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Apidologia
Arte e violenza
Artisti e critici
Bruciate le stampe visitate
le mostre
Durante i bombardamenti i Siracusani invocano il nome di Santa Lucia
Egregio Direttore
Fogli su carta
Germania: il rogo dell'arte
moderna
Il più alto grattacielo del mondo
Il restauro delle pitture
Impressioni di un Siracusano nella megalopoli d'America: New York
Incontro con Kodra
Intensificare in Sicilia l'apicultura
I prigionieri ateniesi liberati dai Siracusani
furono i primi cantastorie della Sicilia
Italiani Brava Gente
Kitsch, le cose belle di
pessimo gusto
L'acciaio nell'arte
La moderna farmacia ha
seppellito lo Speziale
L'Argilla come Arte
Le catacombe di San Giovanni
Le maschere
siracusane nella corte dei miracoli
Le opere di artisti domenicali non reggono alla valutazione estetica
L'eterna
validita' dell'arte nell' ansiosa ricerca del linguaggio
Lettera al Corriere
L'inflazione
della pittura e dei pittori "al magnesio"
L'uomo allo specchio
Mostre d'arte a Siracusa
Nel Carretto
Siciliano i colori smaglianti dell'Isola
Paolo Orsi
Pittori e Tintori
Quattro illustri
personaggi sul ponte della darsena
Salvare i monumenti
Sessanta località per
sessanta Week-end
Sulle estemporanee
Apidologia
Chi ha detto che
un artista non debba interessarsi anche d'apidologia. Anzi, se al mondo esiste
un individua che deve interessarsi di tutto é proprio
l'artista.
E' non solo
per la sua natura di eterno curioso, ma anche e soprattutto perchè e attraverso la
conoscenza di tutte le cose,
attraverso l'esperienza umana e spirituale,che egli riesce a trasformare in
arte uomini e cose.
Eccomi dunque alle prese con l'affascinante
mondo delle api; spronato dal fatto che da molto tempo non si sente
parlare in giro, né attraverso
la stampa, di simposi organizzati per discutere su un tema che in passato e
stato oggetto di studi e di scoperte scientifiche.
Naturalmente, non è solo l'ape che interessa, ma anche il suo prodotto, cioè
quel nettare delizioso
che chiamiamo miele.
Da Aristotele a Plinio a Palladio - per citare alcuni dei più antichi
studiosi che la storia ricordi - l'ape
fu oggetto di grande curiosità e di studi e alla mancanza di mezzi scientifici
essi supplirono con la logica concludendo che il miele,abbondantissimo
e consumatissimo nelle mense dei greci e dei romani,dava un senso di benessere
alla salute di quei popoli.
Il diciassettesimo secolo porte nuove scoperte così che la storia romanzata e
le osservazioni scaturite
dalla logica lasciarono il posto alla ricerca scientifica
coi nuovi mezzi di studio e di sservazione.
Infatti,con la scoperta del microscopio da parte del naturalista olandese
Swannerdam,si riuscì a
contare i ventiseimila occhi dell'ape e si accertò e si stabilì definitivamente
di sesso femminile il capo dell'alveare, fino ad allora ritenuto di sesso
maschile.
Il parroco Dzerzan scoprì la partenogenesi ed invento
l'arnia a favo mobile.
Il Makring costruì artificialmente i favi di cera per
risparmiare alle api tanto lavoro,
con grande vantaggio di tempo per le pollinatrici.
Sull'apidologia esiste oggi una fitta gamma di studi e di ricerche e tutti gli
studiosi o come ai dice,
"gli addetti ai lavori" sono concordi sui benefici effetti del miele.
"La vita delle api" dal Maeterlink e tutto un inno sincero e commosso e
la scrupolosità della ricerca
si fa strada agevolmente nella lineare esposizione dei suoi studi.
Il lavoro, l'amore, l'odio, connaturati all'epopea della vita delle api - così
come il Maeterlink ce li espone
riescono a farci dimenticare quei morsetti tanto fastidiosi che tutti, più o
meno, abbiamo sopportato.
E' giusto, dunque, ridestare di tanto in tanto l'attenzione sui benefici effetti
del miele, affinchè ritorni
sulle nostro mense, con conseguente vantaggio per l'economia della "nostra
Isola".
La Sicilia è ricca di fiori di ogni specie ed è la più adatta regione d'Italia
per un razionale allevamento delle api.
Ammenoché non vogliamo attendere gli anni avvenire quando le api troveranno
solo fiori di plastica.
MARIO FONTANA
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Arte e Violenza
Di tempo ne è passato, ma molti hanno ancora nelle orecchie
l’eco che si diramò in tutto il mondo della cultura, quando, dal Museo di Valle
Giulia, si seppe dell’esposizione della “Merda d’Artista” racchiusa
(fortunatamente) in un barattolo opportunamente sigillato e con tanto di
etichetta con la dicitura “Merda d’Artista”, seguita dall’autorevole firma
dell’artista...escrementario. Si disse, allora, che chi non era dalla parte
della “Merda d’Artista” non era dalla parte della cultura e si fece un gran
parlare a un concitato agitare dl pollici, ora in alto ora In basso; si disse
anche, che la cultura era stata violentata dall’ardire di un artista
screanzato, in combutta con la sempre seducente Palma Bucarelli, direttrice,
vita naturale durante, dei Museo di Valle Giulia. Tuttavia, la “Merda
d’Artista” fu collocata bene in vista in apposito alloggiamento e l’esplosione
avvenne. No, non fu il barattolo a esplodere per combustione di gas, ma il
mondo della cultura, attraverso le parole e le penne fino al richiesto
“crucifige” della sempre giovanile Palma Bucarelli. Uomini di cultura, politici
e politicanti e vetusti signori, che dell’arte avevano e hanno un unico
concetto legato alla tradizione e, come molti dicono, alla “veduta”, tipo
cartolina illustrata e vanno In solluchero al cospetto di paesaggini dipinti da
pittorucoli da quattro soldi, gridarono allo scandalo con stereotonici insulti
diretti all’artista e alla direttrice del museo; sentenziarono la dissacrazione
del museo stesso; per non dire delle rumorose bordate relative all’abbeveraggio
finanziario sostenuto dallo stato per ospitare, si disse, barattoli di m... il
“pasticciaccio" fu considerato un atto violento e di violenza alla
cultura artistica, intesa esclusivamente come tradizione e come “cartolina
illustrata”, da appendere per la gioia dell’occhio, perchè non lascia pensare.
Ma si trattò veramente di un atto di violenza? E l’artista, è un uomo violento
che può produrre violenza? Noi lo escludiamo perché l’unica violenza prodotta
dal vero artista risiede nella sua lungimiranza; nel suo vedere al di là della
gente della strada e questo, naturalmente, può dare fastidio a qualcuno che
vuole vedere la storia col paraocchi, come i duchi dei vecchi frantoi, o come
quel gerarca nazista che diceva: “Quando sento la parola “cultura” il mio
istinto è quello di mettere mano alla rivoltella”. Ma, in questo caso, il
discorso sarebbe diverso perché quando nel pensiero dell’uomo entra in scena la
rivoltella, anche in senso metaforico, si fa strada il mostro della violenza e
tutti sappiamo o dovremmo sapere, che la violenza è nemica della cultura. Se
invece si tiene conto della necessità assolute dell’artista di esprimersi nei
modi e nelle forme più consone all’istinto lungimirante che lo fa artista, la
parola violenza non gli si addice e non ha più il significato attribuitogli. Al
contrario, è violenza pura la richiesta di mezzo milione dl lire per una visita
domiciliare da parte di Illustri “artisti” della salute perché essendo in gioco
la vita di un uomo, tale richiesta ha l’amaro sapore del ricatto. Ed è violenza
l’uccisione e lo sterminio degli uccelli: ‘Kein Urlaubsland we Vogelmord’. (Non
è terra di vacanze dove si assassinano uccelli) è scritto negli slogans che
appoggiano l’attuale campagna denigratoria nei confronti dell'Italia da parte
dell’opinione pubblica tedesca. E fanno parte della violenza più spietata le
bombe sui treni, gli scippi, le rapine, i rapimenti, i ricatti. E tutto ciò che
ci impedisce dl vivere nella libertà che la legge produce è violenza. L’artista
che “ideò”. e “realizzò” il barattolo non era un pazzo, ma un artista dalla
mente lucida che volle creare Il simbolo della degenerazione e della
dissacrazione di tutte le cose. Agli scippi, alle rapine, alla violenza è da
preferire trasparenti bottiglie dl “Orina d’artista”, da esporre In qualunque
museo o se volete anche nelle vetrine del negozi.
Mario Fontana
La Pentapoli
Artisti e Critici
Non senza sorpresa, siamo
venuti a conoscenza di un certo tipo di organizzazione che fiorisce
a Siracusa in seno a una combriccola di artisti i quali ai danno convegno per
tessere canovacci di discordie e di sorprusi e per emettere "sentenze " contro
chi osa
ribellarsi ai loro ordini prettamente
discriminatori.
