
Mario Fontana
I Colori del Tempo

Apidologia
Arte e violenza
Artisti e critici
Bruciate le stampe visitate
le mostre
Durante i bombardamenti i Siracusani invocano il nome di Santa Lucia
Egregio Direttore
Fogli su carta
Germania: il rogo dell'arte
moderna
Il più alto grattacielo del mondo
Il restauro delle pitture
Impressioni di un Siracusano nella megalopoli d'America: New York
Incontro con Kodra
Intensificare in Sicilia l'apicultura
I prigionieri ateniesi liberati dai Siracusani
furono i primi cantastorie della Sicilia
Italiani Brava Gente
Kitsch, le cose belle di
pessimo gusto
L'acciaio nell'arte
La moderna farmacia ha
seppellito lo Speziale
L'argilla come Arte
Le catacombe di San Giovanni
Le maschere
siracusane nella corte dei miracoli
Le opere di artisti domenicali non reggono alla valutazione estetica
L'eterna
validita' dell'arte nell' ansiosa ricerca del linguaggio
L'inflazione
della pittura e dei pittori "al magnesio"
Nel Carretto
Siciliano i colori smaglianti dell'Isola
Quattro illustri
personaggi sul ponte della darsena
Sessanta località per
sessanta Week-end
Chi ha detto che
un artista non debba interessarsi anche d'apidologia. Anzi, se al mondo esiste
un individua che deve interessarsi di tutto é proprio
l'artista.
E' non solo
per la sua natura di eterno curioso, ma anche e soprattutto perchè e attraverso la
conoscenza di tutte le cose,
attraverso l'esperienza umana e spirituale,che egli riesce a trasformare in
arte uomini e cose.
Eccomi dunque alle prese con l'affascinante
mondo delle api; spronato dal fatto che da molto tempo non si sente
parlare in giro, né attraverso
la stampa, di simposi organizzati per discutere su un tema che in passato e
stato oggetto di studi e di scoperte scientifiche.
Naturalmente, non è solo l'ape che interessa, ma anche il suo prodotto, cioè
quel nettare delizioso
che chiamiamo miele.
Da Aristotele a Plinio a Palladio - per citare alcuni dei più antichi
studiosi che la storia ricordi - l'ape
fu oggetto di grande curiosità e di studi e alla mancanza di mezzi scientifici
essi supplirono con la logica concludendo che il miele,abbondantissimo
e consumatissimo nelle mense dei greci e dei romani,dava un senso di benessere
alla salute di quei popoli.
Il diciassettesimo secolo porte nuove scoperte così che la storia romanzata e
le osservazioni scaturite
dalla logica lasciarono il posto alla ricerca scientifica
coi nuovi mezzi di studio e di sservazione.
Infatti,con la scoperta del microscopio da parte del naturalista olandese
Swannerdam,si riuscì a
contare i ventiseimila occhi dell'ape e si accertò e si stabilì definitivamente
di sesso femminile il capo dell'alveare, fino ad allora ritenuto di sesso
maschile.
Il parroco Dzerzan scoprì la partenogenesi ed invento
l'arnia a favo mobile.
Il Makring costruì artificialmente i favi di cera per
risparmiare alle api tanto lavoro,
con grande vantaggio di tempo per le pollinatrici.
Sull'apidologia esiste oggi una fitta gamma di studi e di ricerche e tutti gli
studiosi o come ai dice,
"gli addetti ai lavori" sono concordi sui benefici effetti del miele.
"La vita delle api" dal Maeterlink e tutto un inno sincero e commosso e
la scrupolosità della ricerca
si fa strada agevolmente nella lineare esposizione dei suoi studi.
Il lavoro, l'amore, l'odio, connaturati all'epopea della vita delle api - così
come il Maeterlink ce li espone
riescono a farci dimenticare quei morsetti tanto fastidiosi che tutti, più o
meno, abbiamo sopportato.
E' giusto, dunque, ridestare di tanto in tanto l'attenzione sui benefici effetti
del miele, affinchè ritorni
sulle nostro mense, con conseguente vantaggio per l'economia della "nostra
Isola".
La Sicilia è ricca di fiori di ogni specie ed è la più adatta regione d'Italia
per un razionale allevamento delle api.
Ammenoché non vogliamo attendere gli anni avvenire quando le api troveranno
solo fiori di plastica.
MARIO FONTANA
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Arte e Violenza
Di tempo ne è passato, ma molti hanno ancora nelle orecchie
l’eco che si diramò in tutto il mondo della cultura, quando, dal Museo di Valle
Giulia, si seppe dell’esposizione della “Merda d’Artista” racchiusa
(fortunatamente) in un barattolo opportunamente sigillato e con tanto di
etichetta con la dicitura “Merda d’Artista”, seguita dall’autorevole firma
dell’artista...escrementario. Si disse, allora, che chi non era dalla parte
della “Merda d’Artista” non era dalla parte della cultura e si fece un gran
parlare a un concitato agitare dl pollici, ora in alto ora In basso; si disse
anche, che la cultura era stata violentata dall’ardire di un artista
screanzato, in combutta con la sempre seducente Palma Bucarelli, direttrice,
vita naturale durante, dei Museo di Valle Giulia. Tuttavia, la “Merda
d’Artista” fu collocata bene in vista in apposito alloggiamento e l’esplosione
avvenne. No, non fu il barattolo a esplodere per combustione di gas, ma il
mondo della cultura, attraverso le parole e le penne fino al richiesto
“crucifige” della sempre giovanile Palma Bucarelli. Uomini di cultura, politici
e politicanti e vetusti signori, che dell’arte avevano e hanno un unico
concetto legato alla tradizione e, come molti dicono, alla “veduta”, tipo
cartolina illustrata e vanno In solluchero al cospetto di paesaggini dipinti da
pittorucoli da quattro soldi, gridarono allo scandalo con stereotonici insulti
diretti all’artista e alla direttrice del museo; sentenziarono la dissacrazione
del museo stesso; per non dire delle rumorose bordate relative all’abbeveraggio
finanziario sostenuto dallo stato per ospitare, si disse, barattoli di m... il
“pasticciaccio" fu considerato un atto violento e di violenza alla
cultura artistica, intesa esclusivamente come tradizione e come “cartolina
illustrata”, da appendere per la gioia dell’occhio, perchè non lascia pensare.
Ma si trattò veramente di un atto di violenza? E l’artista, è un uomo violento
che può produrre violenza? Noi lo escludiamo perché l’unica violenza prodotta
dal vero artista risiede nella sua lungimiranza; nel suo vedere al di là della
gente della strada e questo, naturalmente, può dare fastidio a qualcuno che
vuole vedere la storia col paraocchi, come i duchi dei vecchi frantoi, o come
quel gerarca nazista che diceva: “Quando sento la parola “cultura” il mio
istinto è quello di mettere mano alla rivoltella”. Ma, in questo caso, il
discorso sarebbe diverso perché quando nel pensiero dell’uomo entra in scena la
rivoltella, anche in senso metaforico, si fa strada il mostro della violenza e
tutti sappiamo o dovremmo sapere, che la violenza è nemica della cultura. Se
invece si tiene conto della necessità assolute dell’artista di esprimersi nei
modi e nelle forme più consone all’istinto lungimirante che lo fa artista, la
parola violenza non gli si addice e non ha più il significato attribuitogli. Al
contrario, è violenza pura la richiesta di mezzo milione dl lire per una visita
domiciliare da parte di Illustri “artisti” della salute perché essendo in gioco
la vita di un uomo, tale richiesta ha l’amaro sapore del ricatto. Ed è violenza
l’uccisione e lo sterminio degli uccelli: ‘Kein Urlaubsland we Vogelmord’. (Non
è terra di vacanze dove si assassinano uccelli) è scritto negli slogans che
appoggiano l’attuale campagna denigratoria nei confronti dell'Italia da parte
dell’opinione pubblica tedesca. E fanno parte della violenza più spietata le
bombe sui treni, gli scippi, le rapine, i rapimenti, i ricatti. E tutto ciò che
ci impedisce dl vivere nella libertà che la legge produce è violenza. L’artista
che “ideò”. e “realizzò” il barattolo non era un pazzo, ma un artista dalla
mente lucida che volle creare Il simbolo della degenerazione e della
dissacrazione di tutte le cose. Agli scippi, alle rapine, alla violenza è da
preferire trasparenti bottiglie dl “Orina d’artista”, da esporre In qualunque
museo o se volete anche nelle vetrine del negozi.
Mario Fontana
La Pentapoli
Non senza sorpresa, siamo
venuti a conoscenza di un certo tipo di organizzazione che fiorisce
a Siracusa in seno a una combriccola di artisti i quali ai danno convegno per
tessere canovacci di discordie e di sorprusi e per emettere "sentenze " contro
chi osa
ribellarsi ai loro ordini prettamente
discriminatori.
Ma quel che è peggio è
la loro convinzione
di essere padroni di manovrare i fili che nella loro ingarbugliata
fantasia,vedono agganciati alle teste di decine di artisti per farli muovere a
loro piacimento o per buttarli nel fondo di un cassone, come legnosi Cani di
Magonza.
Tuttavia,considerando i risultati, notiamo che come burattinai non
hanno certo ne l' estro, ne l'arguzia del famoso don Ciccio Puzzo (che fu il
re dei pupi a Siracusa).
Ora, nelle fila dei pupari in questione mancano i Re
anche in senso metaforico.
Purtroppo,ad onta della pirandelliana maschera
giornaliera, conosciamo tutti i loro (e i nostri) alberi genealogici e non ci
risultano ne blasoni, ne geni leonardeschi; l'illustre antenato del piatto
pappatorie di oggi fu per tutti la modesta gavetta infiorata di fagioli
stagionati. In fondo ciò che emerge dalle loro chiacchere e dalle loro
"condanne " non sono altro che le conseguenze, di certi travasi di bile
dovuti alla constatazione di ritrovarsi ( in arte) con la pistola scarica,
specialmente quando il loro udito è costretto a registrare il boato di certe
bordate sparate da artisti incoscientemente sottovalutati.
Recentemente, in
occasione di una mostra - mercato, abbiamo ascoltato una loro "sentenza"
contro un pittore il quale, essendo allergico ad ogni forma di imposizione e
di discriminazione,non aveva accettato di esporvi.
La "condanna": dieci anni
di esclusione da qualsiasi mostra che si organizzerà a Siracusa. Il
"condannato", essendo un artista che non sente l'ancestrale bisogno di unirsi in combriccola per
trovare nell'unione quella forza che altri (uniti in combriccola) non hanno
singolarmente,ha solo sorriso,poiché sa benissimo che di solito,in questi
casi, sono i " giudici " che finiscono annegati nel loro brodo.
Infatti, le
inposizioni, certe posizioni di forza, l'orgoglio che suscita boria, la boria
che produce i cosiddetti
" palloni gonfiati " non fanno che sciupare energie finché diventa
problematico trovare una protesi.
Tuttavia, se invece di
arte, vogliono fare (come molti fanno) la conmedia dell'arte, possono esibirsi
in cortili già collaudati alla bisogna.
Noi diaciamo no alle chiacchere, no ai sorprusi,no alle discriminazioni.
Diciamo tre volte si alla
polemica essendo l'ossigeno e la calamità di ogni manifestazione.
Purchè sia
polemica viva, nuova, attuale; tesa all'attrazione del pubblico; polemica
costruttiva,insomma,che metta in risalto i problemi nuovi che allietano e
affliggono l'artista moderno il quale non ha più un attimo di respiro,
costretto a rincorrere i suoi ideali, all' unisono con la storia sempre
più in rapida evoluzione. Bando dunque alle chiacchere e più polemica
costruttiva; tanto più necessaria oggi che se non esistesse bisognerebbe
inventarla.
II "non partecipo" dei
pittore "condannato" è un esempio di come si possa attizzare polemica intorno a
una mostra (con o senza mercato) senza la quale sarebbe stata "la solita mostra
dei soliti pittori ".
E non è assurdo affermare che se gli organizzatori
avessero istituito dei premi (malgrado la nostra preposta in altra sede, i
premi ci saranno senpre) il primo premio avrebbero dovuto darlo proprio al
pittore che ha ricevuto la "condanna", il quale , intuendo la necessità di
attizzare polemica, non accettò di parteciparvi,ben sapendo,ad onor del
vero,che così facendo,sarebbe stato sulla bocca di tuttir quindi il
protagonista della mostra-mercato.
Tanto era certo che il suo rifiuto sarebbe
stato male interpretato. Così è stato. Anche la stampa si è interessata al
caso. Ma non era questo ciò che voleva. A questo punto formuliamo l'augurio
propiziatore di pace affinchè non avvengano più discriminazioni da parte di
quanti hanno scelto l'oscurità dei cortili e tengono discorsi bizantini seduti
in covata.
Auguriamo loro che riescano a togliersi le bende dagli occhi e
l'amaro dalla bocca.
In fin dei conti,non vogliamo la loro capitolazione, ne
vogliamo vederli in ginocchio. Così come altri non vogliono,come qualcuno ha
detto, ne fontane ne monumenti.
Chiediamo soltanto la fine di ogni deleteria
ostilità e più polemica costruttiva,
affinche l'arte e gli artisti, provenienti da una scuola d'arte e patentati da
madre natura, non passino sotto silenzio, sotto questo dolcissimo cielo che
invoglia a sonnecchiare.
Questo chiediamo, guardando
in faccia la realtà; senza nasconderci ne sopra, ne sotto,né dietro le parole.
Mario Fontana
"Bruciate
le stampe,
visitate le mostre"
Certe «svicolate» critiche sull'arte moderna, scritte nella terza
pagina dei quotidiani creano spesso una certa confusione perché di solito, data
appunto la volgarizzazione dei quotidiani, vanno sotto gli occhi di persone
completamente digiune di cultura artistica. Poiché di giornale in giornale la
critica segue strade e punti di vista differenti ecco che il lettore, ad un
certo punto, si disorienta e si smarrisce. Ed è impossibile trovare un rimedio
atto ad arginare tale situazione a meno che il lettore, incuriosito dai pareri
discordi di critici differenti, non va in libreria e gradatamente, cominciando
dalla preistoria dell'arte, si rende conto di tutta l'evoluzione, artistica.Ma
quanti sono quelli che seguono la via più sicura verso la conoscenza metodica e
graduale ? Le statistiche ci dicono che i libri d'arte sono molto venduti,
specialmente in questi ultimi anni. Considerando ciò dovremmo pensare che
milioni di italiani hanno raggiunto una cultura artistica se non profondissima,
sufficiente alla formazione di un gusto capace di valutare un quadro, di
apprezza re una mostra, di discutere con una certa competenza con gli artisti.
Invece, dobbiamo constatare che spesso la cultura formatasi attraverso dispense
e libri d'arte acquistati in libreria o dal tabaccaio e letti senza alcun
metodo fanno raggiungere a tale tipo di lettore una cultura e una sensibilità
artistica capaci di fargli apprezzare le « stampe d'arte» quelle, per
intenderci, che quasi settimanalmente si trovano abbinate ai rotocalchi di
grossa tiratura. Infatti, l'ammirazione per dette stampe è talmente
incondizionata che è raro non trovarle appese ai muri di milioni di italiani di
tutti i ceti e di tutte le estrazioni. L'indigestione di dette riproduzioni non
accenna a diminuire e continua settimana dopo settimana, con immensa gioia di
corniciai i quali, settimanalmente, sono costretti a fare lo straordinario per
accontentare i clienti, e sono una marea, i quali aspettano impazienti la
consegna delle... opere d'arte da appendere con orgoglio alle pareti domestiche
Un tale ci diceva: « Ho quindici Picasso, diciotto Cézanne, una decina di
Caravaggio, una trentina di quadri con fiori dei più grandi maestri! Una
fortuna! rispondiamo e il tale: « Adesso aspetto il nuovo calendario da una
società di assicurazioni, che è una cannonata. Scusi, diciamo noi ma il
calendario le serve forse per segnarvi le date delle aste e delle mostre d'arte
? Ma no, fa il tale, non avete capito nulla; dal calendario, ci prendo sei
stampe meravigliose che passerò subito le opere... in carne ed ossa. al mio
corniciaio di fiducia. Molti di questi collezionisti Vi assicuriamo che non è
una barzelletta, infatti basta fare un giro dai corniciai per rendersi conto
della confusione creatasi presso un pubblico vastissimo. Migliaia di stampe,
oggi come oggi, tappezzano chilometri di pareti, dalla casa dell'avvocato alla
casa dello spazzino; dalla villa del medico al « rustico » del contadino, dalla
cabina del camionista allo studio del notaio. A conti fatti ogni «
collezionista » di,stampe dall'inizio della « raccolta » alla saturazione delle
pareti domestiche, (ne abbiamo viste anche in cucina) spendono dal corniciaio
cifre che vari no da un minimo di centomila alle trecentomilalire a seconda dei
gusti e dei suggerimenti interessati dei corniciai. Tutto ciò a discapito della
vera cultura e del di pezzi. . . di carta non sanno che con la stessa cifra
potrebbero comprare ad esempio quattro, cinque litografie originali firmate da
artisti di fama internazionale e uno due quadri di pittori contemporanei di
sicuro avvenire. Invece assistiamo al completo disinteresse del pubblico verso
le mostre d'arte, notiamo con rammarico la tristezza di artisti i quali, dopo
la « vernice » attendono per giorni e giorni la visita di gente che non
varcherà mai la soglia di una galleria d'arte. Eppure l'artista con le sue
opere da al visitatore la misura dell'evoluzione continua, incessante, della
realtà contemporanea. Bruciate le stampe, fantasmi dell'arte e visitate le
mostre.
MARIO FONTANA
La Nuova Gazzetta 11/1/1970
Durante i bombardamenti i
Siracusani
invocano il nome di Santa Lucia
Ventisette anni: un quarto di
secolo.. Ma credo che siano
sempre vivi nella memoria dei
siracusani i lunghi anni di
guerra e di oscuramento
materiale e soprattutto morale.
Chi non ricorda i fischi e gli
scoppi delle bombe e il
crepitare delle mitraglie e le
cannonate e il suono delle
sirene. E le notti insonni, per
il susseguirsi degli allarmi; e
le corse, al buio, verso i
ricoveri. Per quante notti il
sonno fu un frutto proibito
Avevo poco più di dieci allora,
ma ricordo che non ebbi mai
paura; a quella età non si ha
paura di morire; a quella età
non si può essere amici della
morte. Forse si ha timore della
suggestione che provoca, nella
mente dei bambini, la paura dei
grandi, le loro grida, le
espressioni di terrore; ma non
si ha paura. Quando suonava la
sirena, di giorno o di notte,
salivo sulla terrazza di casa
mia e ascoltavo il
caratteristico vooom - vooomm
dei quadrimotori americani,
guardavo le traiettorie dei
proiettili traccianti, gli
squarci delle cannonate, che nel
cielo apparivano improvvisi come
grandi fiori neri. Non rinunciai
mai a quella incosciente
esperienza pur sapendo che una
piccola scheggia, di poche once,
con il peso centuplicato dalla
caduta, avrebbe potuto uccidermi
o ferirmi. L’aspra luce dei «
bengala » rendeva irreale il
paesaggio intorno, i «
traccianti » segnavano direzioni
imprevedibili, poi, per pochi
attimi, tutto si zittiva e
subito dopo, mille colpi
improvvisi laceravano il
silenzio del cielo. Schegge
cadevano fischiando e spesso le
trovavo ancora calde. La città
era quasi deserta; a migliaia i
siracusani erano sfollati nella
provincia. A volte, verso le due
pomeridiane, Siracusa assumeva
un aspetto metafisico, come
certi quadri di De Chirico;
tanto era struggente la
solitudine delle strade e delle
piazze. La Luna piena: una
maledizione. Le tessere «
annonarie » per le razioni di
pane, di pasta e di carne una
efficace collettiva cura
dimagrante. L’intrallazzo, (così
si chiamava la borsa nera), di
ogni genere spillava quattrini
dalle poverissime tasche della
popolazione affamata,
angustiata, impaurita. I
ricoveri antiaerei si
trasformarono ben presto in
putride cloache e in allevamenti
di pulci di cimici e di
pidocchi; l’umidità la faceva da
padrone. Ad ogni fischio di
bomba una preghiera,
un’invocazione a Santa Lucia
scaturiva dalle labbra della
popolazione terrorizzata e in
pena per i figli lontani
coinvolti in un impari lotta
nelle desolate steppe della
Russia, negli infuocati deserti
africani; nel cielo e nel mare.
Ogni dialogo, una rievocazione
di episodi dolorosi; il racconto
struggente di un distacco.
Ferite, navi, aerei, bombe,
esplosioni, siluri,
Tripolitania, Russia,Grecia:
tutto un triste Carosello di
fatti e di nomi sulla bocca di
tutti. Si viveva alla giornata.
Al mattino si era vivi, a sera
si poteva essere morti. Ad ogni
bombardamento i nomi dei feriti
e dei morti facevano il giro
della città. Si diceva: è morto
Tizio o il figlio di Caio. Dopo
lo scoppio di una bomba un
braccio è stato trovato a
quindici metri di distanza.
Oppure si diceva di bombe
rimaste inesplose in diverse
zone della città. E quante volte
durante i I bombardamenti vidi
le motocarrozzette dell’U.N.P.A.
