera di intima e suggestiva attrazione di cui nessun notabile del paese o della piccola cittadina di provincia poteva tenersi lontano. Far parte di quella compagnia significava far salire alle stelle il proprio prestigio e i « bacio le mani » e le « scappeliate » dei compaesani piovevano da tutte le parti, specialmente d’estate quando nel marciapiede, sotto il tendone verde, si uscivano fuori sedie e tavolini e sembrava un caffè.
Allora ogni passante con gesti di marionetta si piegava in inchini e «scappellate», snocciolando “bacio le mani”, “ vossia benedica” “ servo suo “ “ riverisco “ “ servo vostro “. A tante effusioni di rispetto maschile i notabili rispondevano alzando annoiati, l’indice e il medio della mano destra e con questi toccando la falda della “paglietta “. Ma se da qualche parte sbucava una signora o una signorina, la seguivano da. lontano con lo sguardo, -si aggiustavano il nodo della cravatta e col pollice e l’indice carezzavano la punta destra del baffo e quando gli passava vicino si, alzavano e si scappellavano a loro volta.Poi si parlava a lungo della passante, si facevano numeri sulle misure del petto, sulla lunghezza delle cosce, sull’onestà o meno e così finchè si rifacevano le misure di un’altra passante.
Ma tutto ciò più che detto era sussurrato, accennato da gesti infiorati di riferimenti, di intuizioni. Tutto un alfabeto particolare tramandato da generazioni di medici, di avvocati, di farmacisti, di nobili, di cacciatori infallibili e di grandi giocatori di scopone. Già, lo scopone e soprattutto la dama erano i giochi preferiti dal farmacista e dai suoi amici. Quando entrava un cliente il gioco si fermava, il farmacista spariva nel suo laboratorio chimico, manipolava i suoi alambicchi, le sue storte, i suoi fornelli con calma e competenza finchè consegnava al cliente la boccetta col « cucchiaio », (così si chiamavano tutti gli sciroppi). La partita a scopone o a dama riprendeva, intercalata dalle ultime novità politiche, dai fatti del giorno, le congetture, da previsioni del tempo, da racconti di favolose battute di caccia, e, senza, volerlo, riuscivano a dare un indi rizzo all’opinione pubblica. L’evoluzione del tempo attuale ha tolto al farmacista l’aureola di magia e di grande rispetto di cui era circondato. “La Farmacia” non è più il cenacolo dell’ "intellighentia" e della chimica estemporanea. Oggi si entra, si consegna la ricetta alla commessa e in pochi secondi si ha in mano la medicina; come le sigarette dal tabaccaio.
Mario Fontana
La Nuova Gazzetta 19/4/1970 ![]()
L'argilla come arte
Quando l'uomo scoprì l'argilla intuì che
le sue mani,guidate dall'istinto
creativo, potevano modellare la morbida
pasta. L'inizio di tale intuizione si perde
nella notte dei tempi e non si può collocare
dentro un preciso periodo. Da allora i secoli
si sono succeduti e con essi l'evoluzione
dell'uomo ha salito tutti i gradini che
conosciamo. Già cinque secoli avanti Cristo
la Persia, l'Asia Minore e la Cina avevano
raggiunto una produzione artigianale di
alto livello. Delle colonie della Magna Grecia
sono rimasti i famosi vasi Apuli e Campani
e molti sono gli esemplari, oggi conservati
nei musei, della produzione etrusca e
italiota, dobbiamo sottolineare che
riuscirono a influenzare tutta la produzione
del mondo e via via tutto il territorio
dell'Impero.
I più antichi centri storici della ceramica
italiana sono Albissola e Faenza ambedue
operanti verso il 1100; Albissola si distingue
per la produzione delle "Idrie": caratteristici
vasi usati dagli "speziali" per la conservazione
dei preparati faramaceutici; Faenza,
per le maschere e gli arabeschi decorati con
i due colori predominanti: il giallo e l'azzurro,
che caratterizzano, tutta la produzione faentina.
Verso il 1300 le officine di Pesaro sfornano
oggetti dipinti in giallo molto pallido e in azzurro.
Gubbio, altro importante centro ceramistico,
lega la sua caratteristica principale al
rosso di maiolica e all'imitazione di pietre
preziose. Castel Durante si specializza nella
produzione di "Vasi di farmacia" i cui
esemplari si vedono ancor oggi in piccole
farmacie di minuscoli paesini, anche siciliani.