Ma quel che è peggio è
la loro convinzione
di essere padroni di manovrare i fili che nella loro ingarbugliata
fantasia,vedono agganciati alle teste di decine di artisti per farli muovere a
loro piacimento o per buttarli nel fondo di un cassone, come legnosi Cani di
Magonza.
Tuttavia,considerando i risultati, notiamo che come burattinai non
hanno certo ne l' estro, ne l'arguzia del famoso don Ciccio Puzzo (che fu il
re dei pupi a Siracusa).
Ora, nelle fila dei pupari in questione mancano i Re
anche in senso metaforico.
Purtroppo,ad onta della pirandelliana maschera
giornaliera, conosciamo tutti i loro (e i nostri) alberi genealogici e non ci
risultano ne blasoni, ne geni leonardeschi; l'illustre antenato del piatto
pappatorie di oggi fu per tutti la modesta gavetta infiorata di fagioli
stagionati. In fondo ciò che emerge dalle loro chiacchere e dalle loro
"condanne " non sono altro che le conseguenze, di certi travasi di bile
dovuti alla constatazione di ritrovarsi ( in arte) con la pistola scarica,
specialmente quando il loro udito è costretto a registrare il boato di certe
bordate sparate da artisti incoscientemente sottovalutati.
Recentemente, in
occasione di una mostra - mercato, abbiamo ascoltato una loro "sentenza"
contro un pittore il quale, essendo allergico ad ogni forma di imposizione e
di discriminazione,non aveva accettato di esporvi.
La "condanna": dieci anni
di esclusione da qualsiasi mostra che si organizzerà a Siracusa. Il
"condannato", essendo un artista che non sente l'ancestrale bisogno di unirsi in combriccola per
trovare nell'unione quella forza che altri (uniti in combriccola) non hanno
singolarmente,ha solo sorriso,poiché sa benissimo che di solito,in questi
casi, sono i " giudici " che finiscono annegati nel loro brodo.
Infatti, le
inposizioni, certe posizioni di forza, l'orgoglio che suscita boria, la boria
che produce i cosiddetti
" palloni gonfiati " non fanno che sciupare energie finché diventa
problematico trovare una protesi.
Tuttavia, se invece di
arte, vogliono fare (come molti fanno) la conmedia dell'arte, possono esibirsi
in cortili già collaudati alla bisogna.
Noi diaciamo no alle chiacchere, no ai sorprusi,no alle discriminazioni.
Diciamo tre volte si alla
polemica essendo l'ossigeno e la calamità di ogni manifestazione.
Purchè sia
polemica viva, nuova, attuale; tesa all'attrazione del pubblico; polemica
costruttiva,insomma,che metta in risalto i problemi nuovi che allietano e
affliggono l'artista moderno il quale non ha più un attimo di respiro,
costretto a rincorrere i suoi ideali, all' unisono con la storia sempre
più in rapida evoluzione. Bando dunque alle chiacchere e più polemica
costruttiva; tanto più necessaria oggi che se non esistesse bisognerebbe
inventarla.
II "non partecipo" dei
pittore "condannato" è un esempio di come si possa attizzare polemica intorno a
una mostra (con o senza mercato) senza la quale sarebbe stata "la solita mostra
dei soliti pittori ".
E non è assurdo affermare che se gli organizzatori
avessero istituito dei premi (malgrado la nostra preposta in altra sede, i
premi ci saranno senpre) il primo premio avrebbero dovuto darlo proprio al
pittore che ha ricevuto la "condanna", il quale , intuendo la necessità di
attizzare polemica, non accettò di parteciparvi,ben sapendo,ad onor del
vero,che così facendo,sarebbe stato sulla bocca di tuttir quindi il
protagonista della mostra-mercato.
Tanto era certo che il suo rifiuto sarebbe
stato male interpretato. Così è stato. Anche la stampa si è interessata al
caso. Ma non era questo ciò che voleva. A questo punto formuliamo l'augurio
propiziatore di pace affinchè non avvengano più discriminazioni da parte di
quanti hanno scelto l'oscurità dei cortili e tengono discorsi bizantini seduti
in covata.
Auguriamo loro che riescano a togliersi le bende dagli occhi e
l'amaro dalla bocca.
In fin dei conti,non vogliamo la loro capitolazione, ne
vogliamo vederli in ginocchio. Così come altri non vogliono,come qualcuno ha
detto, ne fontane ne monumenti.
Chiediamo soltanto la fine di ogni deleteria
ostilità e più polemica costruttiva,
affinche l'arte e gli artisti, provenienti da una scuola d'arte e patentati da
madre natura, non passino sotto silenzio, sotto questo dolcissimo cielo che
invoglia a sonnecchiare.
Questo chiediamo, guardando
in faccia la realtà; senza nasconderci ne sopra, ne sotto,né dietro le parole.
Mario Fontana
"Bruciate
le stampe,
visitate le mostre"
Certe «svicolate» critiche sull'arte moderna, scritte nella terza
pagina dei quotidiani creano spesso una certa confusione perché di solito, data
appunto la volgarizzazione dei quotidiani, vanno sotto gli occhi di persone
completamente digiune di cultura artistica. Poiché di giornale in giornale la
critica segue strade e punti di vista differenti ecco che il lettore, ad un
certo punto, si disorienta e si smarrisce. Ed è impossibile trovare un rimedio
atto ad arginare tale situazione a meno che il lettore, incuriosito dai pareri
discordi di critici differenti, non va in libreria e gradatamente, cominciando
dalla preistoria dell'arte, si rende conto di tutta l'evoluzione, artistica.Ma
quanti sono quelli che seguono la via più sicura verso la conoscenza metodica e
graduale ? Le statistiche ci dicono che i libri d'arte sono molto venduti,
specialmente in questi ultimi anni. Considerando ciò dovremmo pensare che
milioni di italiani hanno raggiunto una cultura artistica se non profondissima,
sufficiente alla formazione di un gusto capace di valutare un quadro, di
apprezza re una mostra, di discutere con una certa competenza con gli artisti.
Invece, dobbiamo constatare che spesso la cultura formatasi attraverso dispense
e libri d'arte acquistati in libreria o dal tabaccaio e letti senza alcun
metodo fanno raggiungere a tale tipo di lettore una cultura e una sensibilità
artistica capaci di fargli apprezzare le « stampe d'arte» quelle, per
intenderci, che quasi settimanalmente si trovano abbinate ai rotocalchi di
grossa tiratura. Infatti, l'ammirazione per dette stampe è talmente
incondizionata che è raro non trovarle appese ai muri di milioni di italiani di
tutti i ceti e di tutte le estrazioni. L'indigestione di dette riproduzioni non
accenna a diminuire e continua settimana dopo settimana, con immensa gioia di
corniciai i quali, settimanalmente, sono costretti a fare lo straordinario per
accontentare i clienti, e sono una marea, i quali aspettano impazienti la
consegna delle... opere d'arte da appendere con orgoglio alle pareti domestiche
Un tale ci diceva: « Ho quindici Picasso, diciotto Cézanne, una decina di
Caravaggio, una trentina di quadri con fiori dei più grandi maestri! Una
fortuna! rispondiamo e il tale: « Adesso aspetto il nuovo calendario da una
società di assicurazioni, che è una cannonata. Scusi, diciamo noi ma il
calendario le serve forse per segnarvi le date delle aste e delle mostre d'arte
? Ma no, fa il tale, non avete capito nulla; dal calendario, ci prendo sei
stampe meravigliose che passerò subito le opere... in carne ed ossa. al mio
corniciaio di fiducia. Molti di questi collezionisti Vi assicuriamo che non è
una barzelletta, infatti basta fare un giro dai corniciai per rendersi conto
della confusione creatasi presso un pubblico vastissimo. Migliaia di stampe,
oggi come oggi, tappezzano chilometri di pareti, dalla casa dell'avvocato alla
casa dello spazzino; dalla villa del medico al « rustico » del contadino, dalla
cabina del camionista allo studio del notaio. A conti fatti ogni «
collezionista » di,stampe dall'inizio della « raccolta » alla saturazione delle
pareti domestiche, (ne abbiamo viste anche in cucina) spendono dal corniciaio
cifre che vari no da un minimo di centomila alle trecentomilalire a seconda dei
gusti e dei suggerimenti interessati dei corniciai. Tutto ciò a discapito della
vera cultura e del di pezzi. . . di carta non sanno che con la stessa cifra
potrebbero comprare ad esempio quattro, cinque litografie originali firmate da
artisti di fama internazionale e uno due quadri di pittori contemporanei di
sicuro avvenire. Invece assistiamo al completo disinteresse del pubblico verso
le mostre d'arte, notiamo con rammarico la tristezza di artisti i quali, dopo
la « vernice » attendono per giorni e giorni la visita di gente che non
varcherà mai la soglia di una galleria d'arte. Eppure l'artista con le sue
opere da al visitatore la misura dell'evoluzione continua, incessante, della
realtà contemporanea. Bruciate le stampe, fantasmi dell'arte e visitate le
mostre.