(Unione Nazionale Protezione
Antiaerea) cariche di corpi
senza vita, dilaniati, mutilati,
maschere insanguinate di uomini
e di donne, di giovani e
bambini. Ricordo un pomeriggio
triste, come lo sono certi
pomeriggi di guerra. Era da poco
suonata la sirena del «cessato
allarme » dopo uno dei più
cruenti bombardamenti che
Siracusa ebbe a subire. Me ne
salivo tutto solo verso Piazza
Archimede quando, giunto davanti
al tabaccaio di Via del
Littorio, (oggi corso Matteotti)
mi passò davanti una
motocarrozzetta deIl’U.N.PA
stracarica di corpi e di membra
umane accatastati; e teste e
braccia e gambe pendevano dai
bordi sgocciolando sangue.
Andavano, inutilmente, verso
l’Ospedale. Dell’affondamento
deI « Conte Rosso» a poche
miglia dalla nostra costa,
ricordo le motobarche che
scaricavano centinaia di corpi
alla «marina» proprio vicino “a
cillitta” (la fontanella) e per
far presto i marinai, pallidi e
con la morte nel cuore, li
gettavano sulla panchina come
sacchi di patate. Ma dovevano
far presto, altre centinaia di
corpi straziati aspettavano
galleggiando nel .,. mare
nostrum! A ripensarci quegli
anni furono una macabra altalena
tra la vita e la morte. Nessuna
cosa, nemmeno il sole, riusciva
a illuminare i giorni. La
speranza di tutti era la fine
della guerra. Poi, finalmente
giunse il 9 luglio 1943. Gli
ultimi, quanto inutili colpi
delle nostre batterie contraeree
furono sparati in un cielo
notturno illuminato da un
incalcolabile numero di «bengala
» che gli aerei lanciavano
appena superata la linea della
Targia. Intanto, i rifugi della
«marina », di Piazza Duomo e
della Giudecca si erano riempiti
di gente fino all’inverosimile.
Quando fu giorno la batteria di
Santa Panagia si svegliò e sparò
qualche colpo del 381; poi
tacque per non svegliarsi più. I
tedeschi cominciarono a fuggire,
seguiti dai gerarchi Fascisti.
Un silenzio irreale calò su
Siracusa, punteggiato da lontani
colpi di moschetto e da brevi
scariche di mitragliatrici. I
soldati della Milmart,
abbandonate le batterie di S.
Panagia si tolsero le divise,
indossarono i vecchi abiti che
la gente gli diede e armi e
divise furono seppellite
lestamente, sotto terra.
All’imbrunire, americani,
inglesi, indiani, sudafricani,
canadesi, occuparono Siracusa,
accolti dalla popolazione con
fiori e grida di giubilo
ricambiati, secondo gli ordini
ricevuti, da generose
distribuzioni di cioccolato, di
corned-bee e di sigarette. Sono
ricordi che gli anni hanno
ridotto a brandelli nella
memoria. Ma non si possono
dimenticare, perchè lasciano il
segno come la zampata della
tigre.
Mario Fontana
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Egregio Direttore
Egregio direttore,
con sconcertante indirizzo
mentale si continua ad
oltraggiare la Sicilia.
Mi riferisco a quanto ha scritto
lo scribacchia inglese e dal
Corriere riportato il 18
Febbraio u.s.
Con grossolane menzogne,ancora
una volta, si tende ad oscurare
Palermo;a gettare ombre sinistre
su tutta la Sicilia.Per scrivere
ciò che il figlio di ... Albione
ha scritto : " Nei ristoranti vi
possono dare carne umana anzichè
quella di maiale " credo sia
necessario appartenere anche
mentalmente a quest'ultima
categoria; altrimenti tali
rigurgiti di bestialità non li
avrebbe dati in pasto alla
stappa internazionale. Certo, la
Sicilia è sinonimo di mafia ma
per chi non lo sapesse ( e sono
tanti) mi permetta di ricordare
che dal suo generoso grembo sono
nati anche Archimede, Empedocle,
Teocrito; quattro papi
santificati, una schiera di
Santi, di beati, di apostoli e
precursori di dottrine. Per le
riforme sociali Nicola
Spedaliere, per i sistemi
filosofici Vincenzo Miceli, per
le riforme criminali Tommaso
Natale. Ad Emerio Amari,
palermitano, la priorità nel
campo del diritto comparato; a
Rosario Gregorio il merito di
essere stato il precursore della
storiografia contemporanea.E
perché non ricordare i due
famosi cavalieri siciliani eroi
della disfida di Barletta; e
Caronda e Cielo D'Alcamo e
Antonello da Messina e Vincenzo
Bellini e Giacomo Serpotta e
Giovanni Verga e Luigi
Pirandello e Quasimodo e
Vittorini e Don Sturzo e cento e
cento altri degnissimi figli di
tanta madre. Per concludere
(poiché il silenzio non sempre è
d'oro)voglio ricordare l'alto
ufficiale tedesco che operò
durante la prima guerra
mondiale; riferendosi al Corpo
d'Armata comandato dal
siciliano generale Di
Giorgio,testimoniò: " Osservando
in battaglia il grande cuore e
la ferrea volontà dei soldati
siciliani,compresi come
l'esercito del Maresciallo
Conrad non sarebbe mai giunto a
Milano.
Mario Fontana
![]()
Fogli
su carta
***
Al marinaio basta dare
un'occhiata alla bussola per
essere sicuro di arrivare in
porto.
Ma per te che vivi nella
terraferma (terremoti a
parte),non è facile fare il
“punto” per sapere dove ti trovi
o dove credi di trovarti. Certo,
sappiamo che conosci il nome
della tua città, della tua
strada, del tuo numero
telefonico e del tuo conto in
banca.
Sei tanto intelligente che la
porta di casa la troveresti
anche col nebbione padano e
tanto furbo da prendere in giro
una volpe. Il guaio è che tu
conoscendo numeri e nomi e,
forte della tua intelligenza e
della tua furbizia, ti credi
proprio al sicuro;tranquillo
come un prete con parrocchia.
Hai le tue comodità:i tuoi
libri,la tua pipa preferita,la
tua collezione di di vini e di
liquori e magari un bel gatto
siamese che ti fa le fusa. Ti
senti proprio al sicuro.I tuoi
problemi,semmai,sono aritmetici
: dare e avere o meglio prima
avere e poi dare.
Eppure, anche tu respiri ossido
di carbonio e anidride solforosa
al posto dell'ossigeno,anche tu
bevi concentrati di rifiuti
industriali,anche tu mangi
estratti di pesticidi e di
concimi,anche tu sei coinvolto
nel dissacrante circuito dell’
attuale società.
Tuttavia tu ti credi immune e
lontano da tanto sfacelo e sei
convinto di vivere quest'epoca
da vaccinato antitutto, ti credi
o sei convinto di essere un
marinaio col cuore e il fegato
di un corsaro. Nessuna tempesta
ti fa paura. Nulla ti nausea. Ma
se vivi così,se la pensi così
vuoi dire che sei cieco,che sei
sordo,che sei insensibile,che
non leggi i giornali; che i tuoi
pensieri sono,come scrive Sartre
- ...pensieri da granchio...
fragili come un foglio di
giornale cotto dal sole...-
***
Molti politicanti rassomigliano
ai giocatori di carte: quando
perdono,non fanno tragedie, non
si tirano i capelli. Si limitano
a parlare sottolineando le loro
frasi con eloquenti gesti delle
braccia e delle mani, che
sembrano presi in prestito dal
pittoresco campionario gestuale
dei pupi siciliani. E’
incredibile quanto riescano a
parlare. Son capaci di ripetere
mille volte in un giorno la
"storiella" della loro più
recente sconfitta con l'unica
variante del tono della voce: a
seconda degli ascoltatori. I più
fantasiosi arricchiscono la
'storiella* di sfumature
colorite,infiorando nuovi
cavilli, per giungere,
infine,agli atteggiamenti più
vicini alla iconografia sacra.
Ed è commovente constatare,il
più delle volte,riescano a
giustificare la loro “mossa
sbagliata” o il “tradimento”
dell'amico fidato.
Naturalmente,quando vincono alle
elezioni è tutta un'altra cosa.
I primi a cambiare espressione
sono i loro occhi: prima
pietosamente atteggiati come si
dice, a cane bastonato,poi
luminosi e alteri come quelli
del “fiero balilla mentre lancia
il sasso”.
II saluto. Avete mai fatto caso
al saluto “ prima” e “dopo” le
elezioni? Quale
stupefacente,incredibile,
calorosa cordialità “prima” e
quale
superficiale,disinteressato(scocciato)
mugugno “dopo”. Ricordo una
storiella delle scorse elezioni.
Un neo-eletto venne fermato per
strada da un tale che gli aveva
dato il voto(richiesto con
lettera ciclostilata. Il
neo-eletto si fermò un attimo e
disse: vado di fretta,mi
aspettano a pranzo e non le
nascondo che ho una “fame da
lupo”!
Disse proprio così: - Ho - una -
fa – me - da - lu - po!
***
L'ultima minigonna del giorno la
vidi al Bar e il mio sguardo
salì dalle caviglie
all'inguine,mentre ascoltavo le
parolacce del barista che s'era
scottato un dito,soffiando
vapore nel “cappuccino” di un
tale, ch'era giunto con Porsche
verde ramarro.
Poi entrò la Marisa con i seni
prepotenti e dalla memoria
emerse la fanciulla che
m'aspettava impaziente, là, dove
il pergolato era tutto un
intreccio di pampini.
Mario Fontana
![]()
Germania: il rogo dell' Arte
Moderna
L’inquinamento della cultura e
dell’arte in Germania coincide
con il decadimento morale di una
società borghese contrapposta
dal nazionalsocialismo,alle
tendenze rivoluzionarie
socialiste. Sono lontani i tempi
in cui molti intellettuali e
artisti auspicano la prima
guerra mondiale por spezzare
l'abulia di - questa pace
ammuffita, unta e oleosa e per
rompere col regime feudale e
militaristico di Guglielmo II.
La fine ingloriosa della
cosiddetta * grande guerra *
lascia in eredità oltre alla
catastrofe finale,tutti gli
urgenti a ingarbugliati problemi
politici e sociali: un
dopoguerra scottante che
borbotta,che innalza lingue di
fuoco in ogni angolo della
Gormania;insieme all'odio che
serpeggia contro gli ebrei,i
capitalisti e i comunisti.
Intrappolati in questa cruda
realtà vengono coinvolti quanti
operano nel campo dell'arte e
della cultura: da Bertold Brecht
al drammaturgo Arnold Zweigg, al
satirico Carl Sternheim,la cui
satira sfreccia contro la
società berlinese; al pittore
Otto Dix.e a molti altri.
Ovunque prolificano associazioni
politiche. L'Armata Rossa dalla
Ruhr contrasta il “Golpe”
organizzato da Kopp,nel
tentativo di instaurare un
regime militare. Hitler fa
conoscere il programma in 25
punti dello SNDAP sorto dalle
ceneri del Partito Operaio
Tedesco. Il dissenso con la
chiesa raggiunge il culmine.
L'esercito del Reich è impegnato
a reprimere nel sangue quanti,
nel centro della Germania,sono
impegnati nelle "Lotte di
Marzo”. Si contano i delitti
politici; dal '19 al '22 : 376.
In Italia,il partito fascista
raggiunge il potere.La Francia
occupa la Ruhr. Hitler e
Ludendorf organizzano e attuano
il “Golpe” di Monaco che si
conclude in fallimento e con
l'arresto dei responsabili. Il
governo socialista della
Sassonia viene rovesciato dall’
esercito del Reich. Ernst
Thalmam guida l'insurrezione ad
Amburgo.Le bande armate nere dal
Reich si macchiano degli
assassini di Feme.
In tutto questo marasma di
delitti e di rovine,di
insicurezza e di sgomento,
l'inflazione raggiunge il
culmine,trascinando
all'impoverimento la classe
media. Intanto Hitler viene
liberato;pubblica *Mein Kampf* a
crea il famigerato corpo delle
SS.
La Germania del '26 entra nella
Lega delle Nazioni. Goebbels è
nominato govematore
social-nazionalista, seguito da
Himmler nominato capo delle SS.
Il crollo della borsa di Wall
Street aggrava la crisi
economica tedesca : la conta dei
disoccupati raggiunge i
4.500.000. II Ministero
dell'Interno e della Istruzione
pubblica cade nelle mani di
Frik,
ministro nazionalaocialista.
Esce il decreto “Contro la
cultura da negri per la nazione
tedesca”. Cominciano i veri guai
per gli operatori artistici o
culturali. Gli industriali
aiutano e appoggiano Hitler con
ingenti sovvenzioni. Hindemburg
nomina Hitler cancelliere del
Reich.Si aggravano ancor più le
condizioni degli artisti. Le
scintille dell'incendio del
parlamento di Berlino accelerano
le azini terroristiche da parte
degli antinazisti. L'avanguardia
artistica viene denunciata come
ispiratrice della rivoluzione
proletaria mondiale. “
Eliminare” dalla vita pubblica
i peggiori rappresentanti della
decadenza.Per Hitler,l'arte
moderna e sintomo e sinonimo di
anarchia politica e culturale o
di bolscevismo.Tutti gli artisti
moderni vengono additati alla
riprovazione popolare.Vengono
istituiti “ campi di
concentramento” per rinchiudervi
tutte le opere d'arte moderna
definite da Hitler “ arte
degenerata". Così i capolavori
di Klee, di Otto Dix,di
Kokoschka, di Chagall, di
Kandinsky,di George Hrosz e di
molti altri vengono tolti dai
musei e concentrati nei “musei
degli orrori” per sottoporli al
giudizio popolo opportunamente
catechizzato dai leccapiedi
hitleriani. Inoltre, vengono
epurati dai musei e dalle
gallerie della Germania nazista
i capolavori di Van Ghogh,di
Gauguin,di Picasso,di Modigliani
e di molti , molti altri. A
Dessau e a Norimberga a Chemmitz
e & Dresda vengono esposti “ gli
orrori “ e gli " specchi della
decadenza” in contrapposizione
della “ Prima esposizione
viaggiante d'arte genuinamente
tedesca”.
Ma gli strali hitleriani
all'arte e alla cultura non
hanno come bersaglio solo l'arte
visiva;anche i libri sono
"degenerati” perché turbano e
distraggono il popolo dal fine
supremo.L'unica immagine da
innestare nel cervello di ogni
tedesco è quella di
Hitler;l'unico ideale da
seguire: il nazionalsocialismo.
Piramidi di libri vengono dati
alle fiamme.Hans
Naumann,ordinario di storia
della letteratura tedesca, in
occasione del rogo dei libri del
10 Maggio 1933,sulla Karkplatz
di Bonn,pronuncia un discorso di
cui riportiamo alcuni deliranti
brani.
“...0 gioventù accademica della
nazione tedesca,brucia dunque a
mezzanotte in tutte le
università del Reich, ciò che tu
sinora non hai certo amato,ma
che poteva traviare e minaccio
di traviare tè e noi tutti”.E
ancora: “ se questa notte un
libro di troppo sarà gettato nel
fuoco,il danno non sarà tanto
grave come se ne avesse lanciato
alle fiamme uno di meno.Ciò che
sano risorge da solo”. Le
espulsioni non si fanno
attendere.Chi usava quei
libri,chi amava quei quadri e
quelle sculture,chi aveva
dedicato la propria vita
all'arte e all'insegnamento di
quella cultura da bruciare e di
quelle opere degenerate deve
sparire dalla circolazione.
Artisti e scrittori vengono
espulsi dall’ incarico di
insegnamento: 0tto Dix,
Kirchener,Nolde e molti altri
vengono licenziati,assieme a
moltissimi direttori di musei e
di gallerie.
Criticare le opere d'arte è
divenuto pericoloso, perche la
critica d'arte è proibita. Vige
il divieto più assoluto.”
Soltanto lo Stato e il partito
possono esprimere una
valutazione di carattere
assoluto”.
Il presidente della Camera delle
Arti Figurative del Reich
afferma: - Intorno a noi non
troverete più queste parti della
follia,della tracotanza,
dell'ignoranza e della
degenerazione”.
E,per accattivarsi la simpatia e
la comprensione dei
pseudo-artisti e di artisti di
mozza tacca aggiunge: - E' um
delitto e una vergogna aver
tappezzato le pareti dei nostri
musei con questa roba,quando
nelle stesse città i probi
artisti locali avevano poca e
nessuna possibilità di esporre i
loro lavori”. Così,gli artisti
emarginati,gli incapaci,gli
accademici; i pittori di
“interni", di"animali”; di
"motivi romantici”; il pittore
che ricerca con orgoglio di
razza la raffigurazione
dell'uomo tedesco vengono messi
sul piedistallo e sostenuti
dalla messa in scena con cui
vengono organizzate le mostre
della “nuova arte” in locali
vicini e nelle stesso periodo
dove vengono esposto le opere di
“ arte degenerata ", per
sottolineare, in termini
antitetici,la differenza e la
stoltezza di quanti hanno voluto
e vogliono inculcare la
corruzione e la distruzione
della cultura nel popolo
tedesco.
Ed ecco un brano del discorso
gridato da Hitler in occasione
dell’esposizione dell'arte
degenerata”: "Tutte le chicche
di ciarlatani,di dilettanti, di
impostori dell'arte verranno
snidate ed eliminate". Questi
primitivi,cavernicoli
balbuzienti dell'arte possono
tornare, per quanto ci riguarda,
nelle caverne dei loro antenati
per dedicarsi ai loro primitivi
sgorbi internazionali.
La Casa dell'arte tedesca di
Monaco è stata costruita dal
popolo tedesco soltanto par la
sua arte tedesca.
Anche la Bauhaus,la più
importante e lucida scuola
d'arte tedesca,nata dalla
genialità dell'architetto
Walter Gropius, cade sotte la
persecuzione nazista.
A Hitler danno fastidio i
fermenti creativi, le
innovazioni, la dinamica
politico-culturale
di questa scuola; per il suo
carattere, Walter
Gropius e discepoli pensano
troppo e ragionane molto.Lo
infastidisce soprattutto la
politicizzazione dei suoi
componenti,il loro modo
di capovolgere lo “status quo"
dei rapporti arte
– industria, fino allora quasi
inesistenti.
In un'era dominata, dalla
macchina, dalla
tecnologia e dall'industria il
rapporto con l'arte,
secondo Gropius, deve essere di
collaborazione
reciproca infatti, afferma
Gropius - l'assenza
di collaborazione comporta per i
prodotti
induatriali carenze qualitative
insoddisfacenti
rispetto alla quantità dei
valori che nella produzione di
massa potrebbero darivare alla
societa.Ed è nell'arte che fa
leva la chiave di quei valori
che ne l'industria ne la
macchina possono conseguire
autonomamente.
-Gropius dunque, pensa alla
'qualità',si,ma
anche all'estetica. E non solo
Hitler ma la
gran parte degli artisti
accademici mal
digeriscono simili idee.E'
evidente,che il loro
timore deriva dalla sensazione
che le idee di
Gropius, possano far perdere
loro quei
privilegi di classe acquisiti
col consenso
della società borghese
nazionalista che li osanna.
Per il borghese nazionalista è
un assurdo
il volere identificare la figura
dell'artista
sancita dalla tradizione
romantica,con la
figura dell'artigiano anche se
ora indossa
il vestito dell'industriale. Il
sogno di Walter
Gropius finisce il primo Ottobre
1932 con la
chiusura della Bauhaus. Ancora
una volta
l'ignoranza,la stupida
demagogia,hanno il
sopravvento. Ma le idee
rimangono ,
non possono essere attaccate ne
dalle
fiamme, ne dalla follia di un
solo uomo.
La Bauhaus di Walter Gropius,i
suoi
fermenti creativi sono sempre
illuminati
e illuminanti.L arte moderna è
sempre una
viva realtà.L'ultimo rogo viene
appiccato
da mani nazista il 20 Maggio
I939. Le
fiamme trasformano in cenere
500o opere
d ' arte degenerata.Adolf
Hitler,ex pittore
fallito,ex riformato,ex caporale
dell’esercito,
sorride soddisfatto.
MARIO FONTANA
![]()
Il più alto "Grattacielo del
Mondo"
Salire sul più alto grattacielo
del mondo è quasi un viaggio. Se
un giorno o l'altro vi capiterà
di trovarvi a New York, dove la
fifth Avenue incrocia la
trentaquattresima strada,
proprio nel cuore di Manhattan,
entrate nell' Empire States
Building, pagate un dollaro alla
bionda bigliettaia, entrate in
ascensore e...oplà.
Mentre l'ascensore sale non
dimenticate di masticare
chewing-gum, vi eviterà il
noioso ronzio agli orecchi
dovuto alla differente pressione
atmosferica. Al cinquantunesimo
piano avrete fatto solo una
parte del… viaggio. Ancora
cinquantuno piani e sarete
arrivati.
Altezza, trecentoottantuno
metri. Sia di giorno che di
sera, lassù, vi accoglierà
sempre il vento, ma non
dimenticate di entrare nella
grande cupola di acciaio e se
gli oblò non saranno occupati,
come al solito, da romantiche
coppiette in cerca di…
altitudine, potrete osservare l’
immensa distesa della metropoli;
ma lo spettacolo più bello si
gode a sera quando New York si
trasforma in un oceano di luci.