Nel 1500 Milano produce ceramiche ispirate
all'arte cinese. Nello stesso periodo Urbino
si aggiudica il primato nella produzione
rinascimentale decorando le ceramiche con
motivi "raffaelleschi". I ceramisti torinesi,
intanto, dipingono i loro fregi su fondo bianco,
usando il verde, l'azzurro e il giallo.
Lodi imita la produzione artigianale di
Mostiers. Genova si specializza nella
produzione di mattonelle da pavimento
decorate a "medaglioni". La Venezia seicentesca
produce raffinatissime porcellane ornamentali.
Capodimonte dopo molte ricerche trova
un inpasto nuovo,molto chiaro e da vita a
una produzione più che famosa, da
ricordare i " gruppi" della commedia dell'Arte.
I fiorentini del 700 danno alle loro
ceramiche una caratteristica particolare
giocando sapientemente e con gusto
con colori che vanno dal blu scuro
al verde-rame all'arancio molto luminoso.
Doccia, (Firenze), crea personaggi in
costume cinqueaentesco e i famosi "galletti"
e "tulipani".
Bologna elabora un'impasto di terra
di Vicenza e polvere di marmo di Carrara
e costruisce oggetti bianchissimi.
I famosi ceramisti bassanesi, eredi di
una tradizione altamente qualificata,
creano,ancor oggi, dopo circa un secolo
e mezzo, le "alzate"di frutta e di fiori
e i galli e gli uccelli sempre molto
richiesti ed esportati in tutto il mondo.
Ma la produzione e la tradizione
ceramistica italiana non si esaurisce nella
rosa dei centri di grande produzione.
Molte officine minori ma non meno
interessanti hanno dato impulso e
vigore all'arte della ceramica.
Da ricordare la seicentesca maiolica
povera romana, passata alla storia
come la produzione del "Maestro del
paesaggio ", così definita per i paesaggi
che decorano il centro dei piatti anche
se architettura e ambiente non hanno
nulla in comune con i conosciuti
paesaggi laziali. I colori predominanti
di questo tipo di maiolica sono il cobalto,
la ramina, il manganese e pochi altri colori.
La decorazione, dicevamo,rappresenta
ora una casa ora un paese; rare volte
i volatili e gli animali domestici;
in qualche caso motivi floreali e
profili " virili". Gli orli sono decorati
con foglie stilizzate, triangolini
o ghirlandine.
Interessanti anche le "trufe"imolesi
a grossa pancia e collo molto strette
dipinte in nero e a chiazze brune;
le scodelle di Recanati e di Appignano;
le terrecotte laziali di Signa; le famose
"cannate" ciociare in rosso e in blu
molto scuro, i vasi e le "pignate"
di Campobasso e di Guardiaregia
con i motivi della serpe, dell'uccello
e della conchiglia; le anfore campane
a "biscotto" o smaltate in nero;
la luminosità delle ceramiche di Vietri
sul Mare con i verdi i rossi e gli azzurri
chiarissimi riportati anche dalla
produzione amalfitana; i piatti pugliesi
di Rutigliano e di S.Severo; o le ceramiche
lucane prettamente arcaiche; le "ciasche"
le"graste" i "bummuliddi" i piatti
"ri strattu" siciliani; le " mariche",
recipienti per acqua i " broccolitus"
recipienti per vino i "congiolarius"
ornati con fiorì, personaggi e colorati
con verdi bruni e grigi della Sardegna.
Una tradizione ceramistica invidiabile
che ha dato al nostro paese un'impronta
particolare per l'incessante evoluzione
artistica e tecnologica.
Ma non possiamo chiudere la nostra
" panoramica" senza fare i nomi dei
più illustri maestri maiolicari: Guidobono,
Giorgio Andreoli, G.B.Dalle Palle
autore del "Piatto con Mese" datato 1570;
i Pirotti che operarono nella seconda
metà del sedicesimo secolo; l'officina
dei conti Femiani della prima metà
del diciottesimo secolo; i Della Robbia
e la celeberrima Bottega dei Fontana
da Urbino, operante nel sedicesimo
secolo. Naturalmente molti altri nomi
prestigiosi ci sfuggono perché tanti
furono e sono gli artisti che seppero
e sanno trasformare l'argilla in
capolarori di eleganza e di raffinatezza.