MARIO FONTANA
La Nuova Gazzetta 11/1/1970
Durante i bombardamenti i
Siracusani
invocano il nome di Santa Lucia
Ventisette anni: un quarto di
secolo.. Ma credo che siano
sempre vivi nella memoria dei
siracusani i lunghi anni di
guerra e di oscuramento
materiale e soprattutto morale.
Chi non ricorda i fischi e gli
scoppi delle bombe e il
crepitare delle mitraglie e le
cannonate e il suono delle
sirene. E le notti insonni, per
il susseguirsi degli allarmi; e
le corse, al buio, verso i
ricoveri. Per quante notti il
sonno fu un frutto proibito
Avevo poco più di dieci allora,
ma ricordo che non ebbi mai
paura; a quella età non si ha
paura di morire; a quella età
non si può essere amici della
morte. Forse si ha timore della
suggestione che provoca, nella
mente dei bambini, la paura dei
grandi, le loro grida, le
espressioni di terrore; ma non
si ha paura. Quando suonava la
sirena, di giorno o di notte,
salivo sulla terrazza di casa
mia e ascoltavo il
caratteristico vooom - vooomm
dei quadrimotori americani,
guardavo le traiettorie dei
proiettili traccianti, gli
squarci delle cannonate, che nel
cielo apparivano improvvisi come
grandi fiori neri. Non rinunciai
mai a quella incosciente
esperienza pur sapendo che una
piccola scheggia, di poche once,
con il peso centuplicato dalla
caduta, avrebbe potuto uccidermi
o ferirmi. L’aspra luce dei «
bengala » rendeva irreale il
paesaggio intorno, i «
traccianti » segnavano direzioni
imprevedibili, poi, per pochi
attimi, tutto si zittiva e
subito dopo, mille colpi
improvvisi laceravano il
silenzio del cielo. Schegge
cadevano fischiando e spesso le
trovavo ancora calde. La città
era quasi deserta; a migliaia i
siracusani erano sfollati nella
provincia. A volte, verso le due
pomeridiane, Siracusa assumeva
un aspetto metafisico, come
certi quadri di De Chirico;
tanto era struggente la
solitudine delle strade e delle
piazze. La Luna piena: una
maledizione. Le tessere «
annonarie » per le razioni di
pane, di pasta e di carne una
efficace collettiva cura
dimagrante. L’intrallazzo, (così
si chiamava la borsa nera), di
ogni genere spillava quattrini
dalle poverissime tasche della
popolazione affamata,
angustiata, impaurita. I
ricoveri antiaerei si
trasformarono ben presto in
putride cloache e in allevamenti
di pulci di cimici e di
pidocchi; l’umidità la faceva da
padrone. Ad ogni fischio di
bomba una preghiera,
un’invocazione a Santa Lucia
scaturiva dalle labbra della
popolazione terrorizzata e in
pena per i figli lontani
coinvolti in un impari lotta
nelle desolate steppe della
Russia, negli infuocati deserti
africani; nel cielo e nel mare.
Ogni dialogo, una rievocazione
di episodi dolorosi; il racconto
struggente di un distacco.
Ferite, navi, aerei, bombe,
esplosioni, siluri,
Tripolitania, Russia,Grecia:
tutto un triste Carosello di
fatti e di nomi sulla bocca di
tutti. Si viveva alla giornata.
Al mattino si era vivi, a sera
si poteva essere morti. Ad ogni
bombardamento i nomi dei feriti
e dei morti facevano il giro
della città. Si diceva: è morto
Tizio o il figlio di Caio. Dopo
lo scoppio di una bomba un
braccio è stato trovato a
quindici metri di distanza.
Oppure si diceva di bombe
rimaste inesplose in diverse
zone della città. E quante volte
durante i I bombardamenti vidi
le motocarrozzette dell’U.N.P.A.
(Unione Nazionale Protezione
Antiaerea) cariche di corpi
senza vita, dilaniati, mutilati,
maschere insanguinate di uomini
e di donne, di giovani e
bambini. Ricordo un pomeriggio
triste, come lo sono certi
pomeriggi di guerra. Era da poco
suonata la sirena del «cessato
allarme » dopo uno dei più
cruenti bombardamenti che
Siracusa ebbe a subire. Me ne
salivo tutto solo verso Piazza
Archimede quando, giunto davanti
al tabaccaio di Via del
Littorio, (oggi corso Matteotti)
mi passò davanti una
motocarrozzetta deIl’U.N.PA
stracarica di corpi e di membra
umane accatastati; e teste e
braccia e gambe pendevano dai
bordi sgocciolando sangue.
Andavano, inutilmente, verso
l’Ospedale. Dell’affondamento
deI « Conte Rosso» a poche
miglia dalla nostra costa,
ricordo le motobarche che
scaricavano centinaia di corpi
alla «marina» proprio vicino “a
cillitta” (la fontanella) e per
far presto i marinai, pallidi e
con la morte nel cuore, li
gettavano sulla panchina come
sacchi di patate. Ma dovevano
far presto, altre centinaia di
corpi straziati aspettavano
galleggiando nel .,. mare
nostrum! A ripensarci quegli
anni furono una macabra altalena
tra la vita e la morte. Nessuna
cosa, nemmeno il sole, riusciva
a illuminare i giorni. La
speranza di tutti era la fine
della guerra. Poi, finalmente
giunse il 9 luglio 1943. Gli
ultimi, quanto inutili colpi
delle nostre batterie contraeree
furono sparati in un cielo
notturno illuminato da un
incalcolabile numero di «bengala
» che gli aerei lanciavano
appena superata la linea della
Targia. Intanto, i rifugi della
«marina », di Piazza Duomo e
della Giudecca si erano riempiti
di gente fino all’inverosimile.
Quando fu giorno la batteria di
Santa Panagia si svegliò e sparò
qualche colpo del 381; poi
tacque per non svegliarsi più. I
tedeschi cominciarono a fuggire,
seguiti dai gerarchi Fascisti.
Un silenzio irreale calò su
Siracusa, punteggiato da lontani
colpi di moschetto e da brevi
scariche di mitragliatrici. I
soldati della Milmart,
abbandonate le batterie di S.
Panagia si tolsero le divise,
indossarono i vecchi abiti che
la gente gli diede e armi e
divise furono seppellite
lestamente, sotto terra.
All’imbrunire, americani,
inglesi, indiani, sudafricani,
canadesi, occuparono Siracusa,
accolti dalla popolazione con
fiori e grida di giubilo
ricambiati, secondo gli ordini
ricevuti, da generose
distribuzioni di cioccolato, di
corned-bee e di sigarette. Sono
ricordi che gli anni hanno
ridotto a brandelli nella
memoria. Ma non si possono
dimenticare, perchè lasciano il
segno come la zampata della
tigre.
Mario Fontana
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Egregio Direttore
Egregio direttore,
con sconcertante indirizzo
mentale si continua ad
oltraggiare la Sicilia.
Mi riferisco a quanto ha scritto
lo scribacchia inglese e dal
Corriere riportato il 18
Febbraio u.s.
Con grossolane menzogne,ancora
una volta, si tende ad oscurare
Palermo;a gettare ombre sinistre
su tutta la Sicilia.Per scrivere
ciò che il figlio di ... Albione
ha scritto : " Nei ristoranti vi
possono dare carne umana anzichè
quella di maiale " credo sia
necessario appartenere anche
mentalmente a quest'ultima
categoria; altrimenti tali
rigurgiti di bestialità non li
avrebbe dati in pasto alla
stappa internazionale. Certo, la
Sicilia è sinonimo di mafia ma
per chi non lo sapesse ( e sono
tanti) mi permetta di ricordare
che dal suo generoso grembo sono
nati anche Archimede, Empedocle,
Teocrito; quattro papi
santificati, una schiera di
Santi, di beati, di apostoli e
precursori di dottrine. Per le
riforme sociali Nicola
Spedaliere, per i sistemi
filosofici Vincenzo Miceli, per
le riforme criminali Tommaso
Natale. Ad Emerio Amari,
palermitano, la priorità nel
campo del diritto comparato; a
Rosario Gregorio il merito di
essere stato il precursore della
storiografia contemporanea.E
perché non ricordare i due
famosi cavalieri siciliani eroi
della disfida di Barletta; e
Caronda e Cielo D'Alcamo e
Antonello da Messina e Vincenzo
Bellini e Giacomo Serpotta e
Giovanni Verga e Luigi
Pirandello e Quasimodo e
Vittorini e Don Sturzo e cento e
cento altri degnissimi figli di
tanta madre. Per concludere
(poiché il silenzio non sempre è
d'oro)voglio ricordare l'alto
ufficiale tedesco che operò
durante la prima guerra
mondiale; riferendosi al Corpo
d'Armata comandato dal
siciliano generale Di
Giorgio,testimoniò: " Osservando
in battaglia il grande cuore e
la ferrea volontà dei soldati
siciliani,compresi come
l'esercito del Maresciallo
Conrad non sarebbe mai giunto a
Milano.
Mario Fontana
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Fogli
su carta
***
Al marinaio basta dare
un'occhiata alla bussola per
essere sicuro di arrivare in
porto.