Dalla veranda sottostante la
cupola, protetta da un’
altissima rete metallica, per
via dei numerosi suicidi,
emozionante e suggestivo
guardate più che potete lo
spettacolo che vi si apre tutt’
intorno affinché non vi si
cancelli dalla memoria perché
mai più dall’ alto di un
palazzo, vi capiterà di vedere
tanto in una sola volta. E se ad
un certo punto sentirete
dondolare dolcemente il terreno
sotto i vostri piedi, non
impallidite, non temete, non
pensate al terremoto. Il
dinosauro della tecnica edilizia
da il massimo affidamento. Le
sue trecentosessantacinquemila
tonnellate di acciaio e di
cemento sono una garanzia. E’
tutto previsto: altezza e
relativa oscillazione, statica
ed estetica. A me piace pensare
che si dondola per passare il
tempo, anche se i maligni
pensano che lo faccia per dare
il brivido ai visitatori fifoni
che giornalmente superano le
trentamila unità. Comunque se
già siete decisi a provare tale
emozione vi interesserà
conoscere alcuni particolari del
colosso e qualche curiosità.
Tanto per cominciare, gli
ascensori sono settanta-quattro.
Le donne addette alla pulizia
sono trecento e nel “complesso”
vi lavorano quindicimila
persone. Ogni mese l’
"Energumeno” ingoia più di due
milioni di chilowattora. Le
seimilacinquecento finestre
danno lavoro ad un esercito di
pulitori votati al suicidio.
L' arca su cui poggia, nel 1799
era ancora una campagna di
proprietà di John Tompson.
Il faro girevole collocato sopra
la cupola fende la notte fino a
trecento miglia di distanza.
Nelle belle giornate, da lassù,
si possono vedere cinque stati
dal Connecticut alla
Pensylvania, dal New Jersey all'
immenso Stato di New York.
Ultima curiosità: se qualcuno di
voi vuole scalarlo a piedi può
farlo, gli scalini sono,
soltanto,
milleottocentosessantuno e se
avrà la fortuna di arrivare
lassù senza l'ausilio di qualche
“bomba” tipo giro d'Italia, al
ritorno, una bella ragazza,
quasi sempre bionda, vi
appunterà sul petto una
medaglietta di latta con l’
effigie del grattacielo e con l'
attestazione scritta in lingua
madre locale: ”J’ve been on top”
che è come dire: sono stato
lassù.
Ma la medaglietta la regalano a
tutti anche a quelli che si
fanno proiettare dall’ascensore
, imbottito di velluto rosso.
MARIO FONTANA
![]()
Il restauro delle pitture
Sono migliaia le chiese che
cadono a pezzi: dalle Alpi alla
Sicilia. Così, quando il parroco
di una chiesa decide di dare il
via ai necessari restauri è il
caso di gridare al miracolo...
Don Adriano Colombo uno di
questi ma " ne sono convinto "
non chiede applausi. E non ha
chiesto molto ai suoi
parrocchiani che, per inciso,
sono quelli della Parrocchia di
San Giuseppe in Bariana : solo
una tegola, per ricoprire il
tetto della loro chiesa, ormai
pieno di acciacchi. Oltre
all’intervento della ditta
Campana, sono stati necessari:
sia l’intervento del pittore
Fumagalli, che con molta
esperienza e altrettanta
sensibilità ha “trovato” la
giusta tonalità, per la
ricolorazione dei muri e delle
antiche travature: sia
l’intervento del restaurato
Mario Fontana. Ora lo sguardo
accarezza il nuovo tetto in
larice, le piacevoli decorazioni
sottotetto, che sottolineano
l’intero perimetro della chiesa;
ripulite e restaurate dalle
numerose abrasioni, dalla
polvere e dal fumo delle
candele. E che dire dei
bellissimi medaglioni del
Penati, più espressivi dopo il
pulimento e il riassetto delle
decorazioni, che fanno loro da
cornici, eseguiti anch’essi dal
Fontana. Altri interventi di
restauro si sono resi necessari,
sia nel primo arco di trionfo
sia nel secondo, a causa delle
infiltrazioni pluviali che ne
avevano rovinato una parte.
Infine, é da segnalare il
restauro della figura di San
Giovanni Bosco, completamente
rovinata dall’ eccessivo
assorbimento d’acqua ,espulsa
dalla grondaia in corrispondenza
del dipinto. La malta, composta
di calce e sabbia, ricca di sali
alcalini, uniti all’azoto
dell’atmosfera produce il
nitrato di potassa o " come
comunemente chiamato " salnitro
,il quale produce quella patina
biancastra che deturpa i dipinti
murali. Ma per don Adriano,il
tempo dei restauri non è finito.
Il progetto completo e approvato
(visibile in chiesa) prevede
l’apertura di un ingresso, molto
più grande del logoro attuale
portone. Una grande vetrata e,
ai due lati: il Battesimo di
Gesù e Adamo e Eva finalmente
liberati dalle strutture in
legno che ne occultano una
parte.
Mario Fontana
1989
Impressioni di un Siracusano
sulla
megalopoli d'America: New York
Chi pensa a New York, senza
esserci stato, immagina
certamente una città immensa ma
le proporzioni rimangono legate
all’immaginazione che è sempre
approssimativa. New York, supera
ogni immaginazione. A formare
questa città - stato
contribuiscono smisurati
quartieri i cui limiti si
possono osservare solo sulle
carte topografiche. Manhattan,
Brooklyn, Queens, Bronx, non
sono che alcune zone della
mastotondica metropoli le quali,
insieme a molte altre, formano
la più grande e la più
popolosa città d’America. La
Subway, ferrovia sotterranea,
unisce tutte quelle vaste zone e
chi vive a New York, si accorge,
prima o poi, che non può fare a
meno di questo mezzo, anche se
in garage ha ½ Buick o la
Cadillac. La subway è il mezzo
più rapido per raggiungere,
entro tempi ragionevoli,
qualsiasi località. Oltre tutto
il mezzo più economico e il pìù
sicuro anche se.. tutto sommato,
un pò scomodo. Ma chi va in
Subway deve adattarsi,
specialmente nelle ore di punta,
quando fiumi di umanità si
riversano e si stipano come
datteri nelle capaci vetture.
Allora bianchi e neri, indiani e
cinesi, operai e impiegati,
ricchi e poveri si ritrovano
gomito a gomito. Di solito è
gente stanca, con gli occhi
velati di tristezza e i
lineamenti tirati dalla
giornaliera fatica, gente
desiderosa solo di un po’ di
riposo. Le più appariscenti sono
le impiegate della City, quasi
sempre giovanissime ma anche
loro nascondono la stanchezza e
la tristezza dei poveri travet,
sotto un trucco molto marcato e
già disfatto. Ciò che più
colpisce è la serietà di quei
volti. Mai un riso o l’accenno
di un sorriso. Guardavo quelle
facce ed erano facce di uomini
facce di donne facce di vecchi
facce di ragazzi, facce di tutti
i colori ma, come denominatore
comune, avevano qualcosa che le
faceva apparire tutte uguale,
standardizzate, disumanizzate,
come maschere di antico teatro.
Nessuno parlava, nessuno rideva,
nessuno tossiva, nessuno si
grattava, nessuno guardava le
ragazze, nessuno spingeva,
nessuno, e ad un certo punto mi
sembrò di essere solo, e il tuc
-tuc delle rotaie mi sembrò una
voce umana. Eppure, pensavo, è
gente che tutti i giorni, per
anni e anni, si incontra alla
stessa ora, sugli stessi treni,
dovrebbero conoscersi,volersi
bene,raccontarsi qualcosa,
magari una barzelletta. Nulla,
non succede nella Subway e a
volte ero tentato di pestare il
piede a qualcuno per provocare
una reazione ; non lo feci per
non restare deluso. Unica voce
quella del controllore il quale,
poco prima delle fermate, diceva
con voce strascicata, il nome
della stazione. Dalla sua bocca
ogni nome usciva allungato,
elasticizzato, come la chewing
che i ragazzi tirano dai denti.
Euclid, Lafayette Brighton,
Broadway, Times Square li
ricordo proprio per il modo
cantilenante con cui li diceva.
Tutto sommato mi sono sembrati i
treni della tristezza, anche per
l’impressione ricevuta dalle
stazioni che sono spoglie,
spersonalizzate, anonime ed
emanano sentore di chiuso e di
disinfettante; sembrano enormi
magazzini di scalo merci. Unica
nota di colore, le macchinette
rosse e gialle della gomma da
masticare della cioccolata ecc.
eppure, ogni anno, dalla Subway
passano un miliardo e mezzo di
passeggeri i quali vivono
miliardi di ore ne/le viscere
della terra, brulicanti, come
vermi tesi nell’ affannosa
ricerca dei mezzi per
sopravvivere. La sicurezza di
questa ferrovia sotterranea,
comunque, ha un altissimo
margine di sicurezza affidata
soprattutto ai centomila occhi
elettronici e rarissimi sono gli
incidenti. Così ogni giorno
uomini di tutte le razze entrano
ed escono dalle
quattrocentoottantadue stazioni
della Subway, invariabilmente
estranei, incapaci di scambiarsi
un sorriso.
Mario Fontana
Città 7
![]()
Incontro con Kodra
Scrivere di Kodra, uno dei più
significativi artisti d oggi, è
più semplice di quanto si possa
immaginare; ma; ad una
condizione: bisogna conoscere l'
Uomo - Kodra. Io l' ho
conosciuto a Milano, grazie al
comune amico pittore Mariano
Salerno, un pomeriggio dello
scorso Marzo. Andammo a trovano
a casa e Kodra ci accolse con
simpatia. Conversammo a lungo e
mi resi conto che di fronte a
me. stava un uomo pieno di
umanità e di impulsi vitali.
Dalla sua voce pacata ascoltai
testimonianze di vita vissuta,
dei suoi sacrifici sopportati in
nome dell' arte e del suoi
ideali di uomo libero; della sua
profonda e umana lotta
intellettuale e spirituale,
contro le inquietudini che
affliggono l' attuale società.
Temi e problemi che lo scuotono
profondamente; che subisce come
ferite nella carne e nello
spirito. Via via che la
conversazione si snodava in
argomenti diversi, il suo mondo
emozionale rifioriva dalle sue
parole, dai suoi gesti dal suo
viso, ora atteggiato al sorriso,
ora serio e pensoso e notai
come, parlando con voce pacata
si possono dire tante cose
importanti. " Viviamo nel vuoto
" disse, a proposito dei mali
che hanno aggredito ogni angolo
dell' universo e in cui siamo
costretti a vivere. Compresi
anche la sua umiltà non
ipocrita, fatta di coscienza e
di chiarezza, il suo disagio di
vivere nel caos e nella nevrosi
che serpeggia funesta, il suo
modo di difendersi, di non
lasciarsi trascinare e
coinvolgere, per non sciupare il
suo universo morale. Ma Kodra,
Albanese dl nascita e musulmano
di religione, educato dal
giornaliero contatto con l' arte
all' introspezione e alla
esaltazione dei valori dello
spirito, non fugge il pericolo,
non aggira gli ostacoli; li
combatte con la sua umiltà con
la sua generosità e lealtà
Sapevo, che, in mia assenza,
aveva visitato la mia «
personale » alla galleria
«Novart» e gli chiesi un
giudizio sulle opere. Mi disse
che la mia pittura gli era
piaciuta, che la trovava molto
interessante, che continuassi
pure par la mia strada, tenendo
presente i consigli che mi aveva
dato nel corso della
conversazione. Due ore passarono
in fretta, il bicchiere del
brandy albanese era ormai vuoto
e attorno a. me sentivo un
atmosfera quasi magica. Ibrahim
Kodra era riuscito ad
incantarmi. E quando ci
congedammo invitò me e l amico
Salerno a cena in una trattoria.
Non andammo a quella cena, per
vari motivi ma, l' ultimo giorno
della mia "personale" Kodra
venne alla Novart, e insieme al
pittore Salerno andammo alla
Trattoria Toscana. Si mangiò e
si bevve del buon vino toscano.
Si conversò ancora. Mi disse
della sua recente visita a
Siracusa in occasione della sua
« personale » alla New Gallery
di certe sue conoscenze fatte
nella « nostra » città, un tale
che abita in una viuzza dl
Ortigia che fa collezione delle
cose più strane. Si parlò ancora
di arte e di esperienza,
negative e positive, della fame
patita da artisti come Crippa ed
altri, di pellicce barattate in
cambio di quadri (che oggi
valgono una fortuna). Ancora una
volta notai la sua tristezza
quando il discorso ritornò sull'
avvilente falsità e sulla
dissacrazione, che inquina e
distrugge la fiducia fra gli
uomini. Tuttavia, Kodra ama la
vita perchè vi ha cercato e
trovato il suo mondo che traduce
in immagini e l umanità che lo
circonda, malgrado tutto, è al
centro di ogni interesse. "- I
vecchi e i bambini ml fanno
tenerezza " disse " I vecchi
perchè spesso sono poveri,
malati e soli; i bambini perchè
sono il simbolo della vita e
dell' innocenza. Infatti nelle
sue opere trasforma l uomo, ma
non Io esclude: egli lo vede
dalla sua angolazione e lo
colloca nella, sua realtà
artistica. I suoi personaggi
pittorici possono essere uomini
contemporanei o mitologici;
possono essere santi o
peccatori, uomini coraggiosi o
codardi. Ed è dalla fissità
delle sue immagini che riaffiora
l origine levantina, stemperata
dal contatto socioculturale
europeo. Nel connubio di queste
due civiltà, Ibrahim Kodra ha
scoperto la sua verità
interiore, la sua umanità, e
continua a viverla sul filo
vibrante dell' arte.
Mario Fontana
La Pentapoli 5/1976
![]()
Intensificare
in Sicilia
l'Apicultura
(il primo articolo scritto nel 1958)
Da qualche tempo, in varie città d’Italia, gruppi di studiosi e di
scienziati si riuniscono in convegno per discutere su un tema per la gran parte
trascurato nel vorticoso ritmo della vita moderna: l’apidologia, ossia lo
studio delle api e dei suoi prodotti. Infatti, tutta una aureola di scoperte
scientifiche si è via via aggiunta alle incomplete e frammentarie notizie sulle
osservazioni compiute, nel lento trascorrere dei secoli, da Aristotele a Plinio
a Palladio per citarne alcuni dei più antichi appassionati che la storia
ricordi. L’ape fu per loro oggetto di grande curiosità e di studi ed alla
mancanza di mezzi scientifici Essi supplirono con la logica concludendo che il
miele,
ria romanzata e le osservazioni scaturite dalla logica lasciarono il posto
alla precisione scientifica dei nuovi mezzi di studio e di ricerche. Con la
scoperta del microscopio da parte del naturalista olandese Swannerdam, si
riuscì a contare i ventiseimila occhi dell’ape e si accertò e si stabilì
definitivamente di sesso femminile il capo dell’alveare fino ad allora ritenuto
di sesso maschile. Il parroco Dzerzan scoprì la partenogenesi ed inventò
l’arnia a favo mobile. Il Makring costruì artificialmente i favi di
cera per risparmiare alle api tanto lavoro con grande vantaggio di tempo per le
pollinatrici. Sull’apidilogia esiste oggi una fitta gamma di studi e di
ricerche che vanno di pari passo con la letteratura ma tutti gli illustri
autori e studiosi e scienziati pur seguendo vie diverse di osservazioni sono
tutti concordi sui benefici effetti del miele. “ La vita delle api” del
Maeterlink è tutto un inno sincero e commosso e la scrupolosità della ricerca
si fa strada agevolmente nella lineare esposizione dei suoi studi. Il
lavoro, l’amore, l’odio, connaturati all’epopea della vita delle api
" così il
Maeterlink ce li espone ", riescono a farci dimenticare quei morsetti tanto
caldi e amori che tutti, più o meno, abbiamo sopportato. Comunque, le ricerche
scientifiche continuano a ritmo incessante ed i convegni sono una valida
appendice a tanto appassionato lavoro. E’ opportuno, quindi, destare
l’attenzione degli Enti interessati alla salute pubblica affinchè. con una
opportuna campagna pubblicitaria. riportino sulle nostre mense questo
preziosissimo alimento ricco di vitamine insostituibili, dando così un impulso
vitale anche all’apicultura siciliana con conseguente vantaggio per la salute
pubblica e per l’economia della nostra isola. La Sicilia è ricca di fiori di
ogni specie ed è la più adatta regione d’Italia per un raziona le allevamento
delle api... senza attendere gli anni avvenire quando le api troveranno, forse,
fiori di plastica.
Mario Fontana
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I prigionieri ateniesi liberati dai Siracusani furono i primi cantastorie
della Sicilia
Il Fazello, nella sua Storia di Sicilia scritta verso il 1500, ci narra come
ottocento anni dopo la rovina di Troia i Siracusani ottennero la strepitosa
e insperata vittoria contro le truppe e contro i navigli Ateniesi, attorno,
e nelle acque del nostro porto grande. Dopo quella vittoria " continua il
Fazello" molto prigioni Ateniesi per aver insegnato a loro padroni far
versi, ottenevano per merce della libertà; e non mancavano di quelli, dopo
questa rotta, che andava cantando versi per diversi luoghi della Sicilia
per guadagnare il vitto. La citazione del Fazello è molto importante poiché
ci conferma come l’origine dei “cantastorie” si perda nell’affascinante
girandola dei secoli. Dunque, molto probabilmente, i prigionieri ateniesi
liberati dai Siracusani, sensibili alla poesia, furono i primi « cantastorie
» della nostra isola e il Teatro dei Pupi ne è il diretto discendente poiché
trae le sue origini, appunto, dai cantastorie girovaghi. Ma le testimonianze
più valide e più vicine al nostro al tempo rimangono quelle del Pitrè:
celebre folklorista palermitano il quale scrisse più di chiunque altro sulla
nostra terra. Il suo primo studio sui canti popolari siciliani, fu edito nel
1868. In seguito scrisse Canti popolari di terra d’Otranto raffrontati con
quelli di Sicilia, e, La vita di Palermo cento e più ali. Ma dalla sua
geniale penna lievitò anche un’opera, in venticinque volumi intitolata:
Biblioteca delle tradizioni Siciliane: opera ciclopica, fondamentale per la
conoscenza del popolo siciliano. L’Opera dei Pupi è dunque patrimonio
prettamente siculo ed ebbe il suo maggior splendore nel secolo scorso. Però,
verso la fine del settecento a Palermo vi era già un’opera allestita da
Domenico Scaduto e di quel periodo non se ne conoscono altre operanti nelle
altre zone della Sicilia. Fu solo verso il 1835 che il Teatro dei Pupi
raggiunse uno sviluppo eccezionale e le rappresentazioni con i personaggi
costruiti in legno e rivestiti con armature metalliche, sbalzate e cesellate
da abilissimi maestri, conquistarono il cuore, la fantasia e la natura
cavalleresca dei siciliani. I Teatri dell’Opera dei Pupi sorsero in molti
centri della Sicilia; da ricordare il Teatro Macchiavelli di Catania il
quale, dopo i primi anni del nostro secolo, messi da parte i pupi, ma non
dimenticati, riaccese le luci della sua famosa ribalta sui creatori del
Teatro dialettale siciliano: Giovanni Grasso e Angelo Musco. Il Pitrè, nel
suo libro Usi e Costumi, cita " l’attività di 19 opranti in tutta la
Sicilia, meno che a Siracusa, dove gli opranti non hanno un Teatro stabile.
Rilevo però con piacere, da un articolo di Antonio Uccello, apparso
recentemente su La Sicilia di Catania che, da una sua inchiesta, " ristretta
nell’ambito della provincia di Siracusa " ha rilevato come " non sia stato
paese che non abbia avuto un suo spettacolo ad opera di pupari. " Comunque,
l’ondata delle nuove « storie » e dei nuovi guerrieri accese sempre più la
fantasia popolare. Pupari e « cantastorie » divulgarono con grande passione
le nuove leggende cavalleresche i cui protagonisti si agitano, vivano e
muoiano da vili e da eroi nelle tremilanovecentoventidue pagine dei Paladini
di Francia, scritte dal palermitano Giusto Lodico. E mi sembra importante
rilevare come lo sviluppo del Teatro popolare cavalleresco coincida, nella
nostra isola, con la trasformazione iconografica dei famosi carretti, i cui
pittori e i cui carradori affascinati dalla vivacità delle storie, e dalla
spavalderia e dalla lealtà dei Paladini di Francia, fecero passare in
secondo ordine gli antichi eroi, già sfruttati nella decorazione sia
scultorea che pittorica dei tipici carretti siciliani. Personalmente, a
Siracusa, ricordo il Teatro di don Ciccia Puzzu. Correvano allora gli anni
trenta ed ero un ragazzino alle prime uscite di casa ed ogni strada, vista
per la prima volta, almeno a quei tempi, sembrava una insperata conquista
verso I’indipendenza. Ricordo che ogni giorno, allargavo il cerchio delle
mie esplorazioni in Ortigia, verso il dedalo di viuzze che erano al posto
dell’attuale Corso Matteotti. Finché un giorno, fattomi più spavaldo,
raggiunsi Piazza Archimede. E mentre guardavo affascinato la Fontana di
Diana, passò un manipolo di ragazzi armati di durlindane, scoltellate alla
buona da pezzi di legno, che facevano roteare minacciosamente, gridando a
tutta gola - Olà – zi – za -. Tolsi lo sguardo dagli zampilli della fontana
e li guardai incuriosito ma anche entusiasmato dalla foga dei loro finti
duelli e dalle loro grida. E li seguii, attratto e conquistato, e poco dopo,
superato il primo tratto di Via Maestranza li seguì ancora a sinistra, e mi
trovai di fronte ad un portoncino marrone. Non ricordo se feci il biglietto,
ma ricordo il baccano assordante che trovai nella sala del Teatro: un
locale piccolissimo, arredato con vecchi banchi cigolanti in cui vecchi,
giovani e ragazzi, in attesa dell’inizio dell’Opera, esternavano tutta la
loro impazienza chi gridando, chi bevendo gassose, (quelle con la chiusura a
pallina di vetro), chi commentando a gran voce e con ampi gesti i
particolari e le impressioni della « puntata » precedente. E quando la voce
del puparo dominò solenne sulla scena il silenzio calò sulla platea come per
magia. Ben presto il balenare delle durlindane e il luccichio delle armature
si tramutò in colpi mortali che mandarono all’altro mondo numerosi saraceni.