Ludwig van Beethoven volendo dare
una definizione dell'arte disse:
- "Ogni vero prodotto dell'arte è
indipendente, più potente dell'artista stesso,
e attraverso la sua apparizione esso
ritorna agli Dei e attraverso loro
si unisce agli altri uomini. L'opera d'arte
è la testimonianza che nell'artista
albergano gli Dei".
Mario Fontana
La Nuova Gazzetta 12/7/1970![]()
Le catacombe di San Giovanni
L’antica pentacoli si estende su un sottosuolo quasi del tutto roccioso. L'ottima qualità della pietra contribuì certamente allo sviluppo della civiltà grecoromana, essendo di calcare facilmente modellabile, compatta e inattaccabile dagli agenti atmosferici. Infatti, se osserviamo le zone rocciose si nota la patina grigiastra che la ricopre, formatasi lentamente, attraverso i millenni. Ma se ne stacchiamo un pezzo ecco che appare il bianco il giallo ocra chiarissimo. Solo in alcune zone il calcare si trova misto a elementi ferrosi ed ha il colore della ruggine. Particolarmente, il sottosuolo di Acradina è in calcare molto compatto e questa peculiare condizione fu certamente condizionante nella scelta della zona per l'escavazione delle Catacombe di S. Giovanni, da parte della Siracusa Cristiana.
Abbiamo detto condizionante e non determinante poiché i siracusani, continuando le antichissime tradizioni dei Siculi, dei Greci e dei Romani, avrebbero eseguito comunque l'escavazione; anche se avessero trovato del tufo al posto del calcare; così come fecero i fedeli della Roma Cristiana.
Ma al contrario delle Catacombe romane, le quali attraverso i secoli hanno subito le conseguenze dei sommovimenti tellurici, le nostre catacombe hanno superato brillantemente tutti i capricci del sottosuolo.
Ma a prescindere dalle condizioni geologiche, in quasi tutta la Sicilia, si trovano sempre nuove tracce di ipogei cristiani, tanto cari agli archeologi ma carissimi, purtroppo, anche agli scellerati violatori di tombe, volgarmente detti tombaroli, i quali, provvisti di particolare fiuto, setacciano in lungo e in largo ogni zona alla ricerca del prezioso materiale che di solito arricchisce il corredo funerario. Un mestiere, quello del tombarolo, antico come il mondo, germogliato assieme alla spinosa pianta del vandalismo e del saccheggio.
Basta dare un'occhiata al De Bello Vandalico il Procopio per sentirsi gli occhi ricolmi di spine il cuore pieno di amarezz, specialmente quando ivi si leggono le profanazioni subite dal 443 al 468 da parte dei Vandali " Ariani di Genserico giunti dall'Africa col preciso scopo di saccheggiare, di distruggere e di cancellare ogni traccia di sacro. E il De Be Gothico che ci ricorda Totila e il suo esercito nell'atto di scon-volgere il territorio siracusano, comprese tutte le chiese. E le devastazioni degli arabi nel 705 e le persecuzioni degli Iconoclasti comandati da Leone Isaurico. durante la dominazione bizantina, i quali furono maestri nella tortura dei cristiani e nemici insuperabili del'iconografia sacra. Ma la rovina totale di Siracusa e non solo di Siracusa, giunse, ancora una volta, con gli arabi nell'ottocentoventtisette. Questi, per ben due secoli di opprimente fanatico dominio smontarono sistematicamente tutte le strutture cristiane, non tralasciando neppure gli angoli più reconditi della mente umana. Naturalmente anche le catatacombe di San Giovanni subirono la stessa sorte col risultato che il loro stato attuale, pur conservando l'atmosfera di alta spiritualità cristiana, si presenta spoglio di ogni sovrastruttura, essendo scomparsi tutti i fregi marmorei, le pitture, le sculture e i mosaici che adornavano altari e gallerie, loculi, cubicoli e sarcofagi. Solo la nuda roccia è rimasta, in molti tratti ricoperta di muffa e di lichene. La lunga galleria principale è tagliata ad angolo retto da dodici gallerie minori e in queste si aprono camere sepolcrali, ora quadrate ora circolari, facilmente ricavate dalla roccia. Anche in alcuni tratti delle gallerie il suolo è occupato da tombe interrate e dal cui piano di calpestio affiorano i bordi sbrecciati. Dalle pareti delle gallerie, degli ambulacri e dei cubicoli sono ricavati arcosoli polisomi contenenti fino a venti tombe.