Ma per te che vivi nella
terraferma (terremoti a
parte),non è facile fare il
“punto” per sapere dove ti trovi
o dove credi di trovarti. Certo,
sappiamo che conosci il nome
della tua città, della tua
strada, del tuo numero
telefonico e del tuo conto in
banca.
Sei tanto intelligente che la
porta di casa la troveresti
anche col nebbione padano e
tanto furbo da prendere in giro
una volpe. Il guaio è che tu
conoscendo numeri e nomi e,
forte della tua intelligenza e
della tua furbizia, ti credi
proprio al sicuro;tranquillo
come un prete con parrocchia.
Hai le tue comodità:i tuoi
libri,la tua pipa preferita,la
tua collezione di di vini e di
liquori e magari un bel gatto
siamese che ti fa le fusa. Ti
senti proprio al sicuro.I tuoi
problemi,semmai,sono aritmetici
: dare e avere o meglio prima
avere e poi dare.
Eppure, anche tu respiri ossido
di carbonio e anidride solforosa
al posto dell'ossigeno,anche tu
bevi concentrati di rifiuti
industriali,anche tu mangi
estratti di pesticidi e di
concimi,anche tu sei coinvolto
nel dissacrante circuito dell’
attuale società.
Tuttavia tu ti credi immune e
lontano da tanto sfacelo e sei
convinto di vivere quest'epoca
da vaccinato antitutto, ti credi
o sei convinto di essere un
marinaio col cuore e il fegato
di un corsaro. Nessuna tempesta
ti fa paura. Nulla ti nausea. Ma
se vivi così,se la pensi così
vuoi dire che sei cieco,che sei
sordo,che sei insensibile,che
non leggi i giornali; che i tuoi
pensieri sono,come scrive Sartre
- ...pensieri da granchio...
fragili come un foglio di
giornale cotto dal sole...-
***
Molti politicanti rassomigliano
ai giocatori di carte: quando
perdono,non fanno tragedie, non
si tirano i capelli. Si limitano
a parlare sottolineando le loro
frasi con eloquenti gesti delle
braccia e delle mani, che
sembrano presi in prestito dal
pittoresco campionario gestuale
dei pupi siciliani. E’
incredibile quanto riescano a
parlare. Son capaci di ripetere
mille volte in un giorno la
"storiella" della loro più
recente sconfitta con l'unica
variante del tono della voce: a
seconda degli ascoltatori. I più
fantasiosi arricchiscono la
'storiella* di sfumature
colorite,infiorando nuovi
cavilli, per giungere,
infine,agli atteggiamenti più
vicini alla iconografia sacra.
Ed è commovente constatare,il
più delle volte,riescano a
giustificare la loro “mossa
sbagliata” o il “tradimento”
dell'amico fidato.
Naturalmente,quando vincono alle
elezioni è tutta un'altra cosa.
I primi a cambiare espressione
sono i loro occhi: prima
pietosamente atteggiati come si
dice, a cane bastonato,poi
luminosi e alteri come quelli
del “fiero balilla mentre lancia
il sasso”.
II saluto. Avete mai fatto caso
al saluto “ prima” e “dopo” le
elezioni? Quale
stupefacente,incredibile,
calorosa cordialità “prima” e
quale
superficiale,disinteressato(scocciato)
mugugno “dopo”. Ricordo una
storiella delle scorse elezioni.
Un neo-eletto venne fermato per
strada da un tale che gli aveva
dato il voto(richiesto con
lettera ciclostilata. Il
neo-eletto si fermò un attimo e
disse: vado di fretta,mi
aspettano a pranzo e non le
nascondo che ho una “fame da
lupo”!
Disse proprio così: - Ho - una -
fa – me - da - lu - po!
***
L'ultima minigonna del giorno la
vidi al Bar e il mio sguardo
salì dalle caviglie
all'inguine,mentre ascoltavo le
parolacce del barista che s'era
scottato un dito,soffiando
vapore nel “cappuccino” di un
tale, ch'era giunto con Porsche
verde ramarro.
Poi entrò la Marisa con i seni
prepotenti e dalla memoria
emerse la fanciulla che
m'aspettava impaziente, là, dove
il pergolato era tutto un
intreccio di pampini.
Mario Fontana
![]()
Germania: il rogo dell' Arte
Moderna
L’inquinamento della cultura e
dell’arte in Germania coincide
con il decadimento morale di una
società borghese contrapposta
dal nazionalsocialismo,alle
tendenze rivoluzionarie
socialiste. Sono lontani i tempi
in cui molti intellettuali e
artisti auspicano la prima
guerra mondiale por spezzare
l'abulia di - questa pace
ammuffita, unta e oleosa e per
rompere col regime feudale e
militaristico di Guglielmo II.
La fine ingloriosa della
cosiddetta * grande guerra *
lascia in eredità oltre alla
catastrofe finale,tutti gli
urgenti a ingarbugliati problemi
politici e sociali: un
dopoguerra scottante che
borbotta,che innalza lingue di
fuoco in ogni angolo della
Gormania;insieme all'odio che
serpeggia contro gli ebrei,i
capitalisti e i comunisti.
Intrappolati in questa cruda
realtà vengono coinvolti quanti
operano nel campo dell'arte e
della cultura: da Bertold Brecht
al drammaturgo Arnold Zweigg, al
satirico Carl Sternheim,la cui
satira sfreccia contro la
società berlinese; al pittore
Otto Dix.e a molti altri.
Ovunque prolificano associazioni
politiche. L'Armata Rossa dalla
Ruhr contrasta il “Golpe”
organizzato da Kopp,nel
tentativo di instaurare un
regime militare. Hitler fa
conoscere il programma in 25
punti dello SNDAP sorto dalle
ceneri del Partito Operaio
Tedesco. Il dissenso con la
chiesa raggiunge il culmine.
L'esercito del Reich è impegnato
a reprimere nel sangue quanti,
nel centro della Germania,sono
impegnati nelle "Lotte di
Marzo”. Si contano i delitti
politici; dal '19 al '22 : 376.
In Italia,il partito fascista
raggiunge il potere.La Francia
occupa la Ruhr. Hitler e
Ludendorf organizzano e attuano
il “Golpe” di Monaco che si
conclude in fallimento e con
l'arresto dei responsabili. Il
governo socialista della
Sassonia viene rovesciato dall’
esercito del Reich. Ernst
Thalmam guida l'insurrezione ad
Amburgo.Le bande armate nere dal
Reich si macchiano degli
assassini di Feme.
In tutto questo marasma di
delitti e di rovine,di
insicurezza e di sgomento,
l'inflazione raggiunge il
culmine,trascinando
all'impoverimento la classe
media. Intanto Hitler viene
liberato;pubblica *Mein Kampf* a
crea il famigerato corpo delle
SS.
La Germania del '26 entra nella
Lega delle Nazioni. Goebbels è
nominato govematore
social-nazionalista, seguito da
Himmler nominato capo delle SS.
Il crollo della borsa di Wall
Street aggrava la crisi
economica tedesca : la conta dei
disoccupati raggiunge i
4.500.000. II Ministero
dell'Interno e della Istruzione
pubblica cade nelle mani di
Frik,
ministro nazionalaocialista.
Esce il decreto “Contro la
cultura da negri per la nazione
tedesca”. Cominciano i veri guai
per gli operatori artistici o
culturali. Gli industriali
aiutano e appoggiano Hitler con
ingenti sovvenzioni. Hindemburg
nomina Hitler cancelliere del
Reich.Si aggravano ancor più le
condizioni degli artisti. Le
scintille dell'incendio del
parlamento di Berlino accelerano
le azini terroristiche da parte
degli antinazisti. L'avanguardia
artistica viene denunciata come
ispiratrice della rivoluzione
proletaria mondiale. “
Eliminare” dalla vita pubblica
i peggiori rappresentanti della
decadenza.Per Hitler,l'arte
moderna e sintomo e sinonimo di
anarchia politica e culturale o
di bolscevismo.Tutti gli artisti
moderni vengono additati alla
riprovazione popolare.Vengono
istituiti “ campi di
concentramento” per rinchiudervi
tutte le opere d'arte moderna
definite da Hitler “ arte
degenerata". Così i capolavori
di Klee, di Otto Dix,di
Kokoschka, di Chagall, di
Kandinsky,di George Hrosz e di
molti altri vengono tolti dai
musei e concentrati nei “musei
degli orrori” per sottoporli al
giudizio popolo opportunamente
catechizzato dai leccapiedi
hitleriani. Inoltre, vengono
epurati dai musei e dalle
gallerie della Germania nazista
i capolavori di Van Ghogh,di
Gauguin,di Picasso,di Modigliani
e di molti , molti altri. A
Dessau e a Norimberga a Chemmitz
e & Dresda vengono esposti “ gli
orrori “ e gli " specchi della
decadenza” in contrapposizione
della “ Prima esposizione
viaggiante d'arte genuinamente
tedesca”.