E il puparo nella foga della recitazione, rievocando non so quale battaglia
disse che Orlando con un sol colpo di durlindana aveva staccato diverse
dozzine di teste, provocando la reazione della platea con sonori "Cala ran
Cicciu " Cala ran Cicciu! Con una scia di inevitabili fischi e di
pernacchie. Questo fu il mio primo indimenticabile incontro con il favoloso
Teatro di Don Cicciu Puzzu. Ma guardiamo un po’ cosa accade dietro le quinte
dei superstiti Teatri dei Pupi. Il puparo naturalmente è il deus ex macchina
. Egli costruisce i suoi Pupi, ne dipinge i volti, prepara il canovaccio
dello spettacolo, cura la regia, dipinge i cartelloni, muove i fili dei suoi
personaggi durante le recite, li anima con la sua voce. La sua abilità e la
sua fantasia sono messi a dura prova ma egli, come Orlando, supera sempre
ogni difficoltà e ne esce vittorioso. Naturalmente, il puparo si avvale
anche della collaborazione di altri ma di solito sono suoi familiari,
coinvolti nella stessa passione. Un mondo particolare quello dei Pupi e dei
Pupari sostenuto dalla passione per i simpaticissimi personaggi fatti di
legno e di sacrifici, di metallo e di amore, di colore e di avventura. Ma è
un mondo di favole antiche ormai distrutto. James Bon ha sostituito la
spumeggiante epopea degli antichi eroi e gli Orlando e i Rinaldo non fanno
pi gridare " Oli - di – zà. La bomba atomica ha preso il posto delle
romantiche e fragili durlindane coltellate dei ragazzi. La sua abilità e la
sua fantasia sono messi a dura prova ma egli, come Orlando, supera sempre
ogni difficoltà e ne esce vittorioso. Naturalmente, il puparo si avvale
anche della collaborazione di altri ma di solito sono suoi familiari,
coinvolti nella stessa passione. Un mondo particolare quello dei Pupi e dei
Pupari sostenuto dalla passione per i simpaticissimi personaggi fatti di
legno e di sacrifici, di metallo e di amore, di colore e di avventura. Ma è
un mondo di favole antiche ormai distrutto. James Bond ha sostituito la
spumeggiante epopea degli antichi eroi e gli Orlando e i Rinaldo non fanno
pi gridare " Oli - di – zà. La bomba atomica ha preso il posto delle
romantiche e fragili durlindane coltellate dei ragazzi. Le antiche clessidre
si sono frantumate e non segnano più il tempo della nuova storia: il vento
ha portato via le dorate sabbie di un mondo tramontato.La favola è finita.
Ma sarebbe un mondo da salvare per dare alle nuove generazioni le lezioni di
coraggio, di cavalleria e di lealtà che, forse, solo i Pupari di legno sanno
insegnare.
Mario Fontana
La Nuova Gazzetta 8/3/1970
Italiani, brava gente
Noi italiani siamo esseri stranissimi, veri grattacapi per gli studiosi di
psicologia. Ormai, ci conoscono in tutti i punti cardinali ed è difficile
stabilire se la bilancia penda dal piatto della simpatia verso di noi o
dall’altro, che potrebbe essere pieno di ben altra roba. E’ la nostra natura
di introversi e di estroversi, di egoisti e di generosi, di patrioti e di
esterofili allo stesso tempo che rende problematica una obiettiva
valutazione. Condanniamo speculatori, ladri, strozzini e simpaticamente li
assolviamo nelle nostre morbide coscienze. Aiutiamo i popoli depressi e
filosoficamente ci dimentichiamo delle nostre aree depresse della nostra
povertà. Ci facciamo cacciare dalla Libia come cani rognosi e reagiamo come
esauriti fisici e mentali. L’ansietà esistenziale ci porta a legarci con
catene nei Grandi Magazzini di Mosca e poi piangiamo come coccodrilli per la
condanna dei responsabili. Digeriamo tutto, tasse comprese, con una
tranquillità e una comprensione commoventi; magari ingozzandoci di
bicarbonato. Per nostra consolazione vituperiamo gli arteriosclerotici
colonnelli greci. Per la lacrima facile piangiamo, afflitti, i poveri
vietnamiti i quali, a parte i bambini e i dementi, sono una masnada di
sanguinari farabutti fratricidi. Oppure, tanto per cambiare, perdiamo il
nostro tempo nei bar e nelle piazze e negli stadi per contare i gol di un
Gigi Riva o di qualche nababbo. Siamo capaci di immergerci fino ai capelli
in labirintiche problematiche, mentre viviamo di illusioni che si frantumano
giornalmente come cristalli. Curviamo le nostre schiene con una facilità
spaventosa di fronte a chiunque alzi la voce e si sieda su una poltrona di
pelle. Viviamo all’ombra di questo e di quello per ripararci dalle...
insolazioni o per vivere al tepore dei raggi riflessi da certi personaggi
della vita pubblica, per trarne temporanei vantaggi che spesso ci fanno
illudere di essere grandi e potenti. Noi italiani amiamo il potere e la
gloria e per raggiungerli siamo capaci di uccidere il nostro « io »; di
scendere tutti i gradini della nostra dignità di esseri umani. Affidiamo la
nostra sdrucciolevole politica in mano a equilibristi capaci di qualsiasi
spericolata esibizione, pur di mettere le mani alle redini del biroccio,
tanto, in quanto a pazienza ne abbiamo da vendere e tutti sono autorizzati
ad attingerne. Non dimentichiamoci che dal 1946 ad oggi, di governi, dentro
questo nostro demo rattoppato stivale ne abbiamo avuti più di trenta,
governi balneari compresi. Ma, se dalla politica statale passiamo alla
politica locale il labirinto si interseca e sprofonda nelle viscere più
tenebrose e più maleodoranti. Così tiriamo avanti, appesi ai fili come
marionette nelle mani di pupari che fanno il buono e il cattivo tempo e
sempre sotto la minaccia di vederci tagliare i fili (leggi pane). I nostri
particolari, italianissimi agenti patogeni assaltano continuamente là nostra
psiche così che di volta in volta o addirittura durante una stessa giornata,
possiamo essere filo cinesi, filo russi, filo americani, filo ebrei o filo
egiziani. ma, filo tutto, meno che filo italiani.
Mario Fontana
La Nuova Gazzetta 1971
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Kitsch, le cose belle di
pessimo gusto
“Le cose belle di pessimo gusto”.Una frase fatta per definire, appunto,
tutte quelle cose che fanno a pugni con il buon gusto. Con l'apertura del
linguaggio corrente, verso forme ed espressioni che vogliamo definire
disinvolte, la frase anzidetta si abbrevia " per meglio dire " si trasforma
in “cose pacchiane”.Tuttavia, con lo sviluppo della sempre più radicata
mania esterofila di noi italiani, siamo giunti all’uso di una antica parola
tedesca: - “Kitsch” (si legge come si scrive) che significa ” immagine del
gusto sbagliato” o, " a nostro avviso " la naturale percezione di qualcosa
che il gusto di certi individui, educati e sensibili all’arte e alla pura
bellezza, rifiuta senza mezzi termini.
Ma non è che le vecchie frasi fatte siano cadute completamente in disuso.
Tutt’altro. C'è chi a proposito o a sproposito le sciorina ancora.
“Kitsch” dunque è legato a tutto ciò che sa di gusto grossolano, e cadere
nel “Kitsch” è più facile di quanto si creda, da parte di qualunque essere
umano e a qualsiasi casta appartenga.
Tutto, se supera appena il buon gusto diventa
“ Kitsch” e non solo gli oggetti, ma gli atteggiamenti e i modi di
comportarsi. Ad esempio, il signor Prometeo che ostenta al dito un grosso
brillante. Il barista Apollo che gira in Mercedes. La signora Afrodite che,
malgrado l’adipe, sfarfalla in super minigonna. Il settantenne insaccato nel
giubbotto di pelle, pieno di lucide chiusure lampo. La moglie del ragioniere
Zeus sommersa dal cappotto di visone, barattato con un paniere di altri
animaletti da molti chiamati “farfalle”.
La solita cartolina estiva spedita dalla stessa persona da ogni città; da
ogni borgo o sobborgo. L’impiegato Ulisse che sfoggia troppi vestiti.
L’antenna dell’auto troppo alta. Le stampe autoadesive attaccate al lunotto
posteriore: e le altre tipo “ Paraurti vergine”,
” Se mi tocchi mi solletico” “ Se mi vedi allontanati” , e ancora, “ io
faccio sempre... il pieno!”, “ Vado diritto e faccio... centro” e così via
con simili cretinate.
Naturalmente, il discorso potrebbe continuare all’infinito, perchè infinite
sono le cause e gli effetti che portano al “ Kitsch”.
Al limite, possiamo affermare che gli sceicchi, mettendo in atto il ricatto
petrolifero, così come è stato attuato, sono anch'essi sdrucciolati nel
Kitsch.
Ma, tutto sommato, ognuno ha il kitsch che si merita.
Mario Fontana
La Pentapoli 31/1/1974
L'acciaio nell'arte
Il progredire della tecnica e l’eccessiva meccanizzazione della civiltà
consumistica " che ci ritroviamo fra le mani " ha trasformato il «gusto» e
sotto certi aspetti, confuso le idee anche nel campo delle arti generando
sospetti malintesi e deformate interpretazioni. Ma la tecnica " importante
sottolinearlo " è lo «strumento» indispensabile all’evoluzione di qualunque
branca dell’attività umana, tuttavia all’artista deve (o dovrebbe) servire
non per strumentalizzare l’arte, ma per creare opere d’arte. Ed è risaputo
che la necessità dl sperimentazione, lo spirito di ricerca sono inscindibili
dall’evoluzione della tecnica quindi, entro limiti etici, anche dallo
sviluppo a spirale dell' estetica, essendo impossibile dimenticare o
accantonare I ‘esigenza prettamente umana dell ‘attività artistica. Col
tramonto della «età del ferro» e con l’avvento dell’architettura verticale,
l’acciaio ha accelerato la lievitazione della cosìddetta «civiltà dei
consumi », parallelamente all ‘architettura e alla scultura. Tralasciando le
infinite applicazioni dell’acciaio, ricorderemo quelle inerenti alla sua
funzione estetica e per fare qualche esempio, diremo che la genialità delle
famose costruzioni dell'architetto Le Corbusier è abilmente fusa con lo
spirito creativo contemporaneo; ma il vero protagonista di tanta genialità è
l’acciaio. Lo stesso acciaio che ha permesso all’architetto giapponese Kenzo
Tange di creare stadi olimpici di un’audacia creativa pressochè irripetibile
per la originalità e la disinvoltura. E dell' acciaio si servì il celebre
architetto americano Frank Lloyd Wrighit per realizzare i miracoli tecnici
suggeriti dal suo talento creativo. Accanto a progetti realizzati e
realizzabili , abbiamo anche i cosiddetti « progetti utopistici» come la
città - torre di F. l. Wrighit alta milleseicento metri con
cinquecentoventotto piani, per ospitarvi centosessantamila persone. Ma
l'architettura è stata sempre un susseguirsi di progetti grandiosi utili e
inutili. come a Città del Messico dove troviamo le cinque torri in cemento
armato alte cinquanta metri e prive di scale. Comunque, c' è qualcosa che
unisce gli antichissimi architetti ai contemporanei, un filo ideale che lega
gli arditi templi di Cuzco, innalzati con blocchi di granito con cinque
metri di lato, tagliati con asce di rame, martelli di sasso e scalpelli di
bronzo, ai grattacieli di New York, che spesso hanno la «testa»... fra le
nuvole. Abbiamo detto sopra che la via dell' acciaio scorre parallela all'
architettura e alla scultura infatti questa materia è stata trasformata in
sculture ora opache ora riflettenti, ma sempre di grande suggestione.
Cappello, lo fonde e lo lucida a specchio per captare l'azione modulare
della luce. Altri lo piegano e lo forano, creano grumi e squarci che
suscitano tensioni e stasi visive. Altri ancora lo gonfiano, lo spezzano, lo
saldano, lo incastrano; lo fanno fluire e ondeggiare, come possiamo
osservare nelle sculture di Tiné, Mastroianni. Pomodoro, Minguzzi ed altri.
Osservando queste sculture - spesso di grandi dimensioni - che suscitano
nello spettatore molteplici reazioni emotive, avvertiamo la misura umana
dell' artista ingigantita dallo spirito creativo che appunto distingue
l’uomo dall' artista. Tuttavia sono opere che secondo il nostro gusto
dovrebbero "vivere" al di fuori della claustrale atmosfera dei musei,
affinché non siano ridotte al destino di sole immagini, alla sola
oggettualità vista casualmente dai - tanto spesso distratti - visitatori dei
musei. Sono «oggetti d'arte» che dovrebbero far parte integrante dello
spazio che ci circonda, per fruirne volontariamente o involontariamente,
perché l’uomo non vive sempre nel chiuso delle pareti domestiche; l’uomo
vive nella propria città e la città come l’uomo ha un’anima che occorre
rispettare. E se «battiamo» queste note non è solo per fare «brindisi»
all’acciaio ma per ricordare - anche - che la premessa indispensabile per la
valutazione estetica delle opere d’arte, sia architettoniche, sia scultoree
e, perché no, sia pittoriche, non è il contatto casuale con esse, non è
l’andare dietro allo pseudo artista senza fantasia, insabbiato nella più
mortificante retorica; non è il seguire l’esibizionista alla ricerca
dell’applauso o quelli che hanno trascinato e trascinano in basso l’arte con
pretese... veristiche, ma la familiarità continua con l’arte che affina il
«gusto» e ci mette in grado di distinguere il vero dal falso, l’artista dal
millantatore. Il vero artista crea, ricerca, rinnova, si dibatte, nell'
incessante processo di identificazione, per non ibernarsi sul fatto compiuto
(dagli altri) perché - costi quel che costi - non accetta limiti alla
libertà creativa.
MARIO FONTANA
La Pentapoli 1975
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La moderna farmacia ha
seppellito lo speziale
Leggendo « A ciascuno il suo »
di Sciascia, narratore dolce -
amaro di personaggi e di
paesaggi siciliani, mi sono
ricordato della soggezione che
esercitava su di me “ la
Farmacia “ quando, ragazzino
andavo a comprare i soliti due
soldi di bicarbonato per la
buona digestione del mio
simpaticissimo nonno.
Soggezione, dicevo, che non
riuscivo in nessun modo a
superare. Osservavo il
farmacista che a passi lenti e
con andatura solenne apriva uno
scaffale alto e nero, tirava
fuori un vaso di terracotta
invetriato blu con su scritto,
in belle lettere gotiche: “
Bicarbonato di sodio”. Lo
poggiava sul bancone di marmo
bianco, prendeva un foglio di «
carta farmacia » già tagliato a
misura della quantità, lo posava
sul piatto destro della
bilancina di lucido ottone,
metteva il peso sul piatto
sinistro, prendeva un cucchiaio
maiolicato, toglieva il
coperchio dal vaso, infilava il
cucchiaio, lo riempiva di
bicarbonato, lo tirava fuori
lentamente, lo svuotava sulla
bilancia e, di solito, il peso
risultava esatto. Prendeva i
miei due soldi, girava la
manovella della « cassa » di
metallo sbalzato a decorazione
di stile « floreale » e il
cassetto usciva fuori
accompagnato da tre colpi di un
misterioso campanello nascosto
nelle “ viscere “ di quel “
mostro “ mangiasoldi, il quale
dominava lucido e altero il lato
destro del bancone. Oggi, la
farmacia non ha nulla di
particolare, rassomiglia a molti
altri negozi, non ha più nulla
di misterioso, è più allegra,
più colorata, sono spariti gli
attributi che facevano della
“Farmacia”, specialmente della
farmacia di provincia, il centro
intellettuale, il cenacolo che
sostituiva i teatri, i circoli,
i clubs e vi si raccoglievano
avvocati, medici, cacciatori
infallibili, il sindaco, e il
parroco, tutta gente con la
testa sulle spalle:
conservatrice. Tutti questi
personaggi trovavano nella
farmacia il conforto per il loro
spirito, tuttavia, la molla che
li spingeva, a una certa ora,
verso quel luogo, scattava dal
bisogno di sfuggire alla
terribile noia della provincia,
alla sua tirannia. La farmacia,
inoltre, essendo ubicata in un
punto molto centrale, come la
piazza o l’angolo di una strada,
quindi in un luogo il cui
passaggio era obbligato,
rappresentava non solo un luogo
di riunione, ma anche un ottimo
posto di osservazione. I «
notabili » si abituavano presto
agli odori non sempre gradevoli
delle antiche farmacie,
originati dalla esculapiana
preparazione estemporanea dei
vari prodotti, alla vista degli
scaffali spesso di stile
«gotico» laccati in nero,
carichi di vasi e di barattoli
di terracotta e di cristallo che
lasciavano vedere polveri e
liquidi dai colori più impensati
e gli alberelli antichissimi,
spesso veri capolavori dell’arte
maiolicara faentina. Anzi, tutto
ciò contribuiva a creare
quell’atmosfera di intima e
suggestiva attrazione di cui
nessun notabile del paese o
della piccola cittadina di
provincia poteva tenersi
lontano. Far parte di quella
compagnia significava far salire
alle stelle il proprio prestigio
e i « bacio le mani » e le «
scappeliate » dei compaesani
piovevano da tutte le parti,
specialmente d’estate quando nel
marciapiede, sotto il tendone
verde, si uscivano fuori sedie e
tavolini e sembrava un caffè.
Allora ogni passante con gesti
di marionetta si piegava in
inchini e «scappellate»,
snocciolando “bacio le mani”, “
vossia benedica” “ servo suo “ “
riverisco “ “ servo vostro “. A
tante effusioni di rispetto
maschile i notabili rispondevano
alzando annoiati, l’indice e il
medio della mano destra e con
questi toccando la falda della
“paglietta “. Ma se da qualche
parte sbucava una signora o una
signorina, la seguivano da.
lontano con lo sguardo, -si
aggiustavano il nodo della
cravatta e col pollice e
l’indice carezzavano la punta
destra del baffo e quando gli
passava vicino si, alzavano e si
scappellavano a loro volta.Poi
si parlava a lungo della
passante, si facevano numeri
sulle misure del petto, sulla
lunghezza delle cosce,
sull’onestà o meno e così finchè
si rifacevano le misure di
un’altra passante.
Ma tutto ciò più che detto era
sussurrato, accennato da gesti
infiorati di riferimenti, di
intuizioni. Tutto un alfabeto
particolare tramandato da
generazioni di medici, di
avvocati, di farmacisti, di
nobili, di cacciatori
infallibili e di grandi
giocatori di scopone. Già, lo
scopone e soprattutto la dama
erano i giochi preferiti dal
farmacista e dai suoi amici.
Quando entrava un cliente il
gioco si fermava, il farmacista
spariva nel suo laboratorio
chimico, manipolava i suoi
alambicchi, le sue storte, i
suoi fornelli con calma e
competenza finchè consegnava al
cliente la boccetta col «
cucchiaio », (così si chiamavano
tutti gli sciroppi). La partita
a scopone o a dama riprendeva,
intercalata dalle ultime novità
politiche, dai fatti del giorno,
le congetture, da previsioni del
tempo, da racconti di favolose
battute di caccia, e, senza,
volerlo, riuscivano a dare un
indi rizzo all’opinione
pubblica. L’evoluzione del tempo
attuale ha tolto al farmacista
l’aureola di magia e di grande
rispetto di cui era circondato.
“La Farmacia” non è più il
cenacolo dell’ "intellighentia"
e della chimica estemporanea.
Oggi si entra, si consegna la
ricetta alla commessa e in pochi
secondi si ha in mano la
medicina; come le sigarette dal
tabaccaio.
Mario Fontana
La Nuova Gazzetta 19/4/1970
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L'argilla come arte
Quando l'uomo scoprì l'argilla
intuì che
le sue mani,guidate dall'istinto
creativo, potevano modellare la
morbida
pasta. L'inizio di tale
intuizione si perde
nella notte dei tempi e non si
può collocare
dentro un preciso periodo. Da
allora i secoli
si sono succeduti e con essi
l'evoluzione
dell'uomo ha salito tutti i
gradini che
conosciamo. Già cinque secoli
avanti Cristo
la Persia, l'Asia Minore e la
Cina avevano
raggiunto una produzione
artigianale di
alto livello. Delle colonie
della Magna Grecia
sono rimasti i famosi vasi Apuli
e Campani
e molti sono gli esemplari, oggi
conservati
nei musei, della produzione
etrusca e
italiota, dobbiamo sottolineare
che
riuscirono a influenzare tutta
la produzione
del mondo e via via tutto il
territorio
dell'Impero.