Gli arcosoli attribuiti ai martiri sono i più belli essendo rifiniti all’estemo con affreschi ormai ridotti a brandelli; uno di questi, secondo quanto dice il monaco accompagnatore è attribuito alla Vergine Deodata. In un'altro arcosolio vi si legge ancora un'iscrizione latina che dice di essere sepolta, in quella tomba, la moglie del patrizio Teodulo, di nome Maria. Poi ancora l'arcosolio del Vescovo Siracusio, scoperto nel 1907 dall'insigne archeologo Paolo Orsi e sul cui prospetto è inciso un granito rappresentante un disco con la croce ansata e ai lati due barche a forma di pesce.
Interessante anche la rotonda di Adelfia così chiamata per via del bellissimo sarcofago ivi trovato, oggi esposto in una sala del Museo Nazionale in Ortigia.
Sul frontale di questo artistico sarcofago, oltre a un gran numero di figure si possono ammirare, al centro, scolpiti a rilievo i ritratti del conte Valerio e di Adelfia, l'uno con i codicilli del suo casato e Adelfia con la mano poggiata sulla spalla sinistra dello sposo.
Lo spazio, purtroppo, non ci consente una descrizione completa delle Catacombe di S. Giovanni anche perchè bisognerebbe aggiungere le contigue Catacombe di Vigna Cassia di S. Lucia, e di S. Maria di Gesù le quali, insieme racchiudono tutto quanto è sfuggito alla furia devastatrice nelle barbariche invasioni e testimoniano la genuina fede della Siracusa Cristiana.
Molti resti dell'epigrafia ciminteriale trovati nelle varie catacombe siracusane sono conser vate in una sala del Museo Nazionale e chi legge quelle parole non può non commuoversi.
Una dice: - Ricordati o Dio della tua serva Criside e da a lei il celeste soggiorno luogo di refrigero nel seno di Abramo, D'Isacco e di Giacobbe.
In un'altra vi si legge: “ Euschia la irreprensibile vissuta buona e pura per anni circa 23 mon nella festa della mia S. Lucia. Per la quale non vi è elogio condegno. Fu cristiana fedele perfetta molto meritevole a suo marito”.
MARIO FONTANA
La Nuova Gazzetta 29/3/1970
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Le maschere siracusane nella “corte dei miracoli”.
Si è seppellita la tradizione del Carnevale ma la sua vita continua ogni giorno.
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L'uomo allo specchio
Chi siamo ? Dove andiamo? Non siamo! Non andiamo! Rimaniamo. Nella nostra assenza. Nel nostro vuoto. Nel nostro nulla. Liberi e in catene. Mimetizzati, vittoriosi e vinti senza combattere Travolti, sradicati, aridi,demoni, angeli, santi. Tutto. Cieli azzurri e uragani, gorghi, anime invertite, pigmei, usurai, traditori, boriosi, disperati, umiliati. Tutto si dissolve nella fanghiglia. Ci droghiamo delle inutili speranze del vivere quotidiano. Sventoliamo bandiere nella collera del vento. Fuggiamo, ci ritroviamo. Spariamo e uccidiamo. Un negro muore! Viviamo nel sogno o è il sogno a vivere la nostra vita? Chiediamolo alla Luna taciturna. Nell’assurdo silenzio rivivono fantasmi ancestrali. Sono fratelli o nemici gli uomini distesi nell’antico sonno? Viviamo senza chiederci .come, immersi nell’ immagine astratta della nostra grigia ombra. Senza tregua il passato ingigantisce il passato. Il presente scava solchi sul viso; il cuore inaridisce nella nostalgia. Nella memoria rotolano veloci desolati anni che i hanno corroso i giorni. Il pensiero s’attarda in lunghi vuoti. L’occhio posa stanco sulle cose. Come un giuoco di luci e di i ombre è passata la giovinezza. I giorni si spengono come ceri consumati. Tuoni giungono da aeree lontananze. Il passo si fa incerto sulle viscide erbe. Gli amici hanno deluso come i sogni e come le speranze. Rimangono lontani tempi d’aquilone, colorate vesti di fanciulle, vecchie canzoni delle notti di guerra, fischi di navi in porti sconosciuti. Nelle antiche clessidre covano nuovi desideri, mentre la vita sfugge come sabbia tra le dita.
Mario Fontana
E