Ma gli strali hitleriani
all'arte e alla cultura non
hanno come bersaglio solo l'arte
visiva;anche i libri sono
"degenerati” perché turbano e
distraggono il popolo dal fine
supremo.L'unica immagine da
innestare nel cervello di ogni
tedesco è quella di
Hitler;l'unico ideale da
seguire: il nazionalsocialismo.
Piramidi di libri vengono dati
alle fiamme.Hans
Naumann,ordinario di storia
della letteratura tedesca, in
occasione del rogo dei libri del
10 Maggio 1933,sulla Karkplatz
di Bonn,pronuncia un discorso di
cui riportiamo alcuni deliranti
brani.
“...0 gioventù accademica della
nazione tedesca,brucia dunque a
mezzanotte in tutte le
università del Reich, ciò che tu
sinora non hai certo amato,ma
che poteva traviare e minaccio
di traviare tè e noi tutti”.E
ancora: “ se questa notte un
libro di troppo sarà gettato nel
fuoco,il danno non sarà tanto
grave come se ne avesse lanciato
alle fiamme uno di meno.Ciò che
sano risorge da solo”. Le
espulsioni non si fanno
attendere.Chi usava quei
libri,chi amava quei quadri e
quelle sculture,chi aveva
dedicato la propria vita
all'arte e all'insegnamento di
quella cultura da bruciare e di
quelle opere degenerate deve
sparire dalla circolazione.
Artisti e scrittori vengono
espulsi dall’ incarico di
insegnamento: 0tto Dix,
Kirchener,Nolde e molti altri
vengono licenziati,assieme a
moltissimi direttori di musei e
di gallerie.
Criticare le opere d'arte è
divenuto pericoloso, perche la
critica d'arte è proibita. Vige
il divieto più assoluto.”
Soltanto lo Stato e il partito
possono esprimere una
valutazione di carattere
assoluto”.
Il presidente della Camera delle
Arti Figurative del Reich
afferma: - Intorno a noi non
troverete più queste parti della
follia,della tracotanza,
dell'ignoranza e della
degenerazione”.
E,per accattivarsi la simpatia e
la comprensione dei
pseudo-artisti e di artisti di
mozza tacca aggiunge: - E' um
delitto e una vergogna aver
tappezzato le pareti dei nostri
musei con questa roba,quando
nelle stesse città i probi
artisti locali avevano poca e
nessuna possibilità di esporre i
loro lavori”. Così,gli artisti
emarginati,gli incapaci,gli
accademici; i pittori di
“interni", di"animali”; di
"motivi romantici”; il pittore
che ricerca con orgoglio di
razza la raffigurazione
dell'uomo tedesco vengono messi
sul piedistallo e sostenuti
dalla messa in scena con cui
vengono organizzate le mostre
della “nuova arte” in locali
vicini e nelle stesso periodo
dove vengono esposto le opere di
“ arte degenerata ", per
sottolineare, in termini
antitetici,la differenza e la
stoltezza di quanti hanno voluto
e vogliono inculcare la
corruzione e la distruzione
della cultura nel popolo
tedesco.
Ed ecco un brano del discorso
gridato da Hitler in occasione
dell’esposizione dell'arte
degenerata”: "Tutte le chicche
di ciarlatani,di dilettanti, di
impostori dell'arte verranno
snidate ed eliminate". Questi
primitivi,cavernicoli
balbuzienti dell'arte possono
tornare, per quanto ci riguarda,
nelle caverne dei loro antenati
per dedicarsi ai loro primitivi
sgorbi internazionali.
La Casa dell'arte tedesca di
Monaco è stata costruita dal
popolo tedesco soltanto par la
sua arte tedesca.
Anche la Bauhaus,la più
importante e lucida scuola
d'arte tedesca,nata dalla
genialità dell'architetto
Walter Gropius, cade sotte la
persecuzione nazista.
A Hitler danno fastidio i
fermenti creativi, le
innovazioni, la dinamica
politico-culturale
di questa scuola; per il suo
carattere, Walter
Gropius e discepoli pensano
troppo e ragionane molto.Lo
infastidisce soprattutto la
politicizzazione dei suoi
componenti,il loro modo
di capovolgere lo “status quo"
dei rapporti arte
– industria, fino allora quasi
inesistenti.
In un'era dominata, dalla
macchina, dalla
tecnologia e dall'industria il
rapporto con l'arte,
secondo Gropius, deve essere di
collaborazione
reciproca infatti, afferma
Gropius - l'assenza
di collaborazione comporta per i
prodotti
induatriali carenze qualitative
insoddisfacenti
rispetto alla quantità dei
valori che nella produzione di
massa potrebbero darivare alla
societa.Ed è nell'arte che fa
leva la chiave di quei valori
che ne l'industria ne la
macchina possono conseguire
autonomamente.
-Gropius dunque, pensa alla
'qualità',si,ma
anche all'estetica. E non solo
Hitler ma la
gran parte degli artisti
accademici mal
digeriscono simili idee.E'
evidente,che il loro
timore deriva dalla sensazione
che le idee di
Gropius, possano far perdere
loro quei
privilegi di classe acquisiti
col consenso
della società borghese
nazionalista che li osanna.
Per il borghese nazionalista è
un assurdo
il volere identificare la figura
dell'artista
sancita dalla tradizione
romantica,con la
figura dell'artigiano anche se
ora indossa
il vestito dell'industriale. Il
sogno di Walter
Gropius finisce il primo Ottobre
1932 con la
chiusura della Bauhaus. Ancora
una volta
l'ignoranza,la stupida
demagogia,hanno il
sopravvento. Ma le idee
rimangono ,
non possono essere attaccate ne
dalle
fiamme, ne dalla follia di un
solo uomo.
La Bauhaus di Walter Gropius,i
suoi
fermenti creativi sono sempre
illuminati
e illuminanti.L arte moderna è
sempre una
viva realtà.L'ultimo rogo viene
appiccato
da mani nazista il 20 Maggio
I939. Le
fiamme trasformano in cenere
500o opere
d ' arte degenerata.Adolf
Hitler,ex pittore
fallito,ex riformato,ex caporale
dell’esercito,
sorride soddisfatto.
MARIO FONTANA
![]()
Il più alto "Grattacielo del
Mondo"
Salire sul più alto grattacielo
del mondo è quasi un viaggio. Se
un giorno o l'altro vi capiterà
di trovarvi a New York, dove la
fifth Avenue incrocia la
trentaquattresima strada,
proprio nel cuore di Manhattan,
entrate nell' Empire States
Building, pagate un dollaro alla
bionda bigliettaia, entrate in
ascensore e...oplà.
Mentre l'ascensore sale non
dimenticate di masticare
chewing-gum, vi eviterà il
noioso ronzio agli orecchi
dovuto alla differente pressione
atmosferica. Al cinquantunesimo
piano avrete fatto solo una
parte del… viaggio. Ancora
cinquantuno piani e sarete
arrivati.
Altezza, trecentoottantuno
metri. Sia di giorno che di
sera, lassù, vi accoglierà
sempre il vento, ma non
dimenticate di entrare nella
grande cupola di acciaio e se
gli oblò non saranno occupati,
come al solito, da romantiche
coppiette in cerca di…
altitudine, potrete osservare l’
immensa distesa della metropoli;
ma lo spettacolo più bello si
gode a sera quando New York si
trasforma in un oceano di luci.
Dalla veranda sottostante la
cupola, protetta da un’
altissima rete metallica, per
via dei numerosi suicidi,
emozionante e suggestivo
guardate più che potete lo
spettacolo che vi si apre tutt’
intorno affinché non vi si
cancelli dalla memoria perché
mai più dall’ alto di un
palazzo, vi capiterà di vedere
tanto in una sola volta. E se ad
un certo punto sentirete
dondolare dolcemente il terreno
sotto i vostri piedi, non
impallidite, non temete, non
pensate al terremoto. Il
dinosauro della tecnica edilizia
da il massimo affidamento. Le
sue trecentosessantacinquemila
tonnellate di acciaio e di
cemento sono una garanzia. E’
tutto previsto: altezza e
relativa oscillazione, statica
ed estetica. A me piace pensare
che si dondola per passare il
tempo, anche se i maligni
pensano che lo faccia per dare
il brivido ai visitatori fifoni
che giornalmente superano le
trentamila unità. Comunque se
già siete decisi a provare tale
emozione vi interesserà
conoscere alcuni particolari del
colosso e qualche curiosità.
Tanto per cominciare, gli
ascensori sono settanta-quattro.
Le donne addette alla pulizia
sono trecento e nel “complesso”
vi lavorano quindicimila
persone. Ogni mese l’
"Energumeno” ingoia più di due
milioni di chilowattora. Le
seimilacinquecento finestre
danno lavoro ad un esercito di
pulitori votati al suicidio.
L' arca su cui poggia, nel 1799
era ancora una campagna di
proprietà di John Tompson.
Il faro girevole collocato sopra
la cupola fende la notte fino a
trecento miglia di distanza.
Nelle belle giornate, da lassù,
si possono vedere cinque stati
dal Connecticut alla
Pensylvania, dal New Jersey all'
immenso Stato di New York.