I più antichi centri storici
della ceramica
italiana sono Albissola e Faenza
ambedue
operanti verso il 1100;
Albissola si distingue
per la produzione delle "Idrie":
caratteristici
vasi usati dagli "speziali" per
la conservazione
dei preparati faramaceutici;
Faenza,
per le maschere e gli arabeschi
decorati con
i due colori predominanti: il
giallo e l'azzurro,
che caratterizzano, tutta la
produzione faentina.
Verso il 1300 le officine di
Pesaro sfornano
oggetti dipinti in giallo molto
pallido e in azzurro.
Gubbio, altro importante centro
ceramistico,
lega la sua caratteristica
principale al
rosso di maiolica e
all'imitazione di pietre
preziose. Castel Durante si
specializza nella
produzione di "Vasi di farmacia"
i cui
esemplari si vedono ancor oggi
in piccole
farmacie di minuscoli paesini,
anche siciliani.
Nel 1500 Milano produce
ceramiche ispirate
all'arte cinese. Nello stesso
periodo Urbino
si aggiudica il primato nella
produzione
rinascimentale decorando le
ceramiche con
motivi "raffaelleschi". I
ceramisti torinesi,
intanto, dipingono i loro fregi
su fondo bianco,
usando il verde, l'azzurro e il
giallo.
Lodi imita la produzione
artigianale di
Mostiers. Genova si specializza
nella
produzione di mattonelle da
pavimento
decorate a "medaglioni". La
Venezia seicentesca
produce raffinatissime
porcellane ornamentali.
Capodimonte dopo molte ricerche
trova
un inpasto nuovo,molto chiaro e
da vita a
una produzione più che famosa,
da
ricordare i " gruppi" della
commedia dell'Arte.
I fiorentini del 700 danno alle
loro
ceramiche una caratteristica
particolare
giocando sapientemente e con
gusto
con colori che vanno dal blu
scuro
al verde-rame all'arancio molto
luminoso.
Doccia, (Firenze), crea
personaggi in
costume cinqueaentesco e i
famosi "galletti"
e "tulipani".
Bologna elabora un'impasto di
terra
di Vicenza e polvere di marmo di
Carrara
e costruisce oggetti
bianchissimi.
I famosi ceramisti bassanesi,
eredi di
una tradizione altamente
qualificata,
creano,ancor oggi, dopo circa un
secolo
e mezzo, le "alzate"di frutta e
di fiori
e i galli e gli uccelli sempre
molto
richiesti ed esportati in tutto
il mondo.
Ma la produzione e la tradizione
ceramistica italiana non si
esaurisce nella
rosa dei centri di grande
produzione.
Molte officine minori ma non
meno
interessanti hanno dato impulso
e
vigore all'arte della ceramica.
Da ricordare la seicentesca
maiolica
povera romana, passata alla
storia
come la produzione del "Maestro
del
paesaggio ", così definita per i
paesaggi
che decorano il centro dei
piatti anche
se architettura e ambiente non
hanno
nulla in comune con i conosciuti
paesaggi laziali. I colori
predominanti
di questo tipo di maiolica sono
il cobalto,
la ramina, il manganese e pochi
altri colori.
La decorazione,
dicevamo,rappresenta
ora una casa ora un paese; rare
volte
i volatili e gli animali
domestici;
in qualche caso motivi floreali
e
profili " virili". Gli orli sono
decorati
con foglie stilizzate,
triangolini
o ghirlandine.
Interessanti anche le
"trufe"imolesi
a grossa pancia e collo molto
strette
dipinte in nero e a chiazze
brune;
le scodelle di Recanati e di
Appignano;
le terrecotte laziali di Signa;
le famose
"cannate" ciociare in rosso e in
blu
molto scuro, i vasi e le
"pignate"
di Campobasso e di Guardiaregia
con i motivi della serpe,
dell'uccello
e della conchiglia; le anfore
campane
a "biscotto" o smaltate in nero;
la luminosità delle ceramiche di
Vietri
sul Mare con i verdi i rossi e
gli azzurri
chiarissimi riportati anche
dalla
produzione amalfitana; i piatti
pugliesi
di Rutigliano e di S.Severo; o
le ceramiche
lucane prettamente arcaiche; le
"ciasche"
le"graste" i "bummuliddi" i
piatti
"ri strattu" siciliani; le "
mariche",
recipienti per acqua i "
broccolitus"
recipienti per vino i
"congiolarius"
ornati con fiorì, personaggi e
colorati
con verdi bruni e grigi della
Sardegna.
Una tradizione ceramistica
invidiabile
che ha dato al nostro paese
un'impronta
particolare per l'incessante
evoluzione
artistica e tecnologica.
Ma non possiamo chiudere la
nostra
" panoramica" senza fare i nomi
dei
più illustri maestri maiolicari:
Guidobono,
Giorgio Andreoli, G.B.Dalle
Palle
autore del "Piatto con Mese"
datato 1570;
i Pirotti che operarono nella
seconda
metà del sedicesimo secolo;
l'officina
dei conti Femiani della prima
metà
del diciottesimo secolo; i Della
Robbia
e la celeberrima Bottega dei
Fontana
da Urbino, operante nel
sedicesimo
secolo. Naturalmente molti altri
nomi
prestigiosi ci sfuggono perché
tanti
furono e sono gli artisti che
seppero
e sanno trasformare l'argilla in
capolarori di eleganza e di
raffinatezza.
Ludwig van Beethoven volendo
dare
una definizione dell'arte disse:
- "Ogni vero prodotto dell'arte
è
indipendente, più potente
dell'artista stesso,
e attraverso la sua apparizione
esso
ritorna agli Dei e attraverso
loro
si unisce agli altri uomini.
L'opera d'arte
è la testimonianza che
nell'artista
albergano gli Dei".
Mario Fontana
La Nuova Gazzetta 12/7/1970
![]()
Le catacombe di San Giovanni
L’antica
pentacoli si estende su un
sottosuolo quasi del tutto
roccioso. L'ottima qualità della
pietra contribuì certamente allo
sviluppo della civiltà
grecoromana, essendo di calcare
facilmente modellabile, compatta
e inattaccabile dagli agenti
atmosferici. Infatti, se
osserviamo le zone rocciose si
nota la patina grigiastra che la
ricopre, formatasi lentamente,
attraverso i millenni. Ma se ne
stacchiamo un pezzo ecco che
appare il bianco il giallo ocra
chiarissimo. Solo in alcune zone
il calcare si trova misto a
elementi ferrosi ed ha il colore
della ruggine. Particolarmente,
il sottosuolo di Acradina è in
calcare molto compatto e questa
peculiare condizione fu
certamente condizionante nella
scelta della zona per
l'escavazione delle Catacombe di
S. Giovanni, da parte della
Siracusa Cristiana.
Abbiamo detto condizionante e
non determinante poiché i
siracusani, continuando le
antichissime tradizioni dei
Siculi, dei Greci e dei Romani,
avrebbero eseguito comunque
l'escavazione; anche se avessero
trovato del tufo al posto del
calcare; così come fecero i
fedeli della Roma Cristiana.
Ma al contrario delle Catacombe
romane, le quali attraverso i
secoli hanno subito le
conseguenze dei sommovimenti
tellurici, le nostre catacombe
hanno superato brillantemente
tutti i capricci del sottosuolo.
Ma a prescindere dalle
condizioni geologiche, in quasi
tutta la Sicilia, si trovano
sempre nuove tracce di ipogei
cristiani, tanto cari agli
archeologi ma carissimi,
purtroppo, anche agli scellerati
violatori di tombe, volgarmente
detti tombaroli, i quali,
provvisti di particolare fiuto,
setacciano in lungo e in largo
ogni zona alla ricerca del
prezioso materiale che di solito
arricchisce il corredo
funerario. Un mestiere, quello
del tombarolo, antico come il
mondo, germogliato assieme alla
spinosa pianta del vandalismo e
del saccheggio.
Basta dare un'occhiata al De
Bello Vandalico il Procopio per
sentirsi gli occhi ricolmi di
spine il cuore pieno di amarezz,
specialmente quando ivi si
leggono le profanazioni subite
dal 443 al 468 da parte dei
Vandali " Ariani di Genserico
giunti dall'Africa col preciso
scopo di saccheggiare, di
distruggere e di cancellare ogni
traccia di sacro. E il De Be
Gothico che ci ricorda Totila e
il suo esercito nell'atto di
scon-volgere il territorio
siracusano, comprese tutte le
chiese. E le devastazioni degli
arabi nel 705 e le persecuzioni
degli Iconoclasti comandati da
Leone Isaurico. durante la
dominazione bizantina, i quali
furono maestri nella tortura dei
cristiani e nemici insuperabili
del'iconografia sacra. Ma la
rovina totale di Siracusa e non
solo di Siracusa, giunse, ancora
una volta, con gli arabi
nell'ottocentoventtisette.
Questi, per ben due secoli di
opprimente fanatico dominio
smontarono sistematicamente
tutte le strutture cristiane,
non tralasciando neppure gli
angoli più reconditi della mente
umana. Naturalmente anche le
catatacombe di San Giovanni
subirono la stessa sorte col
risultato che il loro stato
attuale, pur conservando
l'atmosfera di alta spiritualità
cristiana, si presenta spoglio
di ogni sovrastruttura, essendo
scomparsi tutti i fregi
marmorei, le pitture, le
sculture e i mosaici che
adornavano altari e gallerie,
loculi, cubicoli e sarcofagi.
Solo la nuda roccia è rimasta,
in molti tratti ricoperta di
muffa e di lichene. La lunga
galleria principale è tagliata
ad angolo retto da dodici
gallerie minori e in queste si
aprono camere sepolcrali, ora
quadrate ora circolari,
facilmente ricavate dalla
roccia. Anche in alcuni tratti
delle gallerie il suolo è
occupato da tombe interrate e
dal cui piano di calpestio
affiorano i bordi sbrecciati.
Dalle pareti delle gallerie,
degli ambulacri e dei cubicoli
sono ricavati arcosoli polisomi
contenenti fino a venti tombe.
Gli arcosoli attribuiti ai
martiri sono i più belli essendo
rifiniti all’estemo con
affreschi ormai ridotti a
brandelli; uno di questi,
secondo quanto dice il monaco
accompagnatore è attribuito alla
Vergine Deodata. In un'altro
arcosolio vi si legge ancora
un'iscrizione latina che dice di
essere sepolta, in quella tomba,
la moglie del patrizio Teodulo,
di nome Maria. Poi ancora
l'arcosolio del Vescovo
Siracusio, scoperto nel 1907
dall'insigne archeologo Paolo
Orsi e sul cui prospetto è
inciso un granito rappresentante
un disco con la croce ansata e
ai lati due barche a forma di
pesce.
Interessante anche la rotonda di
Adelfia così chiamata per via
del bellissimo sarcofago ivi
trovato, oggi esposto in una
sala del Museo Nazionale in
Ortigia.
Sul frontale di questo artistico
sarcofago, oltre a un gran
numero di figure si possono
ammirare, al centro, scolpiti a
rilievo i ritratti del conte
Valerio e di Adelfia, l'uno con
i codicilli del suo casato e
Adelfia con la mano poggiata
sulla spalla sinistra dello
sposo.
Lo spazio, purtroppo, non ci
consente una descrizione
completa delle Catacombe di S.
Giovanni anche perchè
bisognerebbe aggiungere le
contigue Catacombe di Vigna
Cassia di S. Lucia, e di S.
Maria di Gesù le quali, insieme
racchiudono tutto quanto è
sfuggito alla furia devastatrice
nelle barbariche invasioni e
testimoniano la genuina fede
della Siracusa Cristiana.
Molti resti dell'epigrafia
ciminteriale trovati nelle varie
catacombe siracusane sono
conser vate in una sala del
Museo Nazionale e chi legge
quelle parole non può non
commuoversi.
Una dice: - Ricordati o Dio
della tua serva Criside e da a
lei il celeste soggiorno luogo
di refrigero nel seno di Abramo,
D'Isacco e di Giacobbe.
In un'altra vi si legge: “
Euschia la irreprensibile
vissuta buona e pura per anni
circa 23 mon nella festa della
mia S. Lucia. Per la quale non
vi è elogio condegno. Fu
cristiana fedele perfetta molto
meritevole a suo marito”.
MARÌO FONTANA
La Nuova Gazzetta 29/3/1970
![]()
Le maschere siracusane nella
“corte dei miracoli”.
Si è seppellita la tradizione
del Carnevale ma la sua vita
continua ogni giorno.
C’era una volta il Carnevale a
Siracusa. Sembra l’inizio di
una favola ma non lo è.
Purtroppo è la realtà di oggi.
Una realtà che si è fatta strada
lentamente, anno dopo anno,
attraverso la sparizione delle
sottili strisce colorate, delle
stelle filanti, attraverso
coriandoli non venduti,
attraverso la quantità di
maschere non acquistate da un
pubblico sempre più
indifferente, sempre più
attratto verso altri
divertimenti; sempre più « in
altre faccende affaccendato ».
La povertà odierna del Carnevale
siracusano è semplicemente
mortificante. Non tanto perchè
senza il Carnevale si muore o ci
si espone alle ire degli
inventori pagani, quanto per il
voluto assassinio del Carnevale
siracusano, non certamente per
mano del popolo. Eppure il
«nostro» Carnevale, quello di un
tempo, era uno spettacolo
indimenticabile; si coniavano
canzoni, si allestivano carri
enormi, il pubblico lanciava
quintali di coriandoli e di
stelle filanti. L’orgia dei
colori e l’ondata di allegria
trasformava le strade della
nostra città in un grande
palcoscenico e tutto frizzi e
lazzi e spiritosissime battute,
contribuiva alla gioia sentita,
genuina, senza inibizioni. Oggi
Siracusa ha detto no al
Carnevale bruciando una
tradizione che s’era fatta
strada attraverso i secoli,
attraverso civiltà che per certi
aspetti superano quella che oggi
ci viene somministrata come la
civiltà dei consumi la quale
comprende il libertinaggio più
sfacciato e mortificante e le
lotte degli arrampicatori
politici e sociali i quali non
fanno che condizionare a loro
uso e consumo la volontà del
popolo. Ma se i greci
inventarono le maschere per
ricreare sulle scene le loro
cruenti e significative
Tragedie, anche sotto il sole
della nostra città, i siracusani
che dedicano e vendono anima e
corpo alla escalation politica e
sociale, pur non amando né la
loro città ne il carnevale di
maschere ne hanno inventate una
miriade; ma questo non ci
consola affatto perchè non hanno
nulla a che vedere con il
carnevale. Sono le maschere di
tutti i giorni quelle che molti
applicano ogni mattina prima di
chiudersi alle spalle la porta
di casa; usatissime dai
politicanti in genere, dai
cosiddetti «galoppini», dai
curvatori di schiena, dai
frequentatori di certi circoli,
dai venduti per un piatto di
lenticchie o per una villa al
mare; dagli scrocconi, dai
petulanti, dagli accaparratori,
dai vili, dai vigliacchi, dagli
uomini bandiera, da quelli che
in un modo o nell’altro sono
riusciti ad incollare l’ex
sedere proletario ad una
poltrona di pelle ed usano carta
igienica al profumo di lavanda.
E sono tante le nuove maschere
che elencarle tutte non
basterebbe un grosso volume. Ma
la maschera più caratteristica è
quella scelta dagli
arrampicatori politici e sociali
i quali hanno barattato il
prestigio della nostra città in
cambio di certi zeri e di certi
compromessi che, comunque vada
si trasformano sempre in
spazzatura. Mentre la nostra
città che ha boccheggiato per
anni è già morta per mancanza di
amore e di affetto e il cadavere
ammorba l’aria misto ai miasmi
della civiltà industriale. Il
nostro olfatto sente gli odori
nauseanti del cadavere
abbandonato e in via di
disfacimento, tutto il popolo li
sente, tranne i frequentatori
del « Palazzo di Città », il
quale, è diventato il covo dei
nuovi tiranni e la « corte dei
miracoli » nello stesso tempo.
Ma tutte queste nuove maschere
non sono la nostra consolazione
morto e sepolto e neppure
l’eterno carnevale che ci
somministra la classe politica e
pseudo politica può sostituire
una tradizione bruciata dal
disamore verso il popolo. La
fragilità della maschera di
Pulcinella è stata sostituita
dalle nuove maschere di bronzo
che oltre ad essere durevoli
hanno la bontà di proteggere i
portatori da sputi e schiaffi,
non solo materiali. Noi, di
fronte a tanta insensibilità, al
cospetto di tanta incuria, di
fronte a tanto disamore per un
cielo cosi bello, osservando la
morte della nostra città che
vuole risuscitare la sua antica
bellezza ionica, indossiamo col
cuore colmo di tristezza la
maschera di Pierrot.
Mario Fontana
La Nuova Gazzetta 1971
![]()
Le opere di artisti domenicali
non reggono alla valutazione
estetica
Tutte le arti hanno un filo
conduttore che le unisce alla
radice, ma, l'arte figurativa è
qualcosa di indefinibile anche
se è necessario tradurla a
parole essendo materia di studio
anche per i non artisti.
Comunque, la descrizione,
l'impressione soggettiva del
critico d'arte o di qualsiasi
altro uomo non potrà mai
prendere il posto dell'occhio
che scruta, esamina, raccoglie
sensazioni ora gradevoli ora
sgradevoli, e trae le
conclusioni più consone atta
sensibitità. sensibilizzata,
appunto, dalla visione diretta e
incontaminata.
Semmai la parola, il libro, la
critica d'arte può essere un
aiuto prezioso verso la
conoscenza di un “movimento”, di
una “scuola”, di una “tendenza”
.
E potremmo anche aggiungere che
tutto ciò che in qualche modo
spiega, che chiarisce, che
esalta, che convince è un
richiamo prezioso, una
attrazione, un risveglio di
vocazioni sopite.
Quanti uomini, si sono
convertiti al Cristianesimo,
dopo aver letto e meditato le
pagine del Vangelo,
pur non avendo mai visto “ de
visu” nè i personaggi, nè i
protagonisti, nè assistito ai
miracoli.
Ecco dunque l'importanza della
parola, anche se, a volte, il
critico d'arte fa della retorica
e della poesia perchè non trova
altra via, altre soluzioni.
Tuttavia, se riesce a dare un
certo orientamento verso la
conoscenza di un pittore o di
tutta una corrente artistica
possiamo dire che ha assolto il
suo compito, almeno con onestà.
Ma è anche vero che spesso il
critico riesce a intuire, a
individuare gli stimoli che
hanno spinto l'artista alla
creazione di una data opera ma
non riesce a tradurre a parole
il significato psicologico delle
sue intuizioni; non riesce a far
combaciare le sue impressioni
allo specchio bianco che è il
foglio di carta arrotolato alla
macchina da scrivere.
Insomma, non riesce a saldare i
due elementi fondamentali:
impressione - parola. Si rischia
allora la definizione inventata
la quale, come tale, è estranea
alla volontà creativa
dell'artista.
Ma non basta la cultura vasta,
particolareggiata, da vero
computer in quanto può rivelarsi
controproducente ai fini di una
spontanea e serena valutazione
dell'opera d'arte.
Comunque, la critica d'arte è
sempre un compito ingrato
specialmente per chi scrive
sulle Gazzette.
Per i critici famosi i quali
hanno grandi spazi sui giornali
e su riviste specializzate è
diverso poiché rischiano, ma
rischiano meno in quanto la loro
critica si evolge e si esaurisce
nella spirale dei grossi nomi
dell'arte da lungo tempo
affermati in campo
internazionale.
Al contrario, come dicevamo, il
critico che vive l'ambiente
artistico provinciale è legato
ad un “ modus vivendi”
particolare, fatto di
concessioni, di incoraggiamenti,
di congratulazioni e, malgrado
ciò, spesso è tacciato di
incompetenza, di partigianeria,
di troppa generosità.
Come si deve comportare dunque,
il critico che vive nelle
periferie dell'arte ?
E' chiaro che il suo compito è
quello di dare a Cesare e a Dio
con equità. Ma prendiamo ad
esempio la mostra di un gruppo
di giovani leve della pittura
presentata dal critico Ipsilon,
il quale, con molta grazia,
scrive: “ Sono stato costretto a
presentarli poiché questi
giovani desiderano il giudizio
critico del pubblico ma, sono
certo che raggiungeranno alte
mete.
Come dire io vi aiuto ma voi
aiutatemi, diventate bravini,
affinché in futuro, chi non avrà
dimenticato la mia presentazione
non abbia a tacciarmi di poco
fiuto e di incompetenza. Ma
tutto ciò è e rimane un
compromesso con chi legge le
presentazioni e segue le
critiche, soprattutto, è bene
sottolinearlo, è un compromesso
che il presentatore " critico d'
arte assume a suo rischio nei
riguardi degli artisti,
specialmente con i giovanissimi,
con quelli, per intenderci, che
hanno consumato appena una
dozzina di pennelli.
Ritornando alla presentazione di
Ipsilon, possiamo concludere che
sul piano della generosità non
si possono rilevare deficienze.