Ultima curiosità: se qualcuno di
voi vuole scalarlo a piedi può
farlo, gli scalini sono,
soltanto,
milleottocentosessantuno e se
avrà la fortuna di arrivare
lassù senza l'ausilio di qualche
“bomba” tipo giro d'Italia, al
ritorno, una bella ragazza,
quasi sempre bionda, vi
appunterà sul petto una
medaglietta di latta con l’
effigie del grattacielo e con l'
attestazione scritta in lingua
madre locale: ”J’ve been on top”
che è come dire: sono stato
lassù.
Ma la medaglietta la regalano a
tutti anche a quelli che si
fanno proiettare dall’ascensore
, imbottito di velluto rosso.
MARIO FONTANA
![]()
Il restauro delle pitture
Sono migliaia le chiese che
cadono a pezzi: dalle Alpi alla
Sicilia. Così, quando il parroco
di una chiesa decide di dare il
via ai necessari restauri è il
caso di gridare al miracolo...
Don Adriano Colombo uno di
questi ma " ne sono convinto "
non chiede applausi. E non ha
chiesto molto ai suoi
parrocchiani che, per inciso,
sono quelli della Parrocchia di
San Giuseppe in Bariana : solo
una tegola, per ricoprire il
tetto della loro chiesa, ormai
pieno di acciacchi. Oltre
all’intervento della ditta
Campana, sono stati necessari:
sia l’intervento del pittore
Fumagalli, che con molta
esperienza e altrettanta
sensibilità ha “trovato” la
giusta tonalità, per la
ricolorazione dei muri e delle
antiche travature: sia
l’intervento del restaurato
Mario Fontana. Ora lo sguardo
accarezza il nuovo tetto in
larice, le piacevoli decorazioni
sottotetto, che sottolineano
l’intero perimetro della chiesa;
ripulite e restaurate dalle
numerose abrasioni, dalla
polvere e dal fumo delle
candele. E che dire dei
bellissimi medaglioni del
Penati, più espressivi dopo il
pulimento e il riassetto delle
decorazioni, che fanno loro da
cornici, eseguiti anch’essi dal
Fontana. Altri interventi di
restauro si sono resi necessari,
sia nel primo arco di trionfo
sia nel secondo, a causa delle
infiltrazioni pluviali che ne
avevano rovinato una parte.
Infine, é da segnalare il
restauro della figura di San
Giovanni Bosco, completamente
rovinata dall’ eccessivo
assorbimento d’acqua ,espulsa
dalla grondaia in corrispondenza
del dipinto. La malta, composta
di calce e sabbia, ricca di sali
alcalini, uniti all’azoto
dell’atmosfera produce il
nitrato di potassa o " come
comunemente chiamato " salnitro
,il quale produce quella patina
biancastra che deturpa i dipinti
murali. Ma per don Adriano,il
tempo dei restauri non è finito.
Il progetto completo e approvato
(visibile in chiesa) prevede
l’apertura di un ingresso, molto
più grande del logoro attuale
portone. Una grande vetrata e,
ai due lati: il Battesimo di
Gesù e Adamo e Eva finalmente
liberati dalle strutture in
legno che ne occultano una
parte.
Mario Fontana
1989
Impressioni di un Siracusano
sulla
megalopoli d'America: New York
Chi pensa a New York, senza
esserci stato, immagina
certamente una città immensa ma
le proporzioni rimangono legate
all’immaginazione che è sempre
approssimativa. New York, supera
ogni immaginazione. A formare
questa città - stato
contribuiscono smisurati
quartieri i cui limiti si
possono osservare solo sulle
carte topografiche. Manhattan,
Brooklyn, Queens, Bronx, non
sono che alcune zone della
mastotondica metropoli le quali,
insieme a molte altre, formano
la più grande e la più
popolosa città d’America. La
Subway, ferrovia sotterranea,
unisce tutte quelle vaste zone e
chi vive a New York, si accorge,
prima o poi, che non può fare a
meno di questo mezzo, anche se
in garage ha ½ Buick o la
Cadillac. La subway è il mezzo
più rapido per raggiungere,
entro tempi ragionevoli,
qualsiasi località. Oltre tutto
il mezzo più economico e il pìù
sicuro anche se.. tutto sommato,
un pò scomodo. Ma chi va in
Subway deve adattarsi,
specialmente nelle ore di punta,
quando fiumi di umanità si
riversano e si stipano come
datteri nelle capaci vetture.
Allora bianchi e neri, indiani e
cinesi, operai e impiegati,
ricchi e poveri si ritrovano
gomito a gomito. Di solito è
gente stanca, con gli occhi
velati di tristezza e i
lineamenti tirati dalla
giornaliera fatica, gente
desiderosa solo di un po’ di
riposo. Le più appariscenti sono
le impiegate della City, quasi
sempre giovanissime ma anche
loro nascondono la stanchezza e
la tristezza dei poveri travet,
sotto un trucco molto marcato e
già disfatto. Ciò che più
colpisce è la serietà di quei
volti. Mai un riso o l’accenno
di un sorriso. Guardavo quelle
facce ed erano facce di uomini
facce di donne facce di vecchi
facce di ragazzi, facce di tutti
i colori ma, come denominatore
comune, avevano qualcosa che le
faceva apparire tutte uguale,
standardizzate, disumanizzate,
come maschere di antico teatro.
Nessuno parlava, nessuno rideva,
nessuno tossiva, nessuno si
grattava, nessuno guardava le
ragazze, nessuno spingeva,
nessuno, e ad un certo punto mi
sembrò di essere solo, e il tuc
-tuc delle rotaie mi sembrò una
voce umana. Eppure, pensavo, è
gente che tutti i giorni, per
anni e anni, si incontra alla
stessa ora, sugli stessi treni,
dovrebbero conoscersi,volersi
bene,raccontarsi qualcosa,
magari una barzelletta. Nulla,
non succede nella Subway e a
volte ero tentato di pestare il
piede a qualcuno per provocare
una reazione ; non lo feci per
non restare deluso. Unica voce
quella del controllore il quale,
poco prima delle fermate, diceva
con voce strascicata, il nome
della stazione. Dalla sua bocca
ogni nome usciva allungato,
elasticizzato, come la chewing
che i ragazzi tirano dai denti.
Euclid, Lafayette Brighton,
Broadway, Times Square li
ricordo proprio per il modo
cantilenante con cui li diceva.
Tutto sommato mi sono sembrati i
treni della tristezza, anche per
l’impressione ricevuta dalle
stazioni che sono spoglie,
spersonalizzate, anonime ed
emanano sentore di chiuso e di
disinfettante; sembrano enormi
magazzini di scalo merci. Unica
nota di colore, le macchinette
rosse e gialle della gomma da
masticare della cioccolata ecc.
eppure, ogni anno, dalla Subway
passano un miliardo e mezzo di
passeggeri i quali vivono
miliardi di ore ne/le viscere
della terra, brulicanti, come
vermi tesi nell’ affannosa
ricerca dei mezzi per
sopravvivere. La sicurezza di
questa ferrovia sotterranea,
comunque, ha un altissimo
margine di sicurezza affidata
soprattutto ai centomila occhi
elettronici e rarissimi sono gli
incidenti. Così ogni giorno
uomini di tutte le razze entrano
ed escono dalle
quattrocentoottantadue stazioni
della Subway, invariabilmente
estranei, incapaci di scambiarsi
un sorriso.
Mario Fontana
Città 7
![]()
Incontro con Kodra
Scrivere di Kodra, uno dei più
significativi artisti d oggi, è
più semplice di quanto si possa
immaginare; ma; ad una
condizione: bisogna conoscere l'
Uomo - Kodra. Io l' ho
conosciuto a Milano, grazie al
comune amico pittore Mariano
Salerno, un pomeriggio dello
scorso Marzo. Andammo a trovano
a casa e Kodra ci accolse con
simpatia. Conversammo a lungo e
mi resi conto che di fronte a
me. stava un uomo pieno di
umanità e di impulsi vitali.
Dalla sua voce pacata ascoltai
testimonianze di vita vissuta,
dei suoi sacrifici sopportati in
nome dell' arte e del suoi
ideali di uomo libero; della sua
profonda e umana lotta
intellettuale e spirituale,
contro le inquietudini che
affliggono l' attuale società.