Ma per un momento immaginiamo
che Ipsilon anziché scrivere ciò
che ha scritto, avrebbe detto
alle “giovani leve”: “Sentite
leve”: “Sentite ragazzi, sono
convinto che questo è un periodo
di transito, sono certo che in
futuro dipingerete meglio i
vostri quadri, quindi vi prego
di trascorrere tale periodo
nella solitudine dei vostri
studi e quando avrete consumato
almeno mille pennelli e tremila
tubetti di colore verrò nei
vostri studi e vedrò di scrivere
due o tre righe o una
monografia. Se non avrete la
costanza, la pazienza, la
vocazione, non perdete tempo,
andate in amene località montane
o in solatie spiagge: tanto i
soldini non vi mancano “.
A questo punto lasciamo
all'immaginazione, alla vostra
fantasia cosa sarebbe successo
al povero critico -
presentatore.
E questo in fondo non è che un
esempio delle cotte e delle
crude che il povero critico di
provincia deve sopportare nei
casi definiti di “tradimento”
di “ incompetenza” di “
insensibilità “ e, quando va
meglio, di “ partigianeria”. Di
fronte alla maestria dei pittori
domenicali, di fronte alla
presunzione degli hobbisti, di
fronte alla prosopopea di certi
maestrucoli, di fronte
all'infallibilità di certi
professorini effeminati, alla
presenza di uomini bifrontali,
di fronte ad uomini - bandiera
e, per chiudere, di fronte al
mammismo e al papismo, il
critico d'arte non vincerà mai
le sue battaglie, anzi, perderà
sempre più, man mano che la
percentuale dei pseudo artisti
avanza, poiché, si sa, che il
materiale occorrente: tele,
colori e pennelli è entrato
ormai in tutte le case.
Malgrado ciò la funzione delta
critica è e sarà insostituibile
poiché, come dicevamo, l'arte
figurativa deve essere tradotta
a parole essendo materia di
studio anche per i non artisti.
MARIO FONTANA
La Nuova Gazzetta 22/3/1970
![]()
L'eterna validità dell'arte
nell'ansiosa ricerca del
linguaggio
I movimenti e le scuole che
hanno lasciato maggior traccia
di se e dei pittori più famosi
ebbero inizio a Parigi nell'anno
1874.
In quell'anno, a Parigi, passò
sotto silenzio la mostra
allestita da alcuni pittori nei
locali di un fotografo di nome
Nadar.
I giornali che se ne occuparono
lo fecero solo per denigrare e
per umiliare i pittori che
avevano avuto il coraggio di
esporre quella specie di quadri.
I quadri esposti, d'altra parte,
erano completamente diversi
dalla produzione allora
corrente. Tutto sommato, le
opere esposte, sembrarono
ricerche sugli effetti di luce,
infatti, il colore non era più
leccato e levigato, ma lasciava
vedere le pennellate e l'impasto
corposo. Le tinte e le
mezzetinte non riproducevano il
colore locale, le ombre non
erano più grigie ma azzurre,
verdi, rosse. Come succede
sempre dei fatti più importanti,
e non solo nel campo dell'arte,
nessuno si accorge
dell'importanza di questa mostra
anche se esempi del genere si
susseguono in tutti i tempi e
sotto tutti i cieli.
Naturalmente il tempo ha dato
ragione a quei coraggiosi
pittori e i Cézanne i Monet i
Renoir ecc., oggi, possiamo
ammirarli in tutti i musei e
nelle più prestigiose collezioni
d'arte.
Da allora è passato quasi un
secolo e gli « Ismi » si sono
succeduti grazie allo spirito di
ricerca di altri artisti.
Facciamo dunque un giro di
orizzonte sugli "ismi" che hanno
lasciato indelebili tracce sul
glorioso e coraggioso cammino
dell’ arte, poiché ci sembra
interessante esporre
cronologicamente e con le
particolari caratteristiche i
movimenti e le scuole.
Verso il lontano 1874, tre
pittori: Cézanne. Monet e Renoir
fondano l'impressionismo il
quale poggia i suoi principi
sulla ricerca del puro gioco di
luci, trascurando la forma.
In seguito, Cézanne, ispirandosi
ai principi della geometria
solida ridà alla forma nuove
espressioni aprendo la via al
cubismo.
In Olanda Van Gogh rinuncia
all'impasto --- dipinge con
colori puri la storia della sua
vita intessuta di rarissime
gioie e - di molti dolori. Dal
suo genio nasce il « Sintetismo
» e questo ideale d'arte lo
accompagna sempre, finché la
violenza e la follia e infine la
morte lo distendono in un povero
giaciglio voluto
dall'incomprensione e
dall'ignoranza dei suoi
contemporanei.
Il 1904, con la povertà delle
masse, le ingiustizie, la fame,
porta alla ribalta sia in
Germania sia in Belgio «
l'Espressionismo »
caratterizzato da significative
deformazioni, specialmente della
figura umana. Il parigino Roualt
è il più degno rappresentante di
quella clamorosa protesta
dell'arte contro le ingiustizie
sociali; contro il destino dell'
uomo.
L'anno successivo Matisse
VIaminch, Dufy ed altri prendono
al volo il modo tutto piatto di
disporre le tinte usato da Van
Gogh e da Gauguin. Intuiscono la
potenza espressiva del colore,
accantonano le leggi
fondamentali della prospettiva e
creano il « Fauvismo ».
Nel 1908 Picasso e Braque
elaborano il « Cubismo analitico
» il quale basa le sue leggi
sulla divisione simultanea di un
oggetto visto da tutti i lati.
Ma non adoperano l'intera
tavolozza, bensì i soli grigi.
Intanto a Mosca, il pittore
Lorianov fonda la pittura
definita « Raggismo » perchè
]'artista non dipinge gli
oggetti reali ma le immagini che
gli oggetti suggeriscono alto
spirito e che il pittore capta
sia ne* vari movimenti sia nella
staticità.
Ma in Italia non si dorme, il
Futurismo è alle porte.
Boccioni, Balla, Severini,
Russolo e Carrà firmano il
famoso manifesto che è tutto un
inno esaltante il dinamismo
della vita moderna, il turbine
della sua molteplicità,
l'aprirsi di nuove libertà di
pensiero il culmine di nuovi
mezzi estetici.
Il «Futurismo italiano » è nato.
Il Cubismo - ha dato già i suoi
frutti. Dal « Futurismo» e dal
«Cubismo » deriva l'«Orfismo ».
Movimento promosso dal pittore
Delannoy il quale ha scoperto i
contrasti della simultaneità dei
colori su superfici circolari e
concentriche.
Nel 1911 De Chirico, seguito da
Carrà nel 1916 e ancora più
tardi da Morandi inventa la
pittura « Metafisica », la quale
rappresenta, prospettive ed
effetti di ombre immerse in una
atmosfera di intensa struggente
solitudine. E' da ricordare che,
in seguito, molti surrealisti
troveranno nei quadri di De
Chirico molte idee da sviluppare
appunto in chiave surrealista.
Nello stesso periodo il
moscovita -Kandinshy elabora la
«Grande Sintesi » e nel 1944,
anno della sua morte, è il più
accreditato degli astrattisti.
La sua arte e ha influito su
tutta l'arte moderna.
Dall'Ecole de Paris emerge
Chagall con le sue fiabe e i
suoi sogni, dipinti con un
linguaggio pittorico semplice e
suggestivo. Le sue figure i suoi
paesaggi i suoi animali si
fondono in un'atmosfera magica e
surreale.
Dalla Russia, il moscovita
Malevitch invia un nuovo «
messaggio » tanto problematico
quanto clamoroso poichè egli
vede nel colore la corruzione
del sentimento e intende
tradurlo usando i mezzi più
elementari, le più elementari
figure geometriche, usando un
solo colore: il nero, sullo
sfondo bianco della tela.
Verso il 1914, Picasso, Braque,
Cris e Leger cercano di
rivalorizzare la forma e di
ritornare all'uso di tutti i
colori.
E' il momento del « Cubismo
sintetico » diverso dal «
Cubismo analitico » il quale
considera gli oggetti visti do
tutte le facce e dipinti con la
gamma dei grigi.
Tre anni più tardi l'olandese
Mondrian elabora il « Neo
plasticismo » il quale fonda i
suoi canoni sulla costruzione di
semplici linee orizzontali e
verticali; caratterizzato dunque
da limitati mezzi espressivi.
Nel 1918 Leger si allontana dal
cubismo attratto dal « Purismo».
Movimento ideato dal famoso
architetto Le Corbusier e dal
pittore Ozenfont. Il « Purismo »
rappresenta gli oggetti, i più
comuni, con forme pure e con
colori da « Fauve ».
Nello stesso anno l'Ecole de
Paris, che come si sa, raggruppa
tutti gli artisti che fecero
parte alle ricerche dell'arte
moderna, senza partecipare a
nessuna scuola, mise in cattedra
l'italiano Modigliani il quale
con la sua arte, ha influito non
poco sull' evoluzione dell'arte
contemporanea.
Nel 1920 Cris, pittore spagnolo,
sviluppa i canoni stabiliti dal
« Cubismo sintetico » usando una
coloristica molto raffinata ed
applicando nelle sue
composizioni, ritagli con titoli
di giornali, pezzi di stoffa
ecc. Nasce così il «Collage».
Il «Surrealismo» nasce nel 1924,
col manifesto di Breton, ma il
più estroso, il più geniale
artista di questa scuola è il
pittore spagnolo Salvador Dalì.
Mirò che fu tra i fondatori del
surrealismo, ha un posto tutto
singolare poiché si può
considerare astrattista più che
surrealista. Infatti, il sol
tutto infantile di dipingere fu
definito "Surrealismo astratto".
Anche il tedesco Arp sempre un
surrealista è considerato il più
grande astrattista moderno. Ma
non bisogna dimenticare che Arp
col pittore spagnolo Picabia
fondò il movimento Dada.
Intanto, il tedesco Klee dà
all'astrattismo soluzioni
personali. Egli ripropone la sua
pittura con un linguaggio nuovo
spogliando di ogni significato
conosciuto tutte le cose
conosciute ed esprimendo con
altri mezzi le esperienze
captate dalla coscienza. Siamo
nel 1939 e nello stesso anno il
fiorentino Magnelli inizia la
sua concezione astratta e ben
presto diventa il pittore
astrattista di maggior
prestigio, erede diretto di
Kandinsky.
Naturalmente la storia della
pittura contemporanea non si
ferma qui, né si fermerà. La pop
art è l' esempio più recente
della vitalità dell' arte, anzi,
mai come oggi l'arte è stata
così viva.
Mario Fontana
La Nuova Gazzetta febbraio 1970
![]()
Lettera al Corriere
Ho letto sul " Corriere " del 9
Aprile u.s. l' articolo
di Enrico Baj dal titolo: " A
Nuova York trionfa
la pittura da strada ".
Essendo anch'io pittore ( le mie
prime
"cose " risalgono al 1943 ) ho
fatto qualche riflessione e
vorrei che qualcuno mi spiegasse
perchè noi italiani scopriamo "
trionfi dell'arte " solo quando
ci troviamo all'estero.
Delle due l' una: o viviamo col
paraocchi o
siamo immersi nella più
vischiosa malafede,
inguaribilmente malati di
esterofilia spazzolante.
Milioni di uomini conoscono e
apprezzano
il made in Italy: l' unicità, la
genialità,
l'inventiva, ma noi
imperterriti,
andiamo all'estero a scoprire l'
Aria Calda,
obliando tanti validissimi
artisti italiani
lasciati dietro le quinte.
Certo ognuno può scrivere ciò
che vuole
(e da cove vuole) ma qnando si
scrive
per un giornale, bisogna fare i
conti con chi legge, altrimenti
è meglio scrivere i propri
pensieri in un diario.
Detto articolo scorre quasi
tutto su un
tono carico di stupore "udite -
udite:
''Alcuni artisti americani
dicono che
esiste una sorta di "triangolo
mafioso"
avente ai tre vertici le
gallerie qualificate,
la critica spesso associata alle
strutture
pubbliche e infine le riviste
specializzate
che pubblicano articoli che
hanno un
legame evidente con le pagine di
pubblicità, pagate fior di
milioni... in mezzo, quale
mediatore dell'informazione
estetica ci si mette il critico
e il gioco è fatto.
A questo punto non posso proprio
dire che
Bay abbia scoperto l'America ma
trovo
(non dico sospetto),
inaccettabile tanto
stupore da parte di un artista
che
conosce inferno, paradiso e
purgatorio di
tutto quanto avviene dentro
le nostre
amate sponde dai "triangoli
mafiosi" alle
"gallerie qualificate alla
critica legata
alle strutture pubbliche,
alle riviste
specializzate, al legame
evidente con
le pagine di pubblicità pagate
fior di milioni.
Il tutto per orchestrare il
diabolico giochino
che inchioda, inesorabilmente,
fuori dalla
porta, chi non può foraggiare i
cosidetti
"padronì del vapore".
Esattamente come
avviene in America.
Ed ecco le battute conclusive
dell'articolo in questione:
"l'impressione che ti resta è
che in questo momento solo qui
brulichino le idee e le
invenzioni dell'arte del nostro
tempo".
Queste ultime affermazioni mi
sembrano a dir poco azzardate se
tengo nel giusto conto che il
fenomeno del graffitismo
americano è già logoro e la "
pittura da strada " e vecchia
prima di nascere essendo una
derivazione del graffitismo
stradale. Vorrei chiedere a Bay
se conosce la " pittura
viaggiante " da me inventata nel
I960 proprio a New York sui
vagoni della Subway ( viaggiando
disegnavo e regalavo ciò che
facevo). Il graffitismo
americano, nato, appunto sui
vagoni della Subway non era
nato.
Tuttavia, se Bay fosse
interessato anche agli italici "
brulichii delle idee e delle
invenzioni" sarebbe a conoscenza
del mio
"plusultrismo "(1962) del mio
"laminismo pittorico" (1967),
delle mie "spraygrafie su
gommapiuma "(1971), delle mie "
lastre * e dei miei "quadri
rotanti" (1978). Di questi
ultimi Carlo Munari ha scritto :
' ... con i quadri rotanti punta
a modificare la struttura
dell'immagine liberandola in una
inedita spazialità ".
Forse, se mi chiamassi
(anagrammando il mio nome) Oiram
Anatnof sarei già famoso: le vie
del successo sono infinite.
MARIO FONTANA
![]()
L' inflazione della pittura e
dei pittori "al magnesio"
Ascoltando i commenti di molti
visitatori di gallerie d'arte
moderna, abbiamo notato che sono
in tanti a definire
“illeggibili” e
“incomprensibili” le opere
esposte.
Noi ci chiediamo se le loro
affermazioni sono frutto di
conoscenza della materia in
questione o il risultato della
diffusa ignoranza che regna
indisturbata nelle arti in
genere, con particolare
eccedenza nelle arti figurative.
Tuttavia, se le parole sono il
naturale estemporaneo mezzo per
l’interscambio delle idee e
delle impressioni, delle due: o
"ignoranza" o “partito preso”.
Ma dal momento che si decide di
varcare la soglia di una
galleria d'arte moderna,
riteniamo sia d'obbligo formarsi
almeno una piccola scorta di
nozioni sul tema che conta ormai
un secolo di storia.
Sappiamo che tutto ciò non
accade quando si visitano mostre
d’ arte legata a doppio nodo
all’ accademismo, perché i
“paesaggi” esposti hanno tutti
gli ingredienti necessari, come
le canzoni napoletane che sanno
toccare tutti i tasti e fanno
vibrare i cuori dei turisti in
vacanza. Pochi sanno invece che
l’ arte moderna, al contrario
dell’ accademismo è riuscita
raccontarci quasi tutto sull’
uomo e sulle cose, scavando nel
fondo dell’ animo, scendendo nei
labirinti più nascosti della
coscienza umana, ribaltando
intollerabili codificazioni,
scrutando oltre i confini della
libertà fisica dell’ uomo,
sondando al di la delle barriere
psicologiche.
Ma sono tanti gli uomini che si
ostinano a non volere capire, a
non volersi specchiare e
riconoscere, convinti che l’
uomo e l’ ambiente sono ancora
legati all’ immagine
stereotipata dei pennellatori al
magnesio viventi e di
museosologica memoria.
L’ accademismo, anticipando l’
era fotocinematografica, si
attenne al compito del più
attuale “fotoreporter” per i
“fotoreportages” ordinati dal
blasone per tramandarci i “dati
segnaletici” della loro
rutilante ricchezza (così spesso
di oscura provenienza).
Così, l’artigiano pittore
(artista è termine moderno) fu
“usato” per tradurre a colori le
finissime sete d’ oriente, gli
eterei trasparenti velami, i
caleidoscopici giochi di
damaschi e dei broccati, le
sfavillanti bijouterie; per
ricordare ai posteri che nessuno
di loro comprava vestimenta al
“mercato delle Pulci”.
Ecco l’ eredità lasciataci dall’
accademismo che noi, tuttavia,
non pensiamo di mandare al rogo
per non privarci delle figure (e
dei “figuri”) che popolano come
fantasmi le notti dei musei e di
giorno guardano ora elmi, ora
baffoni, ora dame ingioiellate,
o cavalieri in battaglia, su
cavalli impennati con froge
fumanti.
Chilometri di pareti coperte di
storia dipinta: il più lungo
fotoreportage; la più grande
“pizza” della storia girata a
colore su …tela. Ecco, perché, i
pennellatori al magnesio o
artigiani-fotoreporters, che dir
si voglia erano ricercatissimi,
a condizione di assecondare le
manie di grandezza e i singulti
mecenatici di dame e cavalieri
(erano tutti cavalieri, allora);
a condizione di consumare i loro
giorni alle prese con la tela a
metraggio e con le terre
colorate per sostituire per filo
e per segno l’ obiettivo.
E se osserviamo attentamente,
nessun quadro-ricordo ci fa
conoscere l’ altra faccia della
realtà: quella nascosta dietro
le pieghe dei pesanti tendaggi e
sotto le botole dei
trabocchetti. I pittori al
magnesio non potevano
permettersi un “servizio” del
genere: gli avrebbero rotto in
testa la…tavolozza e
sequestrato… la tela! L’
accademismo, inoltre, non
produce mai un fenomeno di
massa, non tradusse le immagini
in idee e queste in oggetti
funzionali, non fece nulla per
la collettività.
I veri artisti, quelli con il
pennello “trasformatore” furono
molto pochi, perché solo in
pochi riuscirono a scavalcare l’
ira dei padroni; e Michelangelo
ne è un fulgido esempio, perché
la sua arte riuscì a superare i
funerei velami dell’
accademismo. E possiamo
affermare, senza tema di
smentita, che tutto ciò che fu
prodotto dai pennellatori al
magnesio è riproducibile con le
macchine fotocinematografiche,
essendo oggettivamente identico
alla realtà. Al contrario, l’
opera moderna non è captabile
dai mezzi meccanici, essendo l’
opera dipinta trasformata e
interpretata liberamente dall’
artista che (quando è vero
artista) riesce a metabolizzare
la realtà oggettiva (non arte),
in realtà soggettiva (arte).
L’ uomo (non arte), attraverso
la fantasia di Michelangelo, si
trasforma in figura erculea
(arte); una natura morta (non
arte) attraverso la fantasia di
Picasso si trasforma in
struttura cubista (arte).
Ma per ritornare ai motivi che
ci hanno spinto a “battere” le
presunzioni, vogliamo ricordare
che l’ arte moderna non ha
misteri perché vive e si nutre
di libertà e tutta si condensa
in una completa grande verità:
la trasformazione – fantastica
della realtà oggettiva. Verità
intuita e messa in opera dai più
grandi maestri del passato i
quali, come abbiamo ricordato
furono ben pochi.
Tuttavia siamo convinti che
senza il condizionamento subito,
l’ immensa schiera dei defunti
pennellatori al magnesio avrebbe
iniziato la rivoluzione
artistica con alcuni secoli di
anticipo.
Mario Fontana
La Pentapoli 10/1975
![]()
L'uomo
allo specchio
Chi siamo ? Dove andiamo? Non
siamo! Non andiamo! Rimaniamo.
Nella nostra assenza. Nel nostro
vuoto. Nel nostro nulla. Liberi
e in catene. Mimetizzati,
vittoriosi e vinti senza
combattere Travolti, sradicati,
aridi,demoni, angeli, santi.
Tutto. Cieli azzurri e uragani,
gorghi, anime invertite, pigmei,
usurai, traditori, boriosi,
disperati, umiliati. Tutto si
dissolve nella fanghiglia. Ci
droghiamo delle inutili speranze
del vivere quotidiano.
Sventoliamo bandiere nella
collera del vento. Fuggiamo, ci
ritroviamo. Spariamo e
uccidiamo. Un negro muore!
Viviamo nel sogno o è il sogno a
vivere la nostra vita?
Chiediamolo alla Luna taciturna.
Nell’assurdo silenzio rivivono
fantasmi ancestrali. Sono
fratelli o nemici gli uomini
distesi nell’antico sonno?
Viviamo senza chiederci .come,
immersi nell’ immagine astratta
della nostra grigia ombra. Senza
tregua il passato ingigantisce
il passato. Il presente scava
solchi sul viso; il cuore
inaridisce nella nostalgia.
Nella memoria rotolano veloci
desolati anni che i hanno
corroso i giorni. Il pensiero
s’attarda in lunghi vuoti.
L’occhio posa stanco sulle cose.