Temi e problemi che lo scuotono
profondamente; che subisce come
ferite nella carne e nello
spirito. Via via che la
conversazione si snodava in
argomenti diversi, il suo mondo
emozionale rifioriva dalle sue
parole, dai suoi gesti dal suo
viso, ora atteggiato al sorriso,
ora serio e pensoso e notai
come, parlando con voce pacata
si possono dire tante cose
importanti. " Viviamo nel vuoto
" disse, a proposito dei mali
che hanno aggredito ogni angolo
dell' universo e in cui siamo
costretti a vivere. Compresi
anche la sua umiltà non
ipocrita, fatta di coscienza e
di chiarezza, il suo disagio di
vivere nel caos e nella nevrosi
che serpeggia funesta, il suo
modo di difendersi, di non
lasciarsi trascinare e
coinvolgere, per non sciupare il
suo universo morale. Ma Kodra,
Albanese dl nascita e musulmano
di religione, educato dal
giornaliero contatto con l' arte
all' introspezione e alla
esaltazione dei valori dello
spirito, non fugge il pericolo,
non aggira gli ostacoli; li
combatte con la sua umiltà con
la sua generosità e lealtà
Sapevo, che, in mia assenza,
aveva visitato la mia «
personale » alla galleria
«Novart» e gli chiesi un
giudizio sulle opere. Mi disse
che la mia pittura gli era
piaciuta, che la trovava molto
interessante, che continuassi
pure par la mia strada, tenendo
presente i consigli che mi aveva
dato nel corso della
conversazione. Due ore passarono
in fretta, il bicchiere del
brandy albanese era ormai vuoto
e attorno a. me sentivo un
atmosfera quasi magica. Ibrahim
Kodra era riuscito ad
incantarmi. E quando ci
congedammo invitò me e l amico
Salerno a cena in una trattoria.
Non andammo a quella cena, per
vari motivi ma, l' ultimo giorno
della mia "personale" Kodra
venne alla Novart, e insieme al
pittore Salerno andammo alla
Trattoria Toscana. Si mangiò e
si bevve del buon vino toscano.
Si conversò ancora. Mi disse
della sua recente visita a
Siracusa in occasione della sua
« personale » alla New Gallery
di certe sue conoscenze fatte
nella « nostra » città, un tale
che abita in una viuzza dl
Ortigia che fa collezione delle
cose più strane. Si parlò ancora
di arte e di esperienza,
negative e positive, della fame
patita da artisti come Crippa ed
altri, di pellicce barattate in
cambio di quadri (che oggi
valgono una fortuna). Ancora una
volta notai la sua tristezza
quando il discorso ritornò sull'
avvilente falsità e sulla
dissacrazione, che inquina e
distrugge la fiducia fra gli
uomini. Tuttavia, Kodra ama la
vita perchè vi ha cercato e
trovato il suo mondo che traduce
in immagini e l umanità che lo
circonda, malgrado tutto, è al
centro di ogni interesse. "- I
vecchi e i bambini ml fanno
tenerezza " disse " I vecchi
perchè spesso sono poveri,
malati e soli; i bambini perchè
sono il simbolo della vita e
dell' innocenza. Infatti nelle
sue opere trasforma l uomo, ma
non Io esclude: egli lo vede
dalla sua angolazione e lo
colloca nella, sua realtà
artistica. I suoi personaggi
pittorici possono essere uomini
contemporanei o mitologici;
possono essere santi o
peccatori, uomini coraggiosi o
codardi. Ed è dalla fissità
delle sue immagini che riaffiora
l origine levantina, stemperata
dal contatto socioculturale
europeo. Nel connubio di queste
due civiltà, Ibrahim Kodra ha
scoperto la sua verità
interiore, la sua umanità, e
continua a viverla sul filo
vibrante dell' arte.
Mario Fontana
La Pentapoli 5/1976
![]()
Intensificare
in Sicilia
l'Apicultura
(il primo articolo scritto nel 1958)
Da qualche tempo, in varie città d’Italia, gruppi di studiosi e di
scienziati si riuniscono in convegno per discutere su un tema per la gran parte
trascurato nel vorticoso ritmo della vita moderna: l’apidologia, ossia lo
studio delle api e dei suoi prodotti. Infatti, tutta una aureola di scoperte
scientifiche si è via via aggiunta alle incomplete e frammentarie notizie sulle
osservazioni compiute, nel lento trascorrere dei secoli, da Aristotele a Plinio
a Palladio per citarne alcuni dei più antichi appassionati che la storia
ricordi. L’ape fu per loro oggetto di grande curiosità e di studi ed alla
mancanza di mezzi scientifici Essi supplirono con la logica concludendo che il
miele,
ria romanzata e le osservazioni scaturite dalla logica lasciarono il posto
alla precisione scientifica dei nuovi mezzi di studio e di ricerche. Con la
scoperta del microscopio da parte del naturalista olandese Swannerdam, si
riuscì a contare i ventiseimila occhi dell’ape e si accertò e si stabilì
definitivamente di sesso femminile il capo dell’alveare fino ad allora ritenuto
di sesso maschile. Il parroco Dzerzan scoprì la partenogenesi ed inventò
l’arnia a favo mobile. Il Makring costruì artificialmente i favi di
cera per risparmiare alle api tanto lavoro con grande vantaggio di tempo per le
pollinatrici. Sull’apidilogia esiste oggi una fitta gamma di studi e di
ricerche che vanno di pari passo con la letteratura ma tutti gli illustri
autori e studiosi e scienziati pur seguendo vie diverse di osservazioni sono
tutti concordi sui benefici effetti del miele. “ La vita delle api” del
Maeterlink è tutto un inno sincero e commosso e la scrupolosità della ricerca
si fa strada agevolmente nella lineare esposizione dei suoi studi. Il
lavoro, l’amore, l’odio, connaturati all’epopea della vita delle api
" così il
Maeterlink ce li espone ", riescono a farci dimenticare quei morsetti tanto
caldi e amori che tutti, più o meno, abbiamo sopportato. Comunque, le ricerche
scientifiche continuano a ritmo incessante ed i convegni sono una valida
appendice a tanto appassionato lavoro. E’ opportuno, quindi, destare
l’attenzione degli Enti interessati alla salute pubblica affinchè. con una
opportuna campagna pubblicitaria. riportino sulle nostre mense questo
preziosissimo alimento ricco di vitamine insostituibili, dando così un impulso
vitale anche all’apicultura siciliana con conseguente vantaggio per la salute
pubblica e per l’economia della nostra isola. La Sicilia è ricca di fiori di
ogni specie ed è la più adatta regione d’Italia per un raziona le allevamento
delle api... senza attendere gli anni avvenire quando le api troveranno, forse,
fiori di plastica.
Mario Fontana
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I prigionieri ateniesi liberati dai Siracusani furono i primi cantastorie
della Sicilia
Il Fazello, nella sua Storia di Sicilia scritta verso il 1500, ci narra come
ottocento anni dopo la rovina di Troia i Siracusani ottennero la strepitosa
e insperata vittoria contro le truppe e contro i navigli Ateniesi, attorno,
e nelle acque del nostro porto grande. Dopo quella vittoria " continua il
Fazello" molto prigioni Ateniesi per aver insegnato a loro padroni far
versi, ottenevano per merce della libertà; e non mancavano di quelli, dopo
questa rotta, che andava cantando versi per diversi luoghi della Sicilia
per guadagnare il vitto. La citazione del Fazello è molto importante poiché
ci conferma come l’origine dei “cantastorie” si perda nell’affascinante
girandola dei secoli. Dunque, molto probabilmente, i prigionieri ateniesi
liberati dai Siracusani, sensibili alla poesia, furono i primi « cantastorie
» della nostra isola e il Teatro dei Pupi ne è il diretto discendente poiché
trae le sue origini, appunto, dai cantastorie girovaghi. Ma le testimonianze
più valide e più vicine al nostro al tempo rimangono quelle del Pitrè:
celebre folklorista palermitano il quale scrisse più di chiunque altro sulla
nostra terra. Il suo primo studio sui canti popolari siciliani, fu edito nel
1868. In seguito scrisse Canti popolari di terra d’Otranto raffrontati con
quelli di Sicilia, e, La vita di Palermo cento e più ali. Ma dalla sua
geniale penna lievitò anche un’opera, in venticinque volumi intitolata:
Biblioteca delle tradizioni Siciliane: opera ciclopica, fondamentale per la
conoscenza del popolo siciliano. L’Opera dei Pupi è dunque patrimonio
prettamente siculo ed ebbe il suo maggior splendore nel secolo scorso. Però,
verso la fine del settecento a Palermo vi era già un’opera allestita da
Domenico Scaduto e di quel periodo non se ne conoscono altre operanti nelle
altre zone della Sicilia. Fu solo verso il 1835 che il Teatro dei Pupi
raggiunse uno sviluppo eccezionale e le rappresentazioni con i personaggi
costruiti in legno e rivestiti con armature metalliche, sbalzate e cesellate
da abilissimi maestri, conquistarono il cuore, la fantasia e la natura
cavalleresca dei siciliani. I Teatri dell’Opera dei Pupi sorsero in molti
centri della Sicilia; da ricordare il Teatro Macchiavelli di Catania il
quale, dopo i primi anni del nostro secolo, messi da parte i pupi, ma non
dimenticati, riaccese le luci della sua famosa ribalta sui creatori del
Teatro dialettale siciliano: Giovanni Grasso e Angelo Musco. Il Pitrè, nel
suo libro Usi e Costumi, cita " l’attività di 19 opranti in tutta la
Sicilia, meno che a Siracusa, dove gli opranti non hanno un Teatro stabile.