Come un giuoco di luci e di i
ombre è passata la giovinezza. I
giorni si spengono come ceri
consumati. Tuoni giungono da
aeree lontananze. Il passo si fa
incerto sulle viscide erbe. Gli
amici hanno deluso come i sogni
e come le speranze. Rimangono
lontani tempi d’aquilone,
colorate vesti di fanciulle,
vecchie canzoni delle notti di
guerra, fischi di navi in porti
sconosciuti. Nelle antiche
clessidre covano nuovi desideri,
mentre la vita sfugge come
sabbia tra le dita.
Mario Fontana
![]()
Mostre d' arte a Siracusa
La seconda edizione della mostra
degli artisti del cenacolo
siracusano, organizzata dal
Sindacato Provinciale di Arte
nei locali della “Fontanina,, di
A. Maltese, ha richiamato un
folto gruppo di intenditori i
quali vedono in una mostra
d’arte il rinnovarsi della
espressione più completa e più
alta della storta contemporanea;
storia, caotica " se vogliamo "
ma che una volta fissata in
immagini pittoresche o scultoree
si trasforma in leggenda; quasi
in fiaba. In giro per i locali
della mostra abbiamo sentito
commentare ed ammirare l’opera
silenziosa e spesso dolorosa, di
questi artisti che per quanto
isolati da certi regionalismi e
spesso volutamente ignorati dal
nostro pubblico, hanno dato e
danno all’arte aretusea il
meglio della loro anima; anche
se alieni da tradizionalismi
accademici, ormai nettamente
superati dalla realtà storica in
cui viviamo. Le pitture, le
sculture, i disegni che il
pubblico ha la possibilità di
osservare in questa mostra,
riportano " anche sul piano
umano " figure di artisti i cui
nomi " spesso " ricorrono in
mostre nazionali. Purtroppo,
nella nostra città " dobbiamo
dirlo " il pubblico acquista
raramente l’opera di un artista
indigeno, trovandola priva di
quel lascino esotico, oggi in
voga. Noi ci siamo avvicinati
alle opere esposte, attratti
dalla verità del loro linguaggio
pittoresco, dal vibrare di linee
scolpite nella viva pietra. E’
doveroso qui citare le opere
esposte più significative:
“Maternità’” dello scultore
Salvo Monica accettato anche
quest’anno alla Quadriennale
d’Arte di Roma; “Sbarcadero” del
pittore Angelo Cassia; le due
sculture di Pippo Caruso; “Case
di paese” del pittore Betta;
“Angeli suonatori” di Scirpa; «
Figure » di Vittorio Lucca e le
sculture di Migliara. Hanno
partecipato alla mostra altri
venticinque artisti i quali
dimostrano. con le loro opere,
di aver lavorato con passione e
sincerità e tutti, uno per uno;
meriterebbero un «profilo» a
parte poiché l’arte - in tutte
le sue espressioni " è il diario
figurativo della storia lieta e
triste degli uomini ed ogni
artista adegua il suo spirito
alla verità morale e sociale del
suo tempo.
Mario Fontana
11 gennaio 1970 La Nuova
Gazzetta
![]()
Nel Carretto Siciliano i colori
smaglianti dell' Isola
Il famoso geografo francese
Eliseo Reclus, è ricordato dal
Pitrè, perché venuto in Sicilia,
assieme ad altri studiosi, per
studiare gli effetti
dell'eruzione dell'Etna del
1865, fu uno dei primi stranieri
ad entusiasmarsi di fronte
all'armonia delle linee e
all'orgia di colore del carretto
siciliano.
Noi, siciliani di oggi, volendo
parlare del carretto dovremmo
usare il passato remoto, essendo
quasi del tutto scomparso dalle
nostre strade, sgambettato dai
nuovi e più celeri mezzi
meccanici.
Ma useremo il presente, per amor
di patria, con la segreta
speranza di rivederli e di
riascoltare le dolci e
struggenti nenie dei carrettieri
negli assolati meriggi
siciliani: quando le loro voci
si uniscono al pungente canto
delle cicale; o nelle notti di
luna, con il pendulo lume appeso
sotto il carro.
* * *
Ma prima di inoltrarci nella
nostra chiacchierata, pensiamo
sia interessante descrivere, in
lingua e in dialetto, i vari
pezzi che compongono il più
antico e più popolare mezzo di
trasporto della nostra isola. La
parte più grande del carretto è
la cassa, “u funnu” ri cascia,
per il trasporto della merce. Le
stanghe, ‘i sdagni, per
imbracare il cavallo,l’ asino,
la giumenta o il mulo. Le
ancate, 'i masciddara che
recingono la cassa da tre lati
corrispondenti alle due ruote e
all'animale. Il portello di
dietro, 'u purtieddu 'i rarreri,
chiude il quarto lato della
cassa ed è asportabile per
agevolare carico e lo scarico
della merce. La sponda davanti,
è una piccola tavolozza ‘i
ravanti, è una piccola sporgenza
che serve da sedile al
carrettiere.
La sponda di dietro, 'u
tavulazzu 'i rarreri, sporge
all’opposto del sedile. La cassa
del fuso. 'a caia 'o fusu, è
applicata sotto la cassa di
carico e prolunga dai due lati i
mozzi e sostengono le ruote.
Ogni ruota, tranne qualche rara
eccezione, ha dodici raggi
detti, 'i jammuzzi. Le corone
che sostengono i raggi sono
dette 'i cubbi. I due mozzi: i
miòli. Il noce e il faggio i
legni necessari.
Palermo, Monreale, Lentini,
Paternò, Floridia,
Castelvetrano, Mazara, Catania,
Ragusa e Marsala sono i centri
maggiori di produzione, i cui
esemplari sono degni di figurare
nei più illustri musei
folkloristici.
II carretto non nasce dall'opera
prestigiosa del solo carradore
ma dalla collaborazione di
questi con l'intagliatore e col
fabbro ferraio ed infine con il
pittore, 'u pitturi, detto anche
'u giuvini, (il giovane), anche
se ha sessant'anni.
Di solito, le botteghe di questi
artigiani sono vicinissime.
Quasi tutto il lavoro si svolge
all'aperto: solo 'u pitturi
opera in luoghi appartati e
silenziosi.
Quando il carretto è allo stato
“grezzo “ cioè finito in tutta
la sua struttura di legno, di
intagli e di ferro, inizia l’
opera del pittore con tutto il
suo bagaglio di fresca ingenuità
incontaminata da regole e da
scuole.
Possiamo dire che la sua
ingenuità mentale scaturisce da
un modo di vivere schietto, con
l'animo fragrante di chi vive a
contatto della natura e sente
l'arte come istinto che guida
più la mano che la mente.
Un'arte che parte dai racconti
epici del nonno e passa
direttamente dall'udito, al
cuore, alla mano del pittore che
sembra dipinga col sole le sue
“storie” e i suoi merletti:
tanto sono luminosi i suoi
colori.
Chi non ha mai visto all'opera
'u pitturi, e vede poi l'opera
finita, è tentato di pensare che
egli conosca i rapporti
cromatici e tutte le altre
diavolerie tecniche.
Ma non è così; egli possiede
intimamente,
un'esperienza atavica che riesce
a trasformare, con l'intuito e
con la fantasia, in effetti
cromatici; gli stimoli e i
suggerimenti della natura che lo
circonda fanno il resto;
attorno al pittore tutto è vivo
e saturo di sole e i colori
esplodono da ogni parte, come
silenziosi fuochi di artificio.
Con tanto colore negli occhi e
con primitivi mezzi grafici 'u
pitturi costruisce solide,
quanto disciplinate
architetture: preziosi esemplari
di genuina arte popolare.E
l'occhio sensibile, incontrando
un carretto nelle solatie
contrade di Sicilia, si accorge
della perfetta fusione del
carretto con la natura
circostante: non sembra
colorato artificialmente come
certamente sembrerebbe se lo si
incontrasse in una via di
Milano.
Ecco il miracolo del carretto,
nato in Sicilia per rubare alla
Sicilia tutti i suoi smaglianti
colori: dei suoi fiori e dei
suoi tramonti infuocati. Ma
sono anche i colori della
Sicilia dei Turchi e degli
Arabi, degli Spagnoli, dei Greci
e dei Romani, tramandati ai
figli generati nel grembo di
Trinacria, per continuare anche
attraverso i colori le loro
civiltà e la loro fantasia
creativa. Frutta, fiori,
grappoli d'uva, immagini sacre,
personaggi della “Cavalleria
Rusticana” e dei “Paladini di
Francia” sona una piccolissima
parte Della rosa dei temi scelti
dal pittore per dare vita e luce
ai carretti di Sicilia.
L'intagliatore, caratterizza le
sue sculture con figure di
cariatidi, di maschere, di
rosette, di faglie, di colombe,
di sirene e di molti altri
soggetti tratti dai repertorio
di genere sacro del secolo
diciottesimo.
Il fabbro ferraio costruisce gli
ornamenti e i cerchioni delle
ruote ma il suo “pezzo da museo”
il suo “do di petto” è ‘a cascia
'o fusu che, come abbiamo detto,
è collocata sotto la cassa di
carico, e unisce l'asse delle
ruote. Il blocco in ferro
battuto sembra un vero merletto;
le testine, le colombelle, gli
angeli, le foglie, etc. sono
una vera preziosità e l’ insieme
ricorda i misteriosi balconi
delle terre d’ Oriente; la
Sicilia dei Turchi e degli Arabi
rivie nel ferro battuto tutto il
suo fascino e tutto il suo
mistero.
* * *
Ed è un vero peccato veder
sparire i carretti dalle nostre
strade. E' una grave mutilazione
al folklore, tanto caro
soprattutto agli stranieri, e
sminuisce la suggestiva immagine
e il fascino della nostra terra.
Ma se dovesse sparire
definitivamente, proponiamo
all'Ente Provinciale Turismo di
« armare » una dozzina di
carretti e di mandarli in giro
con scelti cavalieri me bardati
di finimenti e di pennacchi
variopinti. Vestiti a festa,
insomma, con quel gusto
spagnolesco che confonde le idee
ed eccita la fantasia.
Affinchè i turisti stranieri,
ritornando al loro paese,
possano dire di essere stati
veramente in Sicilia.
Mario Fontana
La Nuova Gazzetta 5/4/1970
![]()
Paolo Orsi
«E fermammo la nave, a prendere
acqua nel porto
ricurvo " narra Ulisse
nell’Odissea " i miei
uomini sbarcano, preparano il
pasto, si mangia
e si beve a sazietà... E ancora:
" Là dove abitavano i bei buoi
dalle larghe fronti e i
numerosi montoni grassi del
sole.
L’eco di questi antichi rapporti
fra la Grecia Omerica e la
Sicilia dei « Sikeloi » risuona
certamente nella mente di Paolo
Orsi quando, nell’Ottobre del
1888 scende in Sicilia per
iniziare la feconda impresa di
archeologo che lo porta a
diventare il massimo
scopritore dell’antichità
classica Siracusana.
L’Orsi, nato a Rovereto compie
studi a Padova,
Vienna e Roma dove prende la
laurea; quindi lo troviamo
impiegato presso il Ministero
della Pubblica Istruzione,
distaccato sotto il Professore
B. Bernabei, alla direzione
degli scavi; successivamente a
Firenze, conservatore
aggiunto della Biblioteca. Io lo
conobbi giovanissimo,
studioso di antichità italiche "
scrive il prof. G. Sergi in una
pubblicazione edita dalla
Società di Storia Patria per la
Sicilia Orientale " ma fuori
posto per le sue inclinazioni. E
ben presto la fortuna lo porta a
Siracusa, come aiuto
dell’ingegnere Cavallari vecchio
direttore del Museo
Archeologico. Il contatto
diretto con il suolo siracusano
rinvigorisce l’ ardore del
giovane Orsi e con tutto
l’entusiasmo inizia a “battere”
le campagne tutto preso dalla
febbrile ansia della ricerca e
della scoperta. Il sottosuolo
di
Siracusa gli è subito generoso e
gli dona l’indicibile gioia del
ritrovamento di necropoli
sicule: da quella del Plemmirio
a quelle di Magnisi e di Cozzo
Pantano.
Agli scavi, alterna la stesura
di importantissime
pubblicazioni edite dal «
Bollettino di Paleontologia
Italiana », « Notizie
degli scavi », Monumenti
Aulischi dei Lincei e da altre
pubblicazioni italiane ed
estere.
Ricordiamo: " La stazione
neolitica di Stentinello",
"Scoperte
archeologiche epigrafiche in
Siracusa e territorio ».
« Megara Hiblaea », e « Nuove
esplorazioni nella catacomba di
S. Giovanni nel 1894 »
ma queste, non sono che alcune
delle centottanta pubblicazioni
scritte dall’Orsi durante la sua
luminosa carriera e
spaziano dalla civiltà pre
ellenica della Sicilia
alla civiltà ellenica, romana
bizantina e
normanna.
La fama dell’Orsi è già
altissima e molti sono gli
allori che raccoglie lungo il
suo cammino di archeologo e di
studioso; dalla nomina a membro
del Consiglio Superiore per le
Antichità e Belle Arti a quella
di Accademico ordinario dei
Lincei, a Socio Ordinario
dell’Istituto Austriaco
di Archeologia, a socio
corrispondente dell’Accadèmie
des Inscriptions di
Parigi, nonchè a socio onorario
della Società Inglese per gli
Studi Ellenici. Nel 1898, l’Orsi
vince il Gran Premio dei
Lincei per l’Archeologia e nel
1918 il Gran Premio Bressa
dell’Accademia di Torino.
Tuttavia, tanti riconoscimenti e
tante onorificenze nazionali e
internazionali non bastano,
all’ illustre archeologo, per
ottenere i fondi necessari alle
sempre crescenti necessità di
nuovi scavi: per schiudere
sempre nuovi capitoli alla
storia della civiltà umana.
Siamo nel 1895 e l’Orsi si
apprestò a dare inizio alla
campagna di scavo e di ricerca
nelle aspre e nude rupi di
Pantalica. Ha pochi spiccioli a
disposizione e tanti operai
da pagare ed è in queste
condizioni, disagevoli e
disperate, che lo trova il più
grande archeologo francese
Giorgio Perrot, il quale gli
dedica non poche righe di
ammirazione.
" Paolo Orsi " così egli scrive
nella « Revue des deux mondes »
è attualmente un uomo di
trentasei anni, di statura
assai elevata e ben sviluppata.
La chiarezza della sua parola
traduce quella del suo spirito.
Più di una campagna egli ha
fatto sui monti di Sicilia,
impiegando qualità di bravura
e di resistenza. Da quando ha
incominciato ad esercitare le
sue funzioni di ispettore degli
scavi e direttore del Museo egli
non
ha perduto il suo tempo. La
dotazione " continua il Perrot
"di cui egli dispone sia per le
compere, sia per gli scavi è
stata sempre assai meschina.
Siracusa è assai lontana da Roma
ove si ripartiscono i fondi, e
d’altronde le finanze italiane,
con il gravame delle spese
militari e della
guerra abissina, non sono in
grado di sovvenzionare le casse
dei musei e il bilancio degli
scavi. ...Con delle meschine
entrate P. Orsi ha fatto
miracoli per questo museo: si
può dire che lui ne è il
creatore, così povere e piene
di
lacune erano le collezioni prima
di lui. Egli deve eseguire i
suoi scavi, con una dotazione
annua di tre o quattromila lire.
La maggior parte dei siti dove
scava sono deserti, spesso a
grande distanza dai paesi
abitati; e i luoghi non sono mai
sicuri. A Pantalica, sui
monti Climiti, a più di
quattrocento metri
d’altezza, vive solo senza
protezione di soldati;
i carabinieri « costano » cinque
lire al giorno e non può
permetterseli. Egli, "
continua accorato il Pierrot
paga i suoi operai due lire e
cinquanta al giorno, li cura
quando sono malati, li aiuta
moralmente, divide con loro
pasti frugali: pane duro
condito
con aglio e cipolla e un po’ di
giambone; dorme dentro le grotte
assieme ai suoi operai. »
Da queste parole risalta la
nobile figura dell’Orsi e non
hanno bisogno di commento.
Mario
Fontana
La Pentapoli 1/1976
![]()
Pittori e tintori
I “veri” artisti operanti a
Siracusa li conosciamo e sono
pochi, molto pochi. I tintori,
cioè i dilettanti sono una
schiera innumerevoli. Ma quelli
che vanno per la maggiore sono
gli artigiani della pittura, e
vi spiegheremo chi sono e cosa
producono. Questo vasto vivaio,
conglobato in una sola voce per
i due sessi e per tutte le età,
lo abbiamo definito: «vivaio di
tintori», ma senza alcuna ombra
di disprezzo essendo, quello del
colore del pennello della
spatola, un hobby molto
stimolante e ricco di impulsi.
Tintori, quindi, e non pittori,
perchè la differenza corre. Ma i
tintori, una volta preso il
primo pennello in mano; una
volta che hanno riempito di
colore una tela, non solo si
autodefiniscono pittori ma
sentono istantaneamente
l’irrefrenabile impulso (o
tentazione), di mettere in
mostra e di vendere il
«capolavoro». Per non dire della
«caciara» che i detti tintori
combinano quando, col fiato
rotto, arrivano a riempire molte
tele. Riempire, come avete
notato, e non dipingere, ché,
anche in questo caso, la
differenza corre tre volte. E
non potete immaginare quanto i
“nostri” siano agguerriti nel
farsi largo a gomitate per
intrufolarsi subito (“tutto e
subito”), nel “ giro “ delle
mostre per mettersi in mostra (e
Freud potrebbe spiegarcelo), e
per vendere (grande tentazione
con effetti irreversibili sui
tintori), i loro insuperabili
(capolavori). Chissà perché,
cercano subito il pollo da
spennare! Se diamo uno sguardo
sul retro delle loro «patacche»
rileviamo cifre cariche di zeri;
autoquotazioni incredibili. E
tutti ricercano credito
inventando «storielle» a ruota
sfrenata. Vi diranno che le loro
«opere» sono state acquistate da
personalità di rilievo (mai da
un contadino), e per cifre che
superano quasi sempre il mezzo
milione, non una lira di meno.
Vi diranno anche delle loro
«partecipazioni» a mostre fatte
in provincia, come se vi
raccontassero di partecipazioni
a biennali internazionali, i
meno modesti vi diranno, che la
loro quotazione ha raggiunto e
superato il milione, senza
pensare che i più informati
sanno benissimo che tale
quotazione è di gran lunga
superiore a quella praticata
dalle gallerie più serie per
disegni, litografie, ecc., di
maestri di fama internazionale.
Assetati di credito lo ricercano
in mille modi diversi:imbastendo
«curriculum», circondandosi di
amici, disposti a far sapere in
giro «quanto sono bravi e quanto
vendono»; scegliendo con grande
cura le cornici per i loro
«capolavori» e tutto questo ed
altro ancora per convincere i
«pesciolini» ad abboccare al
loro amo, sempre pronto a
scattare. La loro pseudo
attività artistica si svolge
nella più assoluta mancanza di
autocritica, nell’immodestia più
irritante, il tutto condito con
una sfacciataggine che è
diventata (faccia di bronzo su
fondo verde), il loro blasone.
Risultato: una grande confusione
che si ripercuote negativamente
sul pubblico impreparato sulle
faccende dell’arte, ma anche
sugli intenditori, amatori e
collezionisti. Chi desidera
comprare un quadro si ritrova
immerso in un calderone di pappe
stracotte e fredde rovesciate
sulle povere tele a furia di
pennello o di spatola; e non
tutti riescono a fare una scelta
serena e sensata se attorno c’è
il caos e il disordine provocato
dalla valanga di venditori di
fumo. Considerando che
setacciando Siracusa, i “veri”
artisti, cioè quelli che sentono
e praticano la pittura come
vocazione, non superano la
decina, si intuisce in quale
babele essi vivano, essendo
molto difficile far capire al
pubblico in genere, dove
“finisce” l’arte e dove inizia
l’artigianato con relativa
produzione di croste. Purtroppo,
nessuna ha mai detto ai
dilettanti e ai tintori più
smaliziati che non basta tirare
quattro linee e riempirle a di
quella magica materia che si
chiama e colore per
autodefinirsi “artista”, ma
occorrono tante altre cose che
solo l’esperienza e la maturità
possono insegnare; e solo se
l’esperienza e maturità saranno
“condite” con tanta umiltà”
altrimenti i quadri, le mostre e
gli artisti non saranno mai una
cosa seria. Così come è risaputo
che senza «rodaggio» qualsiasi
motore presto si logora. Così
l’artista, per essere tale, deve
rodare se stesso, attraverso il
lento, paziente lavoro, con
generoso entusiasmo anche se
irto di cocenti delusioni, nel
lungo dipanarsi degli anni
consumati nell’applicazione
quotidiana. Ma, più spesso di
quanto non si creda, ci tocca
assistere, in mostre
prestigiose, per la
partecipazione di maestri n
della pittura, alla «presenza al
chiodo» di tintori riusciti a
filtrare attraverso le
smagliature dell’ignoranza, con
il risultato della solita
confusione di idee. Per non
parlare delle incoscienti
“personali” imbastite da
dilettanti i quali, presentando
le loro invariabili "croste”
sapientemente incorniciate e
dandosi l’aria (solo l’aria) di
artisti truccati da artisti
riescono a bidonare ora l’uno
ora l’altro, sfruttando
l’ignoranza del solito pubblico
impreparato. E lo ripetiamo,
tutto ciò non porta che
confusione e brucia l’atmosfera
artistica che si vorrebbe a
Siracusa, che non è certamente
quella creata a bella posta
dalla grossa e agguerrita
combriccola di pseudo artisti.