Rilevo però con piacere, da un articolo di Antonio Uccello, apparso
recentemente su La Sicilia di Catania che, da una sua inchiesta, " ristretta
nell’ambito della provincia di Siracusa " ha rilevato come " non sia stato
paese che non abbia avuto un suo spettacolo ad opera di pupari. " Comunque,
l’ondata delle nuove « storie » e dei nuovi guerrieri accese sempre più la
fantasia popolare. Pupari e « cantastorie » divulgarono con grande passione
le nuove leggende cavalleresche i cui protagonisti si agitano, vivano e
muoiano da vili e da eroi nelle tremilanovecentoventidue pagine dei Paladini
di Francia, scritte dal palermitano Giusto Lodico. E mi sembra importante
rilevare come lo sviluppo del Teatro popolare cavalleresco coincida, nella
nostra isola, con la trasformazione iconografica dei famosi carretti, i cui
pittori e i cui carradori affascinati dalla vivacità delle storie, e dalla
spavalderia e dalla lealtà dei Paladini di Francia, fecero passare in
secondo ordine gli antichi eroi, già sfruttati nella decorazione sia
scultorea che pittorica dei tipici carretti siciliani. Personalmente, a
Siracusa, ricordo il Teatro di don Ciccia Puzzu. Correvano allora gli anni
trenta ed ero un ragazzino alle prime uscite di casa ed ogni strada, vista
per la prima volta, almeno a quei tempi, sembrava una insperata conquista
verso I’indipendenza. Ricordo che ogni giorno, allargavo il cerchio delle
mie esplorazioni in Ortigia, verso il dedalo di viuzze che erano al posto
dell’attuale Corso Matteotti. Finché un giorno, fattomi più spavaldo,
raggiunsi Piazza Archimede. E mentre guardavo affascinato la Fontana di
Diana, passò un manipolo di ragazzi armati di durlindane, scoltellate alla
buona da pezzi di legno, che facevano roteare minacciosamente, gridando a
tutta gola - Olà – zi – za -. Tolsi lo sguardo dagli zampilli della fontana
e li guardai incuriosito ma anche entusiasmato dalla foga dei loro finti
duelli e dalle loro grida. E li seguii, attratto e conquistato, e poco dopo,
superato il primo tratto di Via Maestranza li seguì ancora a sinistra, e mi
trovai di fronte ad un portoncino marrone. Non ricordo se feci il biglietto,
ma ricordo il baccano assordante che trovai nella sala del Teatro: un
locale piccolissimo, arredato con vecchi banchi cigolanti in cui vecchi,
giovani e ragazzi, in attesa dell’inizio dell’Opera, esternavano tutta la
loro impazienza chi gridando, chi bevendo gassose, (quelle con la chiusura a
pallina di vetro), chi commentando a gran voce e con ampi gesti i
particolari e le impressioni della « puntata » precedente. E quando la voce
del puparo dominò solenne sulla scena il silenzio calò sulla platea come per
magia. Ben presto il balenare delle durlindane e il luccichio delle armature
si tramutò in colpi mortali che mandarono all’altro mondo numerosi saraceni.
E il puparo nella foga della recitazione, rievocando non so quale battaglia
disse che Orlando con un sol colpo di durlindana aveva staccato diverse
dozzine di teste, provocando la reazione della platea con sonori "Cala ran
Cicciu " Cala ran Cicciu! Con una scia di inevitabili fischi e di
pernacchie. Questo fu il mio primo indimenticabile incontro con il favoloso
Teatro di Don Cicciu Puzzu. Ma guardiamo un po’ cosa accade dietro le quinte
dei superstiti Teatri dei Pupi. Il puparo naturalmente è il deus ex macchina
. Egli costruisce i suoi Pupi, ne dipinge i volti, prepara il canovaccio
dello spettacolo, cura la regia, dipinge i cartelloni, muove i fili dei suoi
personaggi durante le recite, li anima con la sua voce. La sua abilità e la
sua fantasia sono messi a dura prova ma egli, come Orlando, supera sempre
ogni difficoltà e ne esce vittorioso. Naturalmente, il puparo si avvale
anche della collaborazione di altri ma di solito sono suoi familiari,
coinvolti nella stessa passione. Un mondo particolare quello dei Pupi e dei
Pupari sostenuto dalla passione per i simpaticissimi personaggi fatti di
legno e di sacrifici, di metallo e di amore, di colore e di avventura. Ma è
un mondo di favole antiche ormai distrutto. James Bon ha sostituito la
spumeggiante epopea degli antichi eroi e gli Orlando e i Rinaldo non fanno
pi gridare " Oli - di – zà. La bomba atomica ha preso il posto delle
romantiche e fragili durlindane coltellate dei ragazzi. La sua abilità e la
sua fantasia sono messi a dura prova ma egli, come Orlando, supera sempre
ogni difficoltà e ne esce vittorioso. Naturalmente, il puparo si avvale
anche della collaborazione di altri ma di solito sono suoi familiari,
coinvolti nella stessa passione. Un mondo particolare quello dei Pupi e dei
Pupari sostenuto dalla passione per i simpaticissimi personaggi fatti di
legno e di sacrifici, di metallo e di amore, di colore e di avventura. Ma è
un mondo di favole antiche ormai distrutto. James Bond ha sostituito la
spumeggiante epopea degli antichi eroi e gli Orlando e i Rinaldo non fanno
pi gridare " Oli - di – zà. La bomba atomica ha preso il posto delle
romantiche e fragili durlindane coltellate dei ragazzi. Le antiche clessidre
si sono frantumate e non segnano più il tempo della nuova storia: il vento
ha portato via le dorate sabbie di un mondo tramontato.La favola è finita.
Ma sarebbe un mondo da salvare per dare alle nuove generazioni le lezioni di
coraggio, di cavalleria e di lealtà che, forse, solo i Pupari di legno sanno
insegnare.
Mario Fontana
La Nuova Gazzetta 8/3/1970
Italiani, brava gente
Noi italiani siamo esseri stranissimi, veri grattacapi per gli studiosi di
psicologia. Ormai, ci conoscono in tutti i punti cardinali ed è difficile
stabilire se la bilancia penda dal piatto della simpatia verso di noi o
dall’altro, che potrebbe essere pieno di ben altra roba. E’ la nostra natura
di introversi e di estroversi, di egoisti e di generosi, di patrioti e di
esterofili allo stesso tempo che rende problematica una obiettiva
valutazione. Condanniamo speculatori, ladri, strozzini e simpaticamente li
assolviamo nelle nostre morbide coscienze. Aiutiamo i popoli depressi e
filosoficamente ci dimentichiamo delle nostre aree depresse della nostra
povertà. Ci facciamo cacciare dalla Libia come cani rognosi e reagiamo come
esauriti fisici e mentali. L’ansietà esistenziale ci porta a legarci con
catene nei Grandi Magazzini di Mosca e poi piangiamo come coccodrilli per la
condanna dei responsabili. Digeriamo tutto, tasse comprese, con una
tranquillità e una comprensione commoventi; magari ingozzandoci di
bicarbonato. Per nostra consolazione vituperiamo gli arteriosclerotici
colonnelli greci. Per la lacrima facile piangiamo, afflitti, i poveri
vietnamiti i quali, a parte i bambini e i dementi, sono una masnada di
sanguinari farabutti fratricidi. Oppure, tanto per cambiare, perdiamo il
nostro tempo nei bar e nelle piazze e negli stadi per contare i gol di un
Gigi Riva o di qualche nababbo. Siamo capaci di immergerci fino ai capelli
in labirintiche problematiche, mentre viviamo di illusioni che si frantumano
giornalmente come cristalli. Curviamo le nostre schiene con una facilità
spaventosa di fronte a chiunque alzi la voce e si sieda su una poltrona di
pelle. Viviamo all’ombra di questo e di quello per ripararci dalle...
insolazioni o per vivere al tepore dei raggi riflessi da certi personaggi
della vita pubblica, per trarne temporanei vantaggi che spesso ci fanno
illudere di essere grandi e potenti. Noi italiani amiamo il potere e la
gloria e per raggiungerli siamo capaci di uccidere il nostro « io »; di
scendere tutti i gradini della nostra dignità di esseri umani. Affidiamo la
nostra sdrucciolevole politica in mano a equilibristi capaci di qualsiasi
spericolata esibizione, pur di mettere le mani alle redini del biroccio,
tanto, in quanto a pazienza ne abbiamo da vendere e tutti sono autorizzati
ad attingerne. Non dimentichiamoci che dal 1946 ad oggi, di governi, dentro
questo nostro demo rattoppato stivale ne abbiamo avuti più di trenta,
governi balneari compresi. Ma, se dalla politica statale passiamo alla
politica locale il labirinto si interseca e sprofonda nelle viscere più
tenebrose e più maleodoranti. Così tiriamo avanti, appesi ai fili come
marionette nelle mani di pupari che fanno il buono e il cattivo tempo e
sempre sotto la minaccia di vederci tagliare i fili (leggi pane). I nostri
particolari, italianissimi agenti patogeni assaltano continuamente là nostra
psiche così che di volta in volta o addirittura durante una stessa giornata,
possiamo essere filo cinesi, filo russi, filo americani,