Siracusa, al contrario, per mano
dei pochi “veri” artisti,
potrebbe risfoderare la grinta
frizzante e intellettuale degna
di una città civile che vanta
(senza retorica), secoli di
storia intessuta di vera arte e
di autentici artisti. Ma, lo
sappiamo benissimo, che le
nostre speranze e le nostre
parole sono cenere al vento
della dilagante corruzione; che
il processo confusionario è
irreversibile nel nostro caso
per la rottura dei compartimenti
stagni che un tempo dividevano,
ma non escludevano i contatti
tra il "vivaio” di dilettanti e
gli artisti. Vasti strati della
popolazione danno
l’esca, lasciandosi convincere
all’acquisto delle "tele piene
di buona volontà” non pensando
che, così facendo, alimentano
sempre più pericolosamente tale
situazione, già così densa di
confusione. E il pubblico
deve sapere da che parte viene,
sia il disordine che la
confusione. Deve sapere chi sono
gli alunni e chi sono i maestri,
i primi si possono
dividere nelle seguenti
categorie: principianti,
domenicali, dilettanti con un
“domani” artistico,
principianti senza un “domani”
artistico, dilettanti
snob, dilettanti puri
(pochissimi, ma ci sono),
dilettanti fasulli, dilettanti
narcisisti, e qualche altra
categoria che vogliamo lasciare
alla vostra immaginazione ma,
per concludere l’elenco,
vogliamo parlarvi della
categoria più agguerrita: quella
dei tintori camuffati da artisti
i quali a forza di
imbrattare tele hanno raggiunto
una certa abilità artigianale,
solo artigianale) e hanno capito
perfettamente che la loro
“produzione” può
tramutarsi facilmente in soldini
perdendo naturalmente di vista
quel barlume artistico che li
aveva spinti a cominciare.
Forti, dunque, di abilità
artigianale, pennellano e
spatolano a più non posso su
temi strafitti, imbaldanziti dal
fatto che un certo tipo di
“paesaggino” o di “natura morta”
piace a tanti, Io rifanno
addirittura centinaia di volte,
con lievi casuali variazioni sul
tema, con la solita casetta,
barchetta, alberello, cielo e
terra o caffettiere e fiori
che spesso sembrano cavoli.
Tanto (scusate il bisticcio),
sono in tanti a comprare i detti
minestroni ottimamente
incorniciati essendo la
"cornice” un solido deterrente a
favore della pochezza
del contenuto del quadro. Se poi
alla bella cornice aggiungiamo
Io ”scilinguagnolo” precotto e
standardizzato dei tintori la
“bidonata” è fatta. Ma ciò che
in un certo senso ci sorprende
è, che più spesso di quanto non
si immagini, a cadere nel
“sacco” è gente con tanto di
“laurea al chiodo” che vogliamo
assolvere con la validissima
scusante della confusione in
atto, che gli impedisce di
discernere l’opera creata dal
maestro, dal burro spalmato dal
tintore. Ed è chiaro
che acquistando i lavoretti dei
tintori non si fa opera
mecenatica ma, al
contrario, opera di corruzione e
di deviazione essendo i tintori,
per la gran parte, privi di
quella morale estetica
che subentra all’autocritica
quando si raggiunge, non solo il
livello artistico necessario per
mettersi in mostra, ma anche
quella cultura
indispensabile che libri e
confronti ed
esperienze elargiscono a piene
mani. Così come dovrebbe
apparire chiaro, che i
nostri punti di vista, le nostre
considerazioni e i nostri
suggerimenti, non sono e non
vogliono tradursi in motivo
di scoraggiamento da parte dei
dilettanti “puri” perché siamo
certi che chi sente il richiamo
dell’arte non ha paura di
ascoltare i buoni consigli. Per
gli altri, per gli artigiani
della pittura, erroneamente
conosciutissimi come artisti ma,
in verità, solo
artigiani ripetitori fino alla
nausea, non c’è più rimedio; la
loro piccola storia è conclusa.
Resteranno tali per sempre,
perché ciò che producono non è
il frutto del loro sentimento e
della loro fantasia, ma il
prodotto suggerito unicamente
dal desiderio di barattare le
loro croste con i
vostri bigliettoni.
Mario Fontana
La Pentapoli 1975
![]()
Quattro illustri personaggi sul
ponte sulla darsena
Quattro pilastri: due entrando
in Ortigia, due uscendo da
Ortigia. Al centro, il vecchio
glorioso ponte che noi
siracusani per pluralità mentale
o per illuderci di averne una
lunga serie, chiamiamo «i ponti
». Ventisette anni fa i pilastri
in questione sopportavano il ..
.peso dei fasci mussoliniani
sormontati da globi bianchi che
dovevano servire ad illuminare
nulla a causa dei lunghi anni di
guerra e di oscuramento. Poi,
una mattina di quei giorni di
libertà nuova e di caos, quando
le strade di Siracusa si
trasformarono in una immensa
caserma indo-afroamericana, i
fasci littorio sparirono. Da
allora i quattro pilastri sono
vuoti e inutili, come tutte le
cose che, nate per una precisa
funzione estetica, non vengono
utilizzate. Suggeriamo dunque a
chi di competenza di far
collocare su ogni pilastro la
statua di Elio Vittorini, di
Quasimodo, dello storico De
Benedictis e del Vescovo
Baranzini. E’ un’idea che può
lievitare, purchè non ci si
dimentichi di... informarla!
Mario Fontana
Salvare i monumenti
L'Italia, si sà, è ricca di
opere d’arte e di monumenti di
ogni epoca e possiamo definirla
con le parole di uno dei tanti
stranieri calati nel nostro
paese: “L’Italia è un oggetto
d’arte”. Ed è una verità che
tutti, amici o nemici, ci
riconoscono. Diciamo dunque che
tale definizione rappresenta il
lato positivo, privilegiato del
suolo italico. Ad ogni angolo e
spesso addirittura a pochi
centimetri dalle suole delle
nostre scarpe giacciono statue
greche, muri perimetrali e
colonne abbattute, come
guerrieri frettolosamente uccisi
e più frettolosamente sepolti;
per non parlare dei pavimenti
musivi aggrediti da secoli da
contorte radici di ulivi e di
aranceti ed in paziente attesa
di rivedere il sole dell’era
spaziale. Ma dobbiamo proprio
augurarci che i tesori
archeologici vengano alla luce?
Se si pensa al disordine, alla
fatiscente, all’incoscienza,
all’ incuria, al destino dei
monumenti che ci ritroviamo
attorno, dobbiamo augurarci che
ciò avvenga il più tardi
possibile, quando la nostra
mentalità, quando la nostra
educazione avrà raggiunto
livelli adeguati all’importanza
c e alla grandezza di simili
vestigia. Chi scrive non ha
dimenticato il monumento” che
vide ai margini di una
autostrada, nello Stato di New
York: un monumento veramente
singolare nella sua semplicità:
una grossa fetta di tronco di
sequoia adagiata a un
piedistallo di granito e
circondata da una grande aiuola
fiorita e ben curata. Osservando
quel singolare monumento mi resi
conto della volontà di quel
popolo di innalzare a monumento
qualsiasi cosa, spinto dalla
naturale necessità dell’homo
sapiens di circondarsi di
oggetti e di simboli del passato
per sentirsi proiettato nel
futuro. E il monumento alla
sequoia non è un caso isolato.
In Belgio, troviamo la tomba
della regina Astrid, morta in un
incidente automobilistico: di
una tomba, sorta in un luogo
insignificante, là dove successe
l’incidente, i belgi hanno
creato un enorme monumento che
racchiude un piccolo museo, la
cappella, la cripta, l’albero
contro il quale si schiantò la
macchina e, dulcis in fundo, un
posto di ristoro. Con tutto il
rispetto per la regina Astrid,
ci chiediamo che cosa, i belgi,
avrebbero fatto per la nostra
tomba di Archimede, quali
amorevoli cure avrebbero profuso
per un re della scienza, con
quali esotici fiori avrebbero
sostituito l’attuale spinosa
sterpaglia. E quali fantasiosi
viali e quale atmosfera
avrebbero creato attorno al
desolato Tempio di Giove adibito
a rifugio indisturbato di
motorizzate coppiette in cerca
di atmosfera... pagana. E a
quali architetti avrebbero
affidato la sistemazione del
Tempio di Apollo, situato nel
cuore della bistrattata Ortigia,
invece di consegnarlo, come e
stato fatto, alle... cure dei
venditori ambulanti, per
depositarvi i loro rifiuti. E
gli americano che cosa farebbero
del nostro Teatro Greco se lo
potessero sostituire con il loro
commovente monumento, innalzato
in gloria al pezzo di sequoia?
Osservando tanta incuria per i
preziosi monumenti che
arricchiscono di cultura visiva
e spirituale i popoli di tutto
il mondo, chi scrive si pente
dei maliziosi sorrisetti fioriti
al cospetto del modesto e tanto
significativo monumento al
tronco di sequoia. Le nostre
vetuste e gloriose “pietre" dei
nostri lontani progenitori, al
confronto, sembrano luoghi da
fiera paesana.
Mario Fontana
La Pentapoli 1975
![]()
Sessanta località per sessanta
Week-end
Quanti sono i siracusani che,
pur vivendo nello scoglio di
Ortigia, conoscono il litorale
ionico che circonda la nostra
costa?
Il Siracusano, si sa, è un pò
apatico, caratteristica e
retaggio prettamente levantino,
ed usa spesso i "me ne frego" i
"che me ne importa" i "non mi
interessa" e preferisce passare
il tempo con gli amici nei vari
Caffè cittadini e
particolarmente nella piazza
degli sfaccendati alias, in
toponomastica, Piazza Archimede.
E, come spesso accade, a
conoscere dei minimi particolari
la nostra città e il nostro
morale sono sempre gli
Stranieri. Giungono questi in
tutte le Stagioni provenienti
dai quattro punti cardinali,
magari con il pesante fardello
di uno zaino e relativo sacco a
pelo.
Ti incontrano, ti fermano e ti
senti chiedere:
“ Acquabalunba dove essere”,
“Capomelle dove trovare”.
Sulle prime rimani perplesso,
poi lo straniero continua a
ripetere lo stesso ritornello e
alla fine, più per intuito che
per effettiva comprensione di
ciò che hai ascoltato, pensi al
nome di una località che lui,
svedese o australiano conosce, e
tu, no.
Comunque non sai cosa rispondere
ne da che parte indirizzarli
poiché almeno il novanta per
cento dei siracusani conosce
solo Ognina e Fontane Bianche.
Eppure dall' "Acqua e Paralummi"
cioè da Santa Panagia a Fontane
Bianche si possono contare ben
cinquantanove località diverse,
ognuna delle quali ha un nome
suggerito dalla particolare
forma di uno scoglio o da un
fatto successo in quel tratto di
costa o scaturito dalla
popolaresca fantasia di antichi
pescatori aretusei, ma sempre
suggestivo e appropriato.
Ed è dalla tremula voce di un
vecchio pescatore "do fossu" che
abbiamo conosciuto tutta la
costa che sinuosa e suggestiva
si snoda, come abbiamo detto,
dall ' "Acqua e Paralummi" a
Fontane Bianche. Ci sembra
quindi doveroso suggerirvi i
nomi di tutte le località
essendo patrimonio
comune di tutti i figli di
Archimede. Salite nelle vostre
barche e seguiteci dopo aver
bevuto alla limpida cascatella
dell’"Acqua e Paralumi",
situata vicino alla centenaria
tonnara di Santa Panagia. Poco
dopo siamo " a scuzzaria ",altro
posto suggestivo; quindi " e ru
papiri ",ma il fuoribordo gira e
giungiamo * a rutta picciata '
più avanti " o capileddu ", " o
piscatureddu ", * e ruttazzi ' ,
" e valiuni " ,"e pìliceddi "
,quindi " e ru frati ". Una
breve sosta per osservare da
vicino i massicci scogli che
innalzano alte rocce dalle
limpide acque,insensibili alla
tragedia dei due fratelli
annegati dai
quali,appunto,traggono il nome.
Passiamo ora davanti " o
spuntuni " ,"a rutta e ciavuli"
, "o scogghiu e carrabbineri "
ed ecco l'imboccatura del porto
piccolo. A questo punto come
nelle sequenze di un film a
colori passeranno davanti ai
mostri occhi, stupefatti da
tanta bellezza le seguenti
località in ordine di
successione: " i scogghi longhi"
, " l'isula e cani" , " u
casteddu " che con "maassaliveri
" segnano l'ingresso al Porto
Grande. Subito dopo " i rivi
bianchi " , " i balateddi ",
"punta u falcuni.", " a caledda"
, " a pillirìna " , " a tavessa
" , " punta a tavula ", " cala e
cirasi" , " u giganti ","punta e
pisci " , " rutta o funnu ", "
punta navi " , " morru i porcu
","robba lensi", "u
vanchiteddu"," u priricaturi,",
"i palazzeddi ", " u suggituri "
, " i salini " ," Capu meli ", "
i rutticeddi " , " a ciacca ","
terrauzza", " punta niura
","caccara" ," turri i milocca "
con la vicina ìsoletta , " a
vaddiola", "a rinedda" ," u
lasparanu" ","asparaneddu ", ' u
scivulu ", " ognina", " punta e
ognina ", " petra o corvu ", "
timpaudi ","punta o
caricaturi"," tunnara vecchia "
e dulcis in fundo, Fontane
Bianche con le sue sorgenti di
dolci e limpide acque.
II nostro compito è finito,vi
abbiamo suggerito cinquantanove
località per cinquantanove
felicissimi week - end.
Buon divertimento.
Mario Fontana
La Nuova Gazzetta 18/1/1970
![]()
Sulle estemporanee
Egregio direttore,
estate dopo estate fioriscono
ovunque le estemporanee di
pittura; ma da qualche tempo
hanno preso un ritmo a dir poco
vertiginoso.
Da Brucoli a Marzamemi, da
Mascali a Priolo, solo per
citarne alcune. E se è vero che
il richiamo turistico che esse
comportano è notevole, ciò non
ci distrae dal pensare che
l'arte è una cosa seria e spesso
le estemporanee di pittura non
lo sono affatto e per vari
motivi. Infatti, quasi tutti gli
organizzatori di tali
manifestazioni fanno salti
mortali per contornare la gara
artistica, perchè di gara si
tratta, di un clima festaiolo
tipo sagra paesana, con tanto di
orchestra, tanto di ballo e,
dulcis in fundo, tanto di
spaghettata per ritemprarsi
dalle fatiche le quali, tutto
sommato, permettono a molti di
loro di trascorrere i giorni
dellà calura in prossimità delle
fresche acque delle nostre amene
spiagge; contenti dei soldini
che sono riusciti a far sborsare
ora a un ente pubblico ora a una
ditta privata, per non parlare
dei contributi versati da ogni
pittore partecipante, sotto
forma di iscrizione.
Il pubblico, come sempre,
sconosce tutti i retroscena che
fanno da sfondo a questo tipo di
gara artistica che, purtroppo,
rassomiglia alle pizze in
scatola: pronte da infornare e
cotte in un fiat.
La gente, si sa, apprezza o
disprezza le opere esposte e va
via contenta o scontenta di ciò
che ha visto. Ma per il pubblico
ha veramente poca importanza
conoscere i nomi degli
organizzatori, della commissione
giudicatrice, degli enti
benemeriti e di quanti altri
hanno sborsato fior di
quattrini? A nostro avviso, la
gente che assiste a una
manifestazione del genere non
sa, non perché non vuole sapere,
ma perchè non gli si da la
possibilità di sapere. E' da
tener presente che in quasi
tutte le stemporanee non vengono
distribuiti cataloghi.
Sarebbe corretto quindi, esporre
ai pubblico, assieme alle opere,
due cartelloni scritti a lettere
cubitali con i nomi degli
organizzatori, i nomi dei
componenti la giuria, l'elenco
di tutti i contributi reperiti,
l' elenco delle spese sostenute
e l'ammontare dei premi. Infine,
le firme leggibili di tutti i
re-sponsabili.
Dopo tutto, se i quattrini
vengono da un ente pubblico,
sotto soldi di tutti; se vengono
da privati cittadini e dalle
quote di partecipazione versate
dagli artisti espositori è
giusto che tutti sappiano dove e
come vengono spese le somme
richieste e ottenute in nome
dell'arte.
E non basta che queste cose
siano scritte in quaderni di
appunti conservati nel buio di
un cassetto. Le estemporanee si
fanno alla luce del sole e tutto
ciò che ne fa parte dere
ricevere la stessa luce.
Naturalmente, non per mancanza
di fiducia verso i benemeriti
organizzatori, ma per essere in
linea con i desideri del
pubblico di cui ci facciamo
portavoce.
Ma a proposito di giurie,
vogliamo ricordare ai benemeriti
organizzatori che la maggior
parte dei pittori da che mondo è
mondo, appartengono alle folte
schiere degli autodidatti,
pertanto, se per fare da
"zavorra", come spesso si sente
dire, o per riscuotere le
mille-duemila lire (0,50 - 1,00
euro n.d.r.) di iscrizione se ne
invitano sino a duecento in una
sola estemporanea, ci sembra
logico che nella giuria ci sia
almeno un loro rappresentante
per osservare e per contenere le
manovre, almeno quelle visibili,
dei cosidetti professionisti.
Se queste giuste riforme non
saranno attuate, nelle prossime
estemporanee di pittura, si
aggraveranno sempre più i
dissensi e sempre più spesso si
dovrà ricorrere alla polemica
arroventata, come è successo
recentemente, in un concorso
nazionale di pittura
estemporanea, dove un manipolo
dì pittori autodidatti decise,
ma fortunatamente non attuò, di
fare un falò di tutti i quadri
esposti per contestare le
discutibili decisioni della
giuria e per protestare contro
gti organizzatori i quali, per
mancanza di spazio, non esposero
molti quadri (di bravi pittori o
di mezze cartucce non importa)
ma che erano stati regolarmente
invitati, e avevano pagato la
quota di partecipazione
richiesta.
Incredibile, se si pensa che
sarebbe stato più corretto
invitare meno artisti e non
centottantasei con due opere
ciascuno in un locale capace di
contenere a stento e con molta
buona volontà un terzo dei circa
trecento quadri accettati. Ma un
altro lato che il pubblico deve
conoscere è quello della
adesione a tutte le
estemporanee, da parte dei
professionisti del pennello,
mentre gli stessi rifiutano
sdegnosamente ogni
partecipazione a mostre "
collettiv" anche con i più
qualificati pittori autodidatti.
La spiegazione di questo
fenomeno è lapalissiana. In una
collettiva d'arte i signori
professionisti fanno appello e
sbandierano prestigi, confronti,
paure di perdere certi
privilegi, posizioni raggiunte.
Insomma, sono presi e mostrano
di essere presi da una paura che
noi generosamente vogliamo
definire metafisica, perché
diversamente mostreremmo di
prenderli veramente sul serio.
Ma quando si tratta di
partecipare ad una estemporanea
di pittura, gomito a gomito con
centinaia di autodidatti e, come
spesso avviene, anche con i più
squallidi ditettanti, allora,
fanno presto a mandare alla
malora i loro inqualificabili
prestigi e a tuffarsi in una
estemporanea sicuri del " do ut
des" che da anni si ripete
ripetutamente in ogni
manifestazione del genere. Per
troncare definitivamente questo
stato di cose proponiamo di
abolire i premi in danaro, le
coppe, le medaglie, tutto. Un
unico premio: la segnalazione
delle opere meritevoli. Inoltre
si dovrebbe limitare il numero
dei partecipanti a un massimo di
venti dando loro un eventuale
rimborso spese, di volta in
volta stabilito in anticipo, a
seconda dei contributi reperiti;
fermo restando l'esposizione dei
due cartelloni sopra descritti.
Finiamola dunque, una volta per
tutte, di sbandierare
inesistenti glorie; finiamola
col "do ut des" annuale
imbastito ai danni di decine e
decine di autodidatti e di
amatori d'arte. Finiamola di
vivere la provincia dell'arte.
Finiamola con le sette e i
settari, i circoli chiusi, i
trapezi pericolosi. Diamo all'
arte quell' aureola di nobiltà
che nessun mortale dovrebbe mai
osare di calpestare. Fatti come
quelli che abbiamo registrato in
questi ultimi tempi sono degni
di lievitare nelle più squallide
bidonville e non in una città
degna di gloria e di arte come
Siracusa.
In fin dei conti sappiamo
benissimo chi è l' arrosto e chi
è l' insalata. E siamo più che
mai convinti che per essere un
vero artista non basta possedere
la patente di maestro d' arte,
non è sufficiente la conoscenza
a menadito della storia dell'
arte e della tecnica
prospettiva: tutte cose
utilissime ma non determinanti;
servitù che rimangono nel
cervello e sulla carta se chi ne
è in possesso non sa convertirle
in fattore creativo. Così come
siamo convinti che chi possiede
la patente d' arte, più che all'
autodidatta, occorre maggiore
umiltà. Dopo tutto la patente
deve servire per illuminare gli
altri e non se stessi. Il
destino del patentato in arte è
quello di vivere di luce
riflessa.
MARIO FONTANA
L' Eco di Sicilia 7/11/1